LA SPADA D’OSSIDIANA

Sei una goccia di luce

caduta dal cuore dell’universo

con intensi bagliori di stelle,

non cometa che sa d’assenza

ma indelebile presenza,

terra di papaveri e baci.

Acqua rosea che scivola

nel letto d’un fiume in una prateria

con una diga a monte

che non ha franto il lago grigiastro

di ricordi d’uccelli feriti-

ora sei un frutto fra le mie mani.

Brillano astri caldi,

la loro luce cola

sulle tegole del tetto della dimora.

Allora mi sento folle,

ho sete di te,

prima rondine a primavera.

Esisti e t’amo

incidendo nel rame il tuo nome

a lettere di fuoco,

mi restituisci la ghirlanda.

Con la spada d’ossidiana

m’intrufolo in un gomitolo di lenzuola.

IL FIORE DELL’AMORE

Amerai ogni ciottolo della mia casa,

ogni sua pietra impastata d’antica miseria;

saremo nella nostra stanza

come una foresta che brilla-

t’appoggerai alle fronde delle mie spalle

di quercia secolare.

Fra due alberi dalle diversità più ammalianti

l’albero del giorno sarà quello più vago,

tra mani radiose d’equità simmetrica

quello della notte s’intrufolerà

tra le lenzuola profumate.

Come fiore del nostro amore

avremo due bocche in una

riflesse in uno specchio volante

per resuscitare e cantare

da un antico braciere,

per vivere o per morire.

Le nostre ali trasportate dal vento

troveranno il vero ed unico albero,

vi sarà silenzio, il canto si smemorerà

quando ogni foglia avrà la sua nuvola

e il tuo volto di dea ramata sarà l’unico fiore

cui farà da corolla ogni color primaverile.

Religiosità nello spirito dell’invisibile

In questa nuova e raffinata silloge dedicata al fratello scomparso della poetessa pugliese Filomena Ciavarella (che è anche membro del Movimento internazionale delle culture e delle arti Ciesart di Barcellona) illuminata dalle luci della ribalta essendo approdata all’editoria di prestigio come Transeuropa Edizioni s’assiste ad un filo conduttore recondito: la Vita merita d’esser vissuta solo perché esiste il “Volto nascosto” della morte. E’, in primis,, una poesia surreale e fervida; in secondo luogo ha i caratteri d’un’implorazione, una Preghiera.

Il titolo lo si può riferire ad un percorso di passaggi attraverso lo spirito dell’invisibile. Un carattere intriso di religiosità che è un viatico immaginario verso la terra e il cielo; insomma, l’Essere nelle sue variegate manifestazioni. La Ciavarella si trova di fronte a questa sofferta assenza ed è da questo punto di partenza che scaturiscono i suoi grafemi. Ruolo predominante lo costituisce l’amore ed è anche questo che s’annoda al filo invisibile.

Le porte della percezione sono illimitate in queste liriche altamente simboliche, una sorta di lente d’ingrandimento sul mondo interiore di Filomena Ciavarella ed emblematiche per la loro rilegatura nonché per la coesistenza all’animo puro della poetessa ormai di rilievo: voce forte e univoca del nostro panorama poetico.

Silloge vivamente consigliata. (MG)

IL MANDORLO FIORITO

Se tu emettessi sibili acuti

laddove il mio cuore batte

presso la costa frastagliata

risuonerebbero con un suono di ruote

come acque tumultuose, come sangue

con un crepitio di fiamme che ardono.

Hanno il rumore dei sogni

o dello scalpitio di cavalli

e se soffiassi sul mio cuore

sul limitare della schiuma

sarebbero rintocchi di campane

che m’accenderebbero di stelle.

Facendo notte sul litorale

cadrebbe, in una pioggia a sciame,

il mandorlo fiorito del tuo cuore

e pulserebbe con un ronzio di conchiglia-

tu saresti l’unica perla preziosa

d’un’ostrica colta sul fondale.

Il mare custodisce le sue ombre,

i suoi garofani azzurri

e risuona come una chitarra

con le sue acque blu cobalto

in un beneagurante sprizzare

di schegge di bottiglia.

LUCE D’AURORA

Il vecchio amore s’è eclissato,

ora è una goccia di quarzo

frumento come le tue trecce,

un ramo fiorito nella pioggia

che, quand’anche scendesse ad aghi,

ci ubriacherebbe solo di gioia.

Nel bosco verdeggiante dei pensieri,

colmo come i calici nel crepuscolo,

hai occhi con orbite intarsiate

di pagliuzze dorate come minerali

e piedi di velluto lo solcano,

piedi di grano, di ciliegia.

Amore della luce d’aurora,

del mezzogiorno tagliente

e delle sue lame di sole che gocciola

prima che cali il sipario della notte-

c’è nel tuo viso profumo di viole

con aroma di rugiada.

Trillo di merli nella mia isola,

nel mio regno del cuore

il cui miele d’acacia

è un mandorlo fiorito-

unica stella del mio firmamento

come una rosa muschiata nella neve.

APE REGINA

Ape regina del mio regno

sei ebbra di miele e ronzii.

Io sono il suono senza timbro,

la parola senza eco

e nel mio giardino selvatico

sei l’unico profumo di rose.

Galleggi sotto i riflessi del firmamento

con occhi oceanici e bocca di fragola.

La tua chioma frumento fluttua nella brezza marina,

ondeggiano ogni aurora capelli d’oro.

Le coppe d’argento del desiderio sono conchiglie

e fra le cosce la farfalla brunita.

Ape regina,

ronzi nella mia anima vibrante e silenziosa

come antiche stigmate di sangue

rappreso nelle mie mani:

sono il secolo d’amore che muore e rinasce,

splenderà di sole come le pagliuzze dorate.

Ogni raggio è una lama di miele.

Perché sei il giogo, la schiavitù, la libertà,

la carne infuocata nei gelidi inverni,

la mia isola, la mia patria.

Perché sei inaccessibile nel momento medesimo

in cui afferro le tue natiche e colgo il fiore nudo.

T’AMO

Scrivo a lettere di fuoco

l’atlante del mappamondo delle tue colline.

La mia bocca di fuoco

si rivela in mille giochi di lusinghe.

Ho tante storie da narrarti sul confine del crepuscolo

perché t’accenda in riflessi sotto la campanula del firmamento.

E’ tempo d’uva, di raccolti fruttiferi

per me che vissi in lidi dove t’amavo

solcando le onde con una caravella di ricordi,

pescando con reti che non trattenevano acqua d’oblio.

Ne restano appese gocce che tremano

come dei tuoi occhi gli intarsi delle pagliuzze.

Ami giocare con la luce del cielo stellato,

giungi a me tra fiori e frumento,

d’oro come i capelli di sole della tua chioma.

A nessuna assomigli da quando t’amo,

nel viso di latte di tutte le donne vedo il tuo-

ti stenderò un tappeto fiero ovunque tu passi ammirata.

T’amo su questa terra azzurra,

nel bosco incantato dei pensieri,

nei sottoboschi dal profumo di ciclamini.

Ti porrò una rosa all’occhiello

colta per magia sotto l’odore dei tigli

accendendo col fiore più bello il tuo sorriso.

AMORE DALLE TRECCE DI SOLE

Amore dalle trecce di sole,

dalle coppe a forma di colomba

intenta malgrado la notte che avanza

nell’abisso del piacere

indulge al mio desiderio d’amare,

ai miei sconfinati sogni innocenti.

Dopo pendii innevati

i nostri occhi chiudono le loro finestre

nelle quattro mura di cartone

della nostra intimità di baci incarnati-

la tua immagine latente

sempre a me ritorna.

E’ qui che iniziano in un canto

i nostri viaggi e le migliori follie,

cominciano e non terminano,

proteggono le nostre vite-

tu astro sceso per miracolo dal camino

ad illuminare l’intera stanza.

Una foglia lucente come un panno bagnato

è madre della tua chioma quasi come fili d’erba.

I laghi ingabbiati in fondo alle pozze,

gli anelli della frescura del vento in giardini novelli:

di questi la più bella sei tu,

un balsamo che invita al riposo.

UN SOLO ZAMPILLIO

Apparteniamo ai greti

dei ruscelli più lieti.

Conosciamo il limbo del fiume

più acceso delle praterie fiorite.

Viviamo in un solo zampillio,

apparteniamo al porto più felice.

Lontani i fiori avvizziti delle vacanze altrui

avanza appena un’ombra di paesaggio,

si eclissano le strettoie della libertà-

portone che si dischiuderà con un chiavistello.

Speranza ci logorava

in una città impastata di carne e miseria.

Caleranno nel vermiglio crepuscolo

sul tuo volto le palpebre del sole-

sipario dolce come la tua pelle

dagli aromi di velluto

nella salubre vegetazione di boschi e uccelli,

diafana più delle lame di luce dell’alba.

Saranno i nostri baci, le carezze

a misura di noi stessi,

più oltre tutto è macerie.

La nostra gioventù si denuda e sogna,

l’erba s’arriccia in sordina

su strati innocenti di terriccio.

NEL PERGOLATO DEI BACI

Donna in un roseto, dolce colomba,

hai anima pura e assetata,

cute maturata come un vigneto

con il vino al centro dell’uva,

donna di sangue selvaggio

immemore in tutti i veli di ruscelli.

Ho da offrirti la luce delle costellazioni

e il sogno d’una vita alata.

T’amo con un turbinio di baci

innalzando la tua statua sopra la pelle,

con ghirlande ebbre di baci,

con papaveri, orzo e avena.

Colma di ferite di lampi passati

te ne stai immobile sul selciato

ora azzurro come un fiume-

sei ape nel mosto che sorride-

tocco i tuoi piedi di velluto

baciando il loro olezzo di mimose.

Ormai da tempo vieni alla mia anima

di bianco vestita, profumata, scendendo

come un cavallo con uno scalpitio di zoccoli-

attendendo un autunno di foglie ingiallite

corriamo a perdifiato per campi odorosi

arrestandoci sotto un fienile, nel pergolato dei baci.