La mia ragione

Lasciate ch’io giudichi

ciò che m’infonde la vita:

è la mia ragione,

il chiavistello dorato che apre

a me tutte le porte delle stelle

dopo l’abisso della rinuncia.

La scappatoia dall’inferno

è lo spettacolo del contatto

col suo corpo di miele,

accarezzare le natiche tornite

svelando poi i ragni del pube

per entrarvi in un saliscendi.

Nella bruma ancora m’aggiro,

non credo alla prossima estate

né alle giravolte dei caprioli nella neve;

penso al mio corpo,

al tuo d’equità simmetrica

allora son vivo.

Ricominci a giocare all’amore

bellezza solare e visibile

ti pensi sola

ma ti ritrovi duplice

riflesse nello specchio due bocche

chi vuole amarti canta nella rugiada.

            La mia colomba

L’alba di questo giorno,

errante e senza sosta

come una caravella alla deriva

in assenza dei tuoi morbidi capelli

scuri e dei tuoi occhi che,

come una formica intelligente,

con antenne d’istinto mi lambiranno.

Lei passa come un’ape,

ebbra di miele e ronzii

toccando quest’inverno d’ombra,

le regioni remote del mio cuore

costruendo la mia e vieppiù la nostra luce

con la sua bianca energia.

Infine, tutto il mio caos

verrà ricostruito col suo candore-

tutto ubbidirà al vento della vita

e lei, ordinatrice, vorrà essere

la mia colomba.

Il fiore d’un bacio

Voglio sedermi accanto a te

sugli irti rami

col cinguettio dei merli,

trasformandomi per te

in frutto da cogliere

o da assaporare distillandolo.

Sarà dapprima il fiore d’un bacio

finchè sangue e cielo,

fiore e terra

ti porgeranno la loro dolcezza.

Vedrò su rampicanti rami

la corona dei tuoi alberi neri,

il nostro segno andare a maturare

in una cascata di fogliame.

Le mie labbra umide

invase dalla sete di te-

s’empirà la mia bocca della tua essenza,

dei baci che salgono

dalla terra al cielo

disperdendo tutto il mio sangue

di frutto innamorato.

T’AMO

Scrivo a lettere di fuoco

l’atlante del mappamondo delle tue colline.

La mia bocca di fuoco

si rivela in mille giochi di lusinghe.

Ho tante storie da narrarti sul confine del crepuscolo

perché t’accenda in riflessi sotto la campanula del firmamento.

E’ tempo d’uva, di raccolti fruttiferi

per me che vissi in lidi dove t’amavo

solcando le onde con una caravella di ricordi,

pescando con reti che non trattenevano acqua d’oblio.

Ne restano appese gocce che tremano

come dei tuoi occhi gli intarsi delle pagliuzze.

Ami giocare con la luce del cielo stellato,

giungi a me tra fiori e frumento,

d’oro come i capelli di sole della tua chioma.

A nessuna assomigli da quando t’amo,

nel viso di latte di tutte le donne vedo il tuo-

ti stenderò un tappeto fiero ovunque tu passi ammirata.

T’amo su questa terra azzurra,

nel bosco incantato dei pensieri,

nei sottoboschi dal profumo di ciclamini.

Ti porrò una rosa all’occhiello

colta per magia sotto l’odore dei tigli

accendendo col fiore più bello il tuo sorriso.

LA DANZA GIALLA DELLE FOGLIE

Ascolto le note musicali della tua voce

venuta dalla terra per salire al cielo,

spio i tuoi tratti corvini:

ecco la tenerezza dello sguardo di seta,

la tua bocca, parola senza eco.

Avverto salire a tentoni il muschio della tua pena.

E’ la guerra oscura del cuore,

la lama spezzata di angosce commosse,

l’ebbrezza dei desideri.

E’ questo la mia vita:

l’acqua che i tuoi occhi mi recano,

il concerto di voce dei tuoi sottili pensieri.

Ah, coppa, ruscello, mia agile, futura compagna.

Scorgo le coppe nella danza gialla delle foglie.

Ti giunge ululando il vento

nell’ora del sangue fermentato

quando la terra palpitando vibra

sotto il pallore del sole che la riga con code d’ombra.

Eccola, la tua forma familiare,

ciò che m’inonda

che mi empie l’anima in abbandono,

la tenerezza che s’avvolge alle mie origini:

matura in una carovana di frutta

uscendo dal tuo cuore come il vino dal centro dell’uva.

DEA DI LUNA

Fuggii come un marinaio

dal diario dei pensieri

d’un vascello dorato

rinunciando per te, amore mio,

a porti con mille labbra da baciare

ricevendo missive affrancate con filigrana straniera.

Perché è la tua ora, dea di luna,

ora dell’odor di nardo

fuoriuscito da un giardino di roseti.

Di rado cade pioggia,

timida come crepe di specchi,

il cielo è fisso come un vetro.

In te nasce e si ordina

il tempo dell’amore,

con tentacoli di medusa

tocco i focolai del corpo:

la pelle di rame, miele,

fino a suggere sudore celeste.

