L’ORGOGLIO DEI VIVI

Alla memoria di mio padre

Ascolta l’impalpabile

ritmo del tempo:

sarai pronto nell’ora

dell’agonia

e sconfiggerai le tenebre

con la forza del silenzio;

quella forza

che, tenace, attraversa i secoli

e fa risplendere

con gran fulgore

il mistero cui t’avvicini.

Scaccerai

l’orgoglio dei vivi

con la promessa dell’eternità

e solcherai la vicenda dolce

della tua vita

penetrando il buio

con la tua scorza di diamante.

Vivrai il tarlo che rode

la tua coscienza scalfita

da un senso d’impotenza

con l’onore dell’età,

stinta come quel lenzuolo

di lino che pare scacciare

il freddo dell’abisso

ed io ora, padre, oso

accarezzare la tua fronte

imperlata di sudore

che, in una memoria di bambino,

conservo ancora vergine di rughe.

Seconda classificata nel Premio Internazionale Olympia-Città di Montegrotto (PD) 2004.

Pubblicata nel 2005 dalla rivista nazionale Poesia.

CICATRICI D’AMORE

In punta di piedi m’appari in un sogno

avvolta in un vestito di seta fine

risvegliando una ghirlanda di ricordi,

cicatrici d’amore d’ una primavera profumata

in cui tra le lenzuola reggevo la tua mano

ultimo appiglio del mondo

e d’afose notti di mezz’estate

in cui le orme dei nostri passi sulla battigia

lasciavano una scia di libertà.

Poi ti rivedo sparire nella nebbia di novembre,

una densa coltre di panna sui nostri pensieri,

timbrandomi il lasciapassare della solitudine.

Fiorisce luce, ed è come se il cuore tremasse

al suono acuto dell’antica sveglia.

Aperte le persiane fatiscenti,

scendo in un dedalo di vie

lastricate di memoria

del tempo dell’amore perduto.

Ora sei la pietra spezzata, l’albero senza radici

e faccio naufragio nel mare della nostalgia

con una caravella di ricordi

tra l’indifferenza dei passanti

tale al passero che tenta il volo

ma cade senza destare stupore.

Pubblicata nel 2010 per due numeri consecutivi dalla rivista nazionale Poesia

Latta nel 2016 al Teatro Filodrammatici di Milano con Giuseppe Conte e Tomaso Kemeny

IL SILENZIO ACUTO DEL MATTINO

Alla memoria di mio padre

Ho annodato
a ciottoli levigati
il fluire dei miei ricordi.
Forse era l’aurora cremisi
che si specchiava nei solchi
delle rare onde,
forse la magia
del silenzio acuto del mattino.
Forse la quiete infinita
ed il confluire d’umane speranze
tipici d’ogni alba
in qualunque angolo del mondo.
Forse un po’ di tutto ciò
mischiato all’amore per la vita:
e noi in simbiotica armonia
su quei greti ci trovavamo,
padre,
ed era l’acuto silenzio
delle nostre illusioni,
la genesi
delle nostre buone intenzioni.
Era la folgorante attesa
d’un alito di luce
a farci muovere, padre,
laddove ormai sono avanzate
poche manciate di rena
e l’acqua ha reso canute
persino le amiche conchiglie.

Poesia vincitrice assoluta del Premio Age Bassi-Città di Castiraga Vidardo (LO) 2002

Pubblicata dalla rivista nazionale Poesia nel 2002

Recensione a Madre terra, Passigli 2015. Gli affetti, l’amore sentimentale, quello per la propria terra, la religiosità e il senso dell’eterno i valori importanti nella poesia di Monia Gaita.

