Recensione a Madre terra, Passigli 2015. Gli affetti, l’amore sentimentale, quello per la propria terra, la religiosità e il senso dell’eterno i valori importanti nella poesia di Monia Gaita.

La poesia di Monia Gaita s’esprime in maniera fortemente simbolica e va a tracciare i connotati d’un universo nobile dell’anima, in cui trovano spazio sentimenti puri, l’amore inteso nella sua totalità che si canalizza in forma concreta, assolutamente non metafisica ma sentimentalmente tangibile (emblematico l’esordio di Madre terra: “Se io potessi dire al mondo che ti amo”). A questo innamoramento totale fa da contorno il mondo di Monia, fatto di ricordi, di tributi per i propri affetti, di descrizioni della propria terra, dell’enunciazione dell’amore per la scrittura senza disdegnare una tematica impegnativa come quella d’una ricorrente analisi in forma poetica del trapasso. In Monia Gaita, più che la concettualità o la ricerca nelle tematiche a spiccare è l’invenzione verbale, la misura, l’essenzialità di versi talmente levigati da risultare espressivi non solo per ciò che concerne le singole poesie ma per il valore e addirittura invenzioni multiple per ciò che riguarda i versi presi singolarmente: trivello i desideri/ in cerca di una favola/ che duri. Per proseguire in forma spiccatamente poetica in Io straripai dove alla potenza espressiva dell’apertura (“Io straripai nel tuo letto stellato”) fa seguito, verso la parte centrale, una terzina in cui Monia riesce ad abbinare l’espressione della propria gratificazione con la capacità di tracciare sul foglio i propri sentimenti in maniera incisiva ed essenziale: “E qualche tralcio d’edera/ ancora piove arcobaleni/ sulla mano”. Riporto la poesia per intero:

Io straripai nel tuo letto stellato

sapeva anche il variare più innocuo

sapeva di fine, di trauma,

di piaga.

Io contai la tua solitudine

erano fionde e collane incostanti

che traboccavano

da una trapunta di anni.

E qualche tralcio d’edera

ancora piove arcobaleni

sulla mano.

Con lingua spedita

mi parla di te

e si attorciglia ai miei mattini.

Lì’ sferza una voragine di brame.

Quanto t’ho amato in silenzio!

Quanto spergiuro di tempo

ritolto dal legno…

E quanti inutili calici ti porsi!

Tutto inghiottito nel nulla,

in un grumo,

in un tonfo.,

La sua è considerata una poesia complessa, a volte indecifrabile ma io credo che ciò avvenga nel lettore disattento, in coloro che si limitano ad apprezzarne l’estetica senza coglierne la precisione della terminologia per cui risultano alla fine chiari persino i concetti più intricati.

In Madre terra avviene un gioco di rimandi (termine che curiosamente costituisce il titolo d’un libro di Monia) per cui l’elemento saliente, ovverossia l’espressione semantica ad esempio amorosa, viene introdotta in maniera potente nella lirica d’apertura, non a caso intitolata La furia che induce a cercare nell’intera silloge tale connotato e non si può non coglierlo in moltissime poesie. Viene ripreso ad intermittenza dalla stessa Io straripai e poi, alternando considerazioni diverse ma comunque sempre di carattere amoroso. Come in Ritorno incolume dove Monia esprime la sfera del proprio sentire attraverso pregnanti metafore ed immagini, dando lei stessa vita alla matrice incorruttibile d’uno stile lirico e particolareggiato.

Ritorno incolume

alla riva del tuo cuore,

ti scivolo

sul lastrico di pesca di levante

delle labbra,

fisso la corda dei secondi

ad altri ganci.

E indisturbata la ragione

si allontana come un ladro,

descrive un arco annuvolato di partenza

col compasso.

Che bello amarti!

E costellare

di lampi di speranza

il mio soffitto.

Che bello fabbricarmi

un esemplare di rinascita,

battere nelle palpebre del sogno

e ripescare

qualche allodola di luce

dai fondali…

E poi ancora una poesia chiarissima che va a denotare questo importante sentimento:

VOGLIO IL TUO CORPO

Il tuo sorriso ha tentacoli

e santuari d’uva accesa

dove termina il bosco dei miei errori

e posso tingere di vele

le labbra di ogni nascita minuscola

o frazione.

Entra

dentro le gallerie nascoste che ti schiudo,

torreggia sulle cime dell’incerto,

dammi una treccia d’aria,

una rampa celeste,

una traversa umana.

Voglio il tuo corpo spettinato e vero,

voglio il tuo petto sgualcito.

Io voglio l’animale che ti comanda muto

e la tua lingua

che arrotola la notte.

Tra queste poesie esemplificative, versi sparsi emblematici di questo grande amore: Dal primo all’ultimo respiro delle stelle: ora che una crepa si apre nell’intonaco dei sogni…io divampo…scopro un passaggio rasoterra nella neve.

Alla rottura che segna la poesia Accetta, seguono inevitabilme, verso il finale, poesie in cui emerge

la crisi del rapporto amoroso prima tanto magnificato e la relativa delusione. Il tutto espresso sempre liricamente, con invenzioni verbali ben costruite e con l’utilizzo di una terminologia sempre molto efficace. Come, ad esempio, la seguente.

CAPPI DI SOLITUDINE

Entrata in collisione

col tuo cuore,

non ho il coraggio di parlarti

mentre minaccia di crollare

il ponte

di noi due.

Dopo la grande mortalità

di rami di felce,

ignoro il vertice

della parabola d’uscita,

assumo farmaci

di stanco incerottato

dai minuti.

E in fondo alla classifica

dei sogni rimanenti,

cappi di solitudine

scavano nella notte

una trincea.

Come anticipato nel titolo e nella disamina iniziale, se questo potente riverbero del proprio sentimento amoroso nelle poesie di Madre terra è molto potente, anche l’universo degli affetti recita per importanza un ruolo assai rilevante nella poesia di Monia Gaita. Carattere che mi sento di contrassegnare, avendo letto anche il primo libro di Monia “Ferroluna,” nelle poesie Tu sei la madre e Mio padre.

TU SEI LA MADRE

a mia nonna

Tu sei la madre che ricordo,
l’unica,
quella che rese immortale
la luce della mia infanzia,

che a lungo coltivò
la geometria dei semi

dei suoi campi.

Ora che non ci sei
ammetto l’inesistenza delle fate.

E appena incedo
nel chiostro dell’ascolto
trarupa il piede,

si scardina,
legato ad un apice di vuoto
che si compie.

E un’altra riva non c’è

che possa spegnere
le fiamme della bruma,

mentre m’aggrappo alle tue mani
spianata in una nascita
che folgora

e feconda.

MIO PADRE

Mio padre
comprime parassiti,

converte in dolce
l’acre delle piante,
coniuga i suoi pensieri
alle lumache.

Consacra al cielo
il giallo delle prugne
congrega moli mortuarie
ai calabroni,

disereda malerbe
e crescite di stento

dal suo campo.

E a sera,
prima che il buio divori la ragione,

cala una particella di purezza
in fondo agli occhi,

goccia di felicità,
disputa di fatica
ad una svolta,
senso abitato e aperto
lungo il caos.

Oltre a queste poesie, in Madre terra se ne trovano alcune che celebrano l’amore per la propria terra. Questo viene enunciato in particolare nella poesia Il mio paese, attraverso versi ricchi ma allo stesso tempo dotati del dono dell’essenzialità:

E’ circondato il mio paese/ da una corona incalcolabile/ di venti crepitanti,/ una corona di spine,/ un corpo armato di stelle,/….dove i falchetti/ segnalano il confine/ tra l’incantesimo di fichi neri e bianchi/…E’ qui che voglio restare/ al largo delle coste dei rumori/ d’altri luoghi,/ dentro Magliano mia/ pure da morta

Lo spiccato senso religioso di Monia Gaita, poi, si può riscontrare nelle poesie Sono lontana: Ho provato a cercarti/ mio Dio/ e ho creduto di vederti/ dove l’argine d’un fiore/ alla furia delle acque/ diviene opuscolo dei remi e Gesù: Tacciono tutti/…mentre dal cielo/ la luce si prosterna/ dandomi scappatoie di chiaro/ in luoghi di clausure./ E nel poligono di viole/ del tuo nome,/ rivive il cuore,/ azzurro/ che si crogiola/ alla pace.

Il senso dell’inevitabilità della morte fa parte, infine, della poesia di Monia Gaita. Emerge in Traspirerò, che significativamente segue Accetta.
La morte,/ in ultima radice,/ smorzerà ogni suono./ Non mi darà alcun lascito di vento,/ non una scoria di risposta,/ o il livido d’un colpo/ sulla guancia/…Immobile,/ traspirerò dal cielo/ come un’acqua,/ come un sudore verde,/ un interlinea di tranquillo,/ nel bel mezzo.

Tantissimo è stato scritto riguardo alla poesia di Monia Gaita, molto spesso limitandosi ad elogiarne l’estetica. Io ne sottolinerei anche il valore e la funzione simbolica nonchè l’utilità. Molto bene è stato anche scritto del suo stile, analizzandone la struttura e la metrica.
Da parte mia resta poco da aggiungere se non due cose: primo che per originalità lessicale, levigatura dei versi e complessiva matrice stilistica si ritaglia una collocazione unica nel panorama contemporaneo, nonostante lei sia molto umile ed insista a definire il suo “un tentativo;”secondo che è giunto il tempo d’emanciparsi dalla convinzione espressa da qualcuno che la poesia meridionale sia sottovalutata. Non vedo per quale motivo sia necessario farsi dei complessi, quando si può annoverare fra i propri esponenti di spicco Monia Gaita, Rita Pacilio, Melania Panico ed Antonietta Gnerre, oltre ad interessanti voci emergenti: in fondo, se la poesia non ha un valore oggettivo, ne possiede uno intrinseco ed alla fine questo nella media dei critici emerge, sia essa settentrionale o meridionale. Perchè la poesia è un valore alto che non conosce nè razze nè confini ma solo l’amore di coloro che a lei si dedicano con l’anima e il cuore.

Marco Galvagni

ALI DI FARFALLE

Pieno di luci multicolori

il mio cuore di seta.

Cerchiamo aurore di conchiglie

ed un tramonto

in cui la notte

non tradisca il giorno.

Io veglio tutti da molto lontano,

oltre quel mare

dove s’accendono

i piccoli copricapi delle stelle.

La speranza, fioca,

continuerà nelle tenebre

e non lascerà

una ferita sanguigna

e mucchi d’ossa sparsi.

La strada avrà un fremito

di corda di violino

e noi lasceremo in dono

alla foresta

i nostri sogni trasportati leggeri

da ali di farfalle,

veloci a volare per non bruciarsi

sopra a questo mondo

lambito da un sole di pietra.

ANGELO DOLCE

Alla memoria di mia madre

Angelo dolce

profumato d’incanto,

dipanavi le mie vicende

nel transitare farfugliando

su questa terra ora azzurra,

ora che sogno di lambire

le sue trecce frumento che scattano

ogni aurora nella brezza marina.

Tu che mi conducevi per mano

tra i fili d’erba dei prati

a rotolare nell’erba insieme ad un pallone

mentre le sue braccia di quercia

erano monito, albero dalla cascata di foglie.

Tu che hai divelto le stimmate degli anni

con un uncino d’avorio

rendendo più terso il cielo

una volta procelloso,

mantenendo l’occhio diamantato del giudizio.

Ora che s’è spento il tuo umano cammino

sempre serberò tra i ricordi

il profumo della tua testa

canuta e stanca che si dondola con fiducia

avvolta nel tepore del mio abbraccio

e la luce del tuo volto

che, in una memoria di bambino,

conservo ancora vergine di rughe.

Luglio 2019

AMORE DALLE TRECCE DI SOLE

Amore dalle trecce di sole,

dalle coppe a forma di colomba

intenta malgrado la notte che avanza

nell’abisso del piacere

indulge al mio desiderio d’amare,

ai miei sconfinati sogni innocenti.

Dopo pendii innevati

i nostri occhi chiudono le loro finestre

nelle quattro mura di cartone

della nostra intimità di baci incarnati-

la tua immagine latente

sempre a me ritorna.

E’ qui che iniziano in un canto

i nostri viaggi e le migliori follie,

cominciano e non terminano,

proteggono le nostre vite-

tu astro sceso per miracolo dal camino

ad illuminare l’intera stanza.

Una foglia lucente come un panno bagnato

è madre della tua chioma quasi come fili d’erba.

I laghi ingabbiati in fondo alle pozze,

gli anelli della frescura del vento in giardini novelli:

di questi la più bella sei tu,

un balsamo che invita al riposo.

UN VOLO DI RONDINE

Il meriggio consolerà il mattino
per aver trascorso frammenti del nuovo giorno.
Se qualcuno ricorderà l’alba
sarà tempo di quiete sfumato,
ricordo lambito da echi sfiniti,
candido pallore che quasi
richiama il colore del crepuscolo.
Dimenticato è ormai il mattino
in una fitta pioggia di speranza
che ha permeato il meriggio
d’un’apparenza vespertina.
Il giorno regalerà alla notte rose di seta
e verrà il tempo dei vizi, il tempo dei rimorsi
e sarà la foglia d’una pianta appassita
ad ondeggiare ed insegnare
che anche nel vuoto di piombo del silenzio
l’inchiostro sinuoso si agita
e traccia graffiti d’amore.
Udendo gli schiamazzi di quattro ubriachi che cantano,
dolcemente m’assopirò sotto un’arcata di cielo lattiginoso.
Porrò a tacere le membra assonnate
in una notte dove la luce delle stelle
illumina un uragano di passioni.
All’alba sarà un volo di rondine
ad illanguidire d’amore gli alberi,
aprire il cuore a vagiti di speranza
e concedermi l’attesa della nuova stagione.

Pubblicata dalla rivista nazionale Poesia nel 2003

Recensione a Non è colpa mia, Golem Edizioni 2018, Valeria Bianchi Mian

Non è colpa mia di Valeria Bianchi Mian è un romanzo ambientato a Torino le cui storie intersecate, un assemblaggio di discorsi e pensieri dei personaggi che fanno da contorno alla vicenda principale di Arturo Colzi, poi deceduto nel febbraio 2020 gettandosi nelle acque del fiume Po e suo figlio Riccardo, omosessuale, s’intersecano in maniera analitica. Riccardo Colzi è una figura debole ed Elisabetta Rospelli in Colzi, seconda moglie di Arturo, capisce benissimo che nella cioccolatteria del marito ci sono dei problemi dati sicuramente “dalla sua inefficienza, dalla sua mancanza di prospettive e da una sorta di disabilità gestionale.”

Arturo è un imprenditore, settantenne, padre oltre che di Riccardo anche di Stefania, deceduta per tumore fulminante come la sua prima moglie, la contessa Siccardi. Proprietario di una cioccolatteria possiede personalità eccentrica e spirito solare inconfondibile. Assiduo presenzialista alle manifestazioni culturali del capoluogo piemontese dagli anni ottanta sino a poco tempo fa, amava circondarsi di belle donne tanto da guadagnarsi il soprannome di “dongiovanni della città” ed al mattino sfrecciare sotto i portici di Via Po con uno dei primissimi modelli di monowheel. Un carattere piuttosto snob.

All’aggraziata Aisha è dedicata una bellissima poesia (Nell’anima, se fosse poesia) a pagg. 156/157 che possiede versi intensi come “L’incanto è quello del tutto e del niente”, “Donna lo è per gioco, invece è ragazzina/ed è la stessa farfalla che ballava prima” sino alla notevole chiusa “Ballavi fino al mattino che non c’è/ballavi fino a morire in onore del Re.” Aisha, la “stella stellina ballerina” che brilla e che balla con “un abito fatto di veli color perla e verde acqua.” Dedita al Cristianesimo è molto religiosa nonostante sia figlia di un musulmano, Mohamed Aasim.

Cinzia Trapani, madre di Aisha, avuta dal seme di Mohamed, aitante pusher tunisino, è una figura dolce e debole, segnata dall’abuso di sostanze “in un abbraccio soffocante durato tre anni.” Poi un amore “o forse solo un simulacro travestito da infermiere” l’aveva accompagnata al Ser.T facendole intravedere “un barlume di coscienza.”Ma la stessa Cinzia aveva continuato alternandosi fra cocaina, eroina, alcool ed hashish, “ con la faccenda di Aisha cucita nel cervello e seppellita nel cuore.”

Elisabetta Rospelli in Colzi, quarant’anni di figura statuaria, sua moglie da tredici anni, più giovane di lui di tredici anni, è una sgualdrina, amante del sesso in ogni forma, persino in chat dove si mostra nuda e fa masturbare uomini attempati e col ventre flaccido.

Il francese Raphael, dall’ex fidanzato molto muscoloso e che quindi incute timore a Riccardo, è l’uomo parigino di cui lui è innamorato. Da anni Riccardo è iscritto anche a Grindr, la più famosa piattaforma web di uomini che amano gli uomini ma non è quasi mai connesso. Raphael è mulatto (“nero fuori e dorato come il sole dentro l’anima”) e la malinconia può essere la causa principale della resistenza affettiva da parte del suo amore.

Causa precipua di molti avvenimenti sono i soldi, il bene ma soprattutto il male insito nelle umane vicende, come quelli che Arturo dà a Maskim per pagare la casa e a Cinzia Trapani per acquistare sostanze stupefacenti.

Anche un argomento come il sesso viene trattato in modo diretto, senza peraltro mai trascendere assolutamente in volgarità. Con una modalità eticamente ineccepibile.

I pensieri ma soprattutto i discorsi e le azioni di questi personaggi sono intrecciati in capitoli brevi (scelta ottima) sino a trascinare il lettore a pag. 214, la fine del libro. Si delineano ritratti dosati e scandagliati psicologicamente come solo una brava autrice e psicoterapeuta qual’è Valeria Bianchi Mian è in grado di fare.

Una storia in cui, alla resa dei conti, come si evince dal titolo stesso, la colpa dei pensieri e soprattutto degli agiti delle varie figure narrate non è di nessuno.

Mi permetto di dissentire dalla pagina di postfazione del Dott. Alessandro Bonansea.

Scrive come tutti i personaggi descritti abbiano un carattere forte. Non è assolutamente come da lui evidenziato (dalla “principessina” Cinzia Trapani, dedita all’abuso di sostanze al “principe” Davide, morto per overdose, per non parlare dei lati deboli dei personaggi principali. Ad esempio Riccardo Colzi per il quale “gli unici momenti in cui si sente a proprio agio è quando si trova da solo.” Non posso essere d’accordo neanche sul fatto che Valeria Bianchi Mian, nota autrice e psicoterapeuta, abbia problemi nell’intessere una trama in cui viene sottolineato “il rilievo del trattare a livello narrativo un argomento scomodo come la psicopatologia.”

Una scrittura emblematica per la sua rilegatura, perlopiù retroattiva, dalla cifra e dal registro stilistici di notevole spessore, omogenei, originali, anticonformistici (in antitesi coi canoni tradizionali) e che non hanno cadute di tono. Un dettato chiaro e preciso, simbolo rivelatore d’un mondo fantastico con misurata magia ma anche crudo, in un tono confidenziale e brillante che cerca negli anfratti della psiche (secondo l’orientamento junghiano) il riflesso del proprio cammino.

Vivamente consigliato.

Marco Galvagni

Il mondo da una mongolfiera

Scappa attraverso il paesaggio rupestre,
capelli corvini e occhi scuri,
fra le fronde e le carezze del vento
gambe tornite in calze di sabbia,
immemore in tutti i veli di ruscelli.
Ultimo palpito s’un volto trasfigurato.

Nella placidità del suo corpo
avanza una sfera di neve,
sulla pelle un neo di silenzio.
Le sue mani, archi canori
frantumano ogni luce d’alba.
Nella sua dimora conta i minuti.

Per la sua stella,
esplosa nell’aria d’aprile,
per regalarsi gli occhi, per vivere giunti
sino alle praterie in fiore,
per regalarsi immenso amore
per donarsi le iridi all’ultimo secondo.

Per dormire nella luna
in quattro pupille, il sole nelle medesime.
Un amore fra le labbra-un vago uccello
adorna i campi, i boschi,
le strade e il mare.
Bella come il mondo da una mongolfiera.

Infrante chimere

Lambiscimi con gesti di gioia,

una parola d’assedio d’infrante chimere,

una sillaba più vicina alla tua bocca-

mi promette aurore di miele

fluttuando perso nei capelli corvini

dedicandoti, in un sorriso di luna,

strofe d’acqua e di cielo.

Pensieri che non t’appartengono

si tradurranno in note di canto

e ti empiranno d’oro le mani canore.

Frattanto raggianti ruote di pietra

avvolgono il paesaggio rupestre,

raggi d’oro calpestano i campanili.

Tu scrivi margherite sull’erba dei campi.

Quando avvicino il cielo

con le mie mani per destarmi

nelle lame di luce diafana

i tuoi baci si appiccicheranno

come lumache alla mia schiena-

gireranno i calendari e sortiranno

nel mondo i giorni come foglie azzurre;

comparirai nel mio spazio, nel mio anello

ora solo verbo ed inferno.

Ti guarderai in una lacrima,

t’asciugherai gli occhi dove fui-

ora d’improvviso piove verde

ma il mio cielo s’è fatto roseo.

Campionature di fragilità, il senso della poesia di Melania Panico

Campionature di fragilità. Il senso della poesia di Melania Panico.

Melania Panico, nata a Napoli il 31 ottobre 1985 e attualmente residente a S. Anastasia, laureata in Filologia moderna, in Campionature di fragilità, prefazione di Davide Rondoni, suo primo volume di poesie (La Vita Felice- Milano 2015) dimostra come nella poesia non sia sufficiente possedere una naturale predisposizione ma come questa vada ammaestrata attraverso un lavoro filologico. Ecco allora che per un modo comune di fare poesia, per cui la parola nomina i sentimenti e i connotati dell’anima, Melania compie un lavoro unico nella sua originalità andando a reinventare il mondo attraverso le sue caratteristiche più tangibili per esprimere mediante queste il proprio universo sentimentale, sicuramente sofferente al di là della sua radiosa apparenza (sorrisi…custoditi sulla bocca dello stomaco, corpo devastato dai silenzi, il silenzio tra noi/ è un manto di parole/ distese ad asciugare).
Melania Panico si esprime mediante uno stile personalissimo e particolareggiato, con versi la cui peculiarità, nella maggioranza della raccolta, non è l’universo simbolico ( se per simbolismo s’intende quello tradizionale che si rifà alla tradizione francese di Baudelaire, Mallarmè, Verlaine e Rimbaud).
Bensì d’esprimere i propri sentimenti attraverso poesie che trovino il proprio senso in un dettato espressivo la cui peculiarità è duplice: giustapposizione all’interno del singolo verso, dove è il verbo l’elemento di demarcazione, nonchè nel susseguirsi dei versi stessi.

Ci sono sorrisi tenuti da parte
custoditi sulla bocca dello stomaco
brillano di luce propria

e poi ancora:

Mettere via l’odore della storia
lungo mete di tempo andante
i fiumi dei bar accovacciati

Dal già citato universo sentimentale di sofferenza intriso, scaturisce una poesia che riporto, una poesia in cui l’elemento semantico di rottura è il verso che meglio esprime il pessimismo in maniera lirica (questa volta anche simbolicamente). Esattamente il numero 12, “Non c’è estate.”

Il corpo devastato dai silenzi
la voce slegata
lei urla sempre a tempo
lascia sul pavimento
capelli sparpagliati
e non appigli
ha colore di pietra
dice ricominciamo
all’erta a brandire l’arma del suo sì
è un momento sbagliato, dice
è un tunnel da cui non voglio uscire.
Non c’è estate,
forse questa volta ha ripetuto
l’estasi di sbieco
con la bocca serrata non fa paura.
Il frutto della quiete
è in alto, offeso
dal lato serrato del giorno.
Sembrava perfetto
senza veli
e con le mani rarefatte.

Per comprendere meglio il titolo della raccolta di Melania, bisogna risalire all’origine lessicale del termine “campionature” che definisce appunto queste poesie. Campionatura non è altro che un’operazione propria del campionare, mentre campionare significa esattamente scegliere, prelevare campioni.
La filologa Melania Panico non poteva cogliere in maniera migliore il titolo da attribuire a questo libro, avendo lei scelto poesie esemplificative di questa fragilità, in cui esprimersi con una vena poetica che non ha cadute di tono, anzi trova altissimi passaggi, oltre a quelli già citati:

Non so come interpretare
questo abbaiare
di cani
in lontananza
rumore sordo
di macchine
la luce artificiale
della notte.
Non so qual’è il verso
giusto
del foglio
il colore acceso
del corpo
non so se chiamare amico
il tempo.

Alla luce di quanto successo
poco fa stendersi su una scrivania intarsiata
le ombre fanno patti di sangue con le dita.
Decidi: è la danza della parola
o il tenero appartarsi
degli argomenti
davanti al bianco del foglio
a impostare il sacrificio del giorno?
L’inverno è un lungo ritrarsi degli occhi.

Il silenzio tra noi
è un manto di parole diverse
distese ad asciugare:
il vento porta via l’umidità
e ci ridà l’imbrattamento.
Tenera carne la mia
si spacca al sole
rinchiusa qui
con i rintocchi dei pranzi
a limitare i movimenti
cosa avrò in cambio del cumulo
tranquillo di resti?
Una luce passeggera
dilata lo spazio senza poesia
mentre segno passi antichi
sul viso incorniciato, perlaceo.

Ed ecco allora che se la luce appartenente allo spazio e al tempo senza poesia non può essere che passeggera, visto il grande amore di Melania per questa materia, nascono i grandi versi sulla poesia medesima:

Non qui
nè altrove
ho voluto seminare ciglia
per avere in cambio
una nuova visione delle cose
fibre consensi ossessioni
carte bianche trascritte
io non so spiegare la poesia
un gatto silenzioso
entra nella stanza
la luce non disdegna
i passi
lo sento che gratta piano
contro la porta
i suoni sanno tenere testa al tempo.

In Melania Panico “l’ora da lasciare/ a riposo” quando “invecchia al guinzaglio/ la bellezza,” diventa la non scelta di non trovarsi in un determinato luogo resa semplicemente col verso “i passi come brina fumante.”
In settembre per l’autrice “piove un’aria di miele ed aghi.”

In una poetica magnificata per il valore intrinseco soprattutto filologico, ecco spuntare nel finale una poesia in cui Melania Panico riesce ad abbinare il proprio amore per la poesia e le proprie competenze semantiche ad una riserva simbolica di spessore. Ed ecco allora che i poeti diventano le navi che “dovrebbero seguire il loro destino lieve/ appoggiarsi come a un’idea”, accontentarsi d’uno squarcio di luce, delle proprie poesie contenute nelle bacheche pensili mentre il passaggio ad alto livello è semplicemente costituito dalla possibilità di raggiungere il posto che spetta ai parolieri.

Dovrebbero pentirsi le navi
di oltraggiare il porto
dovrebbero seguire il loro destino lieve
appoggiarsi come a un’idea.
L’isola è troppo distante, segnata
non si tocca con mano
finisce così il grigio
il ponte senza giunture
il nostro tempo fragile.
Lascia sulla porta le mani
senza impronte di riserva a contenersi
la via è sentiero senza ascolto
uno squarcio con luce.
Ecco l’itinerario di ricostruzione
del buon tempo
quello affisso alle bacheche pensili
il futuro allineato sugli specchi
canto sedimentato da sobri
nelle fenditure delle cortecce
litania che trova spazio, si dà posto.
Si può incidere nei muri
la storia semplice
eppure il posto che spetta ai parolieri
è il guado incontrovertibile
arginato, arreso.

Marco Galvagni