Lambisco gli alberi neri

che caddero nel mio fiume,

germina il desiderio,

volendoti porre al collo di panna

una corona intrecciata d’alloro

corro al letto nel giglio vespertino.

Recensione del Prof. Carlo Di Legge al mio decimo volume Le note dell’anima (Transeuropa) 2020, già vincitore del Premio Speciale Giuria Critica nel Concorso Nazionale Fiori d’inverno.

Il nuovo libro di Marco Galvagni tiene fede al titolo: si tratta di annotazioni tratte dall’anima, questi versi di caratteri molto vivi, visivi come nella più pura tradizione della poesia, sono dovuti all’intimità di un’anima solitaria, introversa e dedita, entusiasta e tormentata, indomabile all’apparenza. Le tre composizioni dell’inizio (Via Mario Pagano, L’arcobaleno, L’orgoglio dei vivi) fanno pensare alla possibilità di una svolta tematica. La prima è infatti dedicata alla strada dove sono le memorie del poeta, in un respiro che si apre alla gente, all’umanità; la seconda alla visione serenante di un arcobaleno sulle vicende della vita; la terza, alla memoria del padre. E non è detto che una svolta non si dia in futuro, ma non è questo il caso. Si tratta solo di una premessa, in queste tre poesie, perché subito il libro diventa, come di consueto, un canzoniere d’amore. La visione della donna amata, che ha un nome (si veda la dedica; passim, e anche la poesia di chiusura) e dunque connotati di realtà nella memoria dell’individuo, appare ispirare tutta la silloge. Non si tratta tuttavia di una immagine di necessità felice, perché s’intuisce l’intrusione del dolore, pur combattuto (“Non lasciare…”, p. 14) da un animo forte, forte sia pure di “illusioni” (non sta a me scoprire quanta parte abbiano l’illusione e la speranza nella storia della poesia). La realtà della memoria e il realismo delle immagini, tratte dalla vivente esperienza, si mescolano di continuo con la potente immaginazione, il lato erotico e realistico con le sublimazioni mediate da figure della natura e dell’opera umana: “il camino/… più d’ogni stella/illumina le pareti della stanza che tu hai scosso di gemiti” (p. 35). Le possibilità del singolare, nella stessa composizione, trapassano dalla prima persona, il tu della passione, alla terza, il lei del mai creduto distacco, fondendosi con l’io del poeta e con il plurale, il noi ricordato, immaginato adesso, anche auspicato.

Carlo Di Legge

L’AZZURRA SALUBRITA’ DELL’ARIA

Sei la pianta maggiore

coinvolta nel mio fuoco

scura con aroma di rugiada.

Stella dalla fronte spianata

il tuo cuore, i tuoi occhi

per me son astri.

Rondini a primavera

veleggeranno nel cielo

in un gruzzolo di luce,

diafani l’acqua, le terre,

gli anelli di frescura

nell’azzurra salubrità dell’aria.

C’è un vento d’uragano,

uragano di future passioni-

ci proietta nella brezza

che s’accende in steli di luce

nel solleone dell’estate imminente,

nelle fumate dell’autunno.

Andremo sul greto d’un fiume,

palpebre dischiuderanno intriganti

occhi neri di stella.

Sul lungofiume dalle labbra umide

sognando la tua pelle ramata

svanisce ogni assedio di pena.

AMORE  DALLE TRECCE DI SOLE

Amore dalle trecce di sole,

dalle coppe a forma di colomba

intenta malgrado la notte che avanza

nell’abisso del piacere

indulge al mio desiderio d’amare,

ai miei sconfinati sogni innocenti.

Dopo pendii innevati

i nostri occhi chiudono le loro finestre

nelle quattro mura di cartone

della nostra intimità di baci incarnati-

la tua immagine latente

sempre a me ritorna.

E’ qui che iniziano in un canto

i nostri viaggi e le migliori follie,

cominciano e non terminano,

proteggono le nostre vite-

tu astro sceso per miracolo dal camino

ad illuminare l’intera stanza.

Una foglia lucente come un panno bagnato

è madre della tua chioma quasi come fili d’erba.

I laghi ingabbiati in fondo alle pozze,

gli anelli della frescura del vento in giardini novelli:

di questi la più bella sei tu,

un balsamo che invita al riposo.

UN SOLO ZAMPILLIO

Apparteniamo ai greti

dei ruscelli più lieti.

Conosciamo il limbo del fiume

più acceso delle praterie fiorite.

Viviamo in un solo zampillio,

apparteniamo al porto più felice.

Lontani i fiori avvizziti delle vacanze altrui

avanza appena un’ombra di paesaggio,

si eclissano le strettoie della libertà-

portone che si dischiuderà con un chiavistello.

Speranza ci logorava

in una città impastata di carne e miseria.

Caleranno nel vermiglio crepuscolo

sul tuo volto le palpebre del sole-

sipario dolce come la tua pelle

dagli aromi di velluto

nella salubre vegetazione di boschi e uccelli,

diafana più delle lame di luce dell’alba.

Saranno i nostri baci, le carezze

a misura di noi stessi,

più oltre tutto è macerie.

La nostra gioventù si denuda e sogna,

l’erba s’arriccia in sordina

su strati innocenti di terriccio.