La poesia di Monia Gaita s’esprime in maniera fortemente simbolica e va a tracciare i connotati d’un universo nobile dell’anima, in cui trovano spazio sentimenti puri, l’amore inteso nella sua totalità che si canalizza in forma concreta, assolutamente non metafisica ma sentimentalmente tangibile (emblematico l’esordio di Madre terra: “Se io potessi dire al mondo che ti amo”). A questo innamoramento totale fa da contorno il mondo di Monia, fatto di ricordi, di tributi per i propri affetti, di descrizioni della propria terra, dell’enunciazione dell’amore per la scrittura senza disdegnare una tematica impegnativa come quella d’una ricorrente analisi in forma poetica del trapasso. In Monia Gaita, più che la concettualità o la ricerca nelle tematiche a spiccare è l’invenzione verbale, la misura, l’essenzialità di versi talmente levigati da risultare espressivi non solo per ciò che concerne le singole poesie ma per il valore e addirittura invenzioni multiple per ciò che riguarda i versi presi singolarmente: trivello i desideri/ in cerca di una favola/ che duri. Per proseguire in forma spiccatamente poetica in Io straripai dove alla potenza espressiva dell’apertura (“Io straripai nel tuo letto stellato”) fa seguito, verso la parte centrale, una terzina in cui Monia riesce ad abbinare l’espressione della propria gratificazione con la capacità di tracciare sul foglio i propri sentimenti in maniera incisiva ed essenziale: “E qualche tralcio d’edera/ ancora piove arcobaleni/ sulla mano”. Riporto la poesia per intero:

Io straripai nel tuo letto stellato

sapeva anche il variare più innocuo

sapeva di fine, di trauma,

di piaga.

Io contai la tua solitudine

erano fionde e collane incostanti

che traboccavano

da una trapunta di anni.

E qualche tralcio d’edera

ancora piove arcobaleni

sulla mano.

Con lingua spedita

mi parla di te

e si attorciglia ai miei mattini.

Lì’ sferza una voragine di brame.

Quanto t’ho amato in silenzio!

Quanto spergiuro di tempo

ritolto dal legno…

E quanti inutili calici ti porsi!

Tutto inghiottito nel nulla,

in un grumo,

in un tonfo.,

La sua è considerata una poesia complessa, a volte indecifrabile ma io credo che ciò avvenga nel lettore disattento, in coloro che si limitano ad apprezzarne l’estetica senza coglierne la precisione della terminologia per cui risultano alla fine chiari persino i concetti più intricati.

In Madre terra avviene un gioco di rimandi (termine che curiosamente costituisce il titolo d’un libro di Monia) per cui l’elemento saliente, ovverossia l’espressione semantica ad esempio amorosa, viene introdotta in maniera potente nella lirica d’apertura, non a caso intitolata La furia che induce a cercare nell’intera silloge tale connotato e non si può non coglierlo in moltissime poesie. Viene ripreso ad intermittenza dalla stessa Io straripai e poi, alternando considerazioni diverse ma comunque sempre di carattere amoroso. Come in Ritorno incolume dove Monia esprime la sfera del proprio sentire attraverso pregnanti metafore ed immagini, dando lei stessa vita alla matrice incorruttibile d’uno stile lirico e particolareggiato.

Ritorno incolume

alla riva del tuo cuore,

ti scivolo

sul lastrico di pesca di levante

delle labbra,

fisso la corda dei secondi

ad altri ganci.

E indisturbata la ragione

si allontana come un ladro,

descrive un arco annuvolato di partenza

col compasso.

Che bello amarti!

E costellare

di lampi di speranza

il mio soffitto.

Che bello fabbricarmi

un esemplare di rinascita,

battere nelle palpebre del sogno

e ripescare

qualche allodola di luce

dai fondali…

E poi ancora una poesia chiarissima che va a denotare questo importante sentimento:

VOGLIO IL TUO CORPO

Il tuo sorriso ha tentacoli

e santuari d’uva accesa

dove termina il bosco dei miei errori

e posso tingere di vele

le labbra di ogni nascita minuscola

o frazione.

Entra

dentro le gallerie nascoste che ti schiudo,

torreggia sulle cime dell’incerto,

dammi una treccia d’aria,

una rampa celeste,

una traversa umana.

Voglio il tuo corpo spettinato e vero,

voglio il tuo petto sgualcito.

Io voglio l’animale che ti comanda muto

e la tua lingua

che arrotola la notte.

Tra queste poesie esemplificative, versi sparsi emblematici di questo grande amore: Dal primo all’ultimo respiro delle stelle: ora che una crepa si apre nell’intonaco dei sogni…io divampo…scopro un passaggio rasoterra nella neve.

Alla rottura che segna la poesia Accetta, seguono inevitabilme, verso il finale, poesie in cui emerge

la crisi del rapporto amoroso prima tanto magnificato e la relativa delusione. Il tutto espresso sempre liricamente, con invenzioni verbali ben costruite e con l’utilizzo di una terminologia sempre molto efficace. Come, ad esempio, la seguente.

CAPPI DI SOLITUDINE

Entrata in collisione

col tuo cuore,

non ho il coraggio di parlarti

mentre minaccia di crollare

il ponte

di noi due.

Dopo la grande mortalità

di rami di felce,

ignoro il vertice

della parabola d’uscita,

assumo farmaci

di stanco incerottato

dai minuti.

E in fondo alla classifica

dei sogni rimanenti,

cappi di solitudine

scavano nella notte

una trincea.

Come anticipato nel titolo e nella disamina iniziale, se questo potente riverbero del proprio sentimento amoroso nelle poesie di Madre terra è molto potente, anche l’universo degli affetti recita per importanza un ruolo assai rilevante nella poesia di Monia Gaita. Carattere che mi sento di contrassegnare, avendo letto anche il primo libro di Monia “Ferroluna,” nelle poesie Tu sei la madre e Mio padre.

TU SEI LA MADRE

a mia nonna

Tu sei la madre che ricordo,
l’unica,
quella che rese immortale
la luce della mia infanzia,

che a lungo coltivò
la geometria dei semi

dei suoi campi.

Ora che non ci sei
ammetto l’inesistenza delle fate.

E appena incedo
nel chiostro dell’ascolto
trarupa il piede,

si scardina,
legato ad un apice di vuoto
che si compie.

E un’altra riva non c’è

che possa spegnere
le fiamme della bruma,

mentre m’aggrappo alle tue mani
spianata in una nascita
che folgora

e feconda.

MIO PADRE

Mio padre
comprime parassiti,

converte in dolce
l’acre delle piante,
coniuga i suoi pensieri
alle lumache.

Consacra al cielo
il giallo delle prugne
congrega moli mortuarie
ai calabroni,

disereda malerbe
e crescite di stento

dal suo campo.

E a sera,
prima che il buio divori la ragione,

cala una particella di purezza
in fondo agli occhi,

goccia di felicità,
disputa di fatica
ad una svolta,
senso abitato e aperto
lungo il caos.

Oltre a queste poesie, in Madre terra se ne trovano alcune che celebrano l’amore per la propria terra. Questo viene enunciato in particolare nella poesia Il mio paese, attraverso versi ricchi ma allo stesso tempo dotati del dono dell’essenzialità:

E’ circondato il mio paese/ da una corona incalcolabile/ di venti crepitanti,/ una corona di spine,/ un corpo armato di stelle,/….dove i falchetti/ segnalano il confine/ tra l’incantesimo di fichi neri e bianchi/…E’ qui che voglio restare/ al largo delle coste dei rumori/ d’altri luoghi,/ dentro Magliano mia/ pure da morta

Lo spiccato senso religioso di Monia Gaita, poi, si può riscontrare nelle poesie Sono lontana: Ho provato a cercarti/ mio Dio/ e ho creduto di vederti/ dove l’argine d’un fiore/ alla furia delle acque/ diviene opuscolo dei remi e Gesù: Tacciono tutti/…mentre dal cielo/ la luce si prosterna/ dandomi scappatoie di chiaro/ in luoghi di clausure./ E nel poligono di viole/ del tuo nome,/ rivive il cuore,/ azzurro/ che si crogiola/ alla pace.

Il senso dell’inevitabilità della morte fa parte, infine, della poesia di Monia Gaita. Emerge in Traspirerò, che significativamente segue Accetta.
La morte,/ in ultima radice,/ smorzerà ogni suono./ Non mi darà alcun lascito di vento,/ non una scoria di risposta,/ o il livido d’un colpo/ sulla guancia/…Immobile,/ traspirerò dal cielo/ come un’acqua,/ come un sudore verde,/ un interlinea di tranquillo,/ nel bel mezzo.

Tantissimo è stato scritto riguardo alla poesia di Monia Gaita, molto spesso limitandosi ad elogiarne l’estetica. Io ne sottolinerei anche il valore e la funzione simbolica nonchè l’utilità. Molto bene è stato anche scritto del suo stile, analizzandone la struttura e la metrica.
Da parte mia resta poco da aggiungere se non due cose: primo che per originalità lessicale, levigatura dei versi e complessiva matrice stilistica si ritaglia una collocazione unica nel panorama contemporaneo, nonostante lei sia molto umile ed insista a definire il suo “un tentativo;”secondo che è giunto il tempo d’emanciparsi dalla convinzione espressa da qualcuno che la poesia meridionale sia sottovalutata. Non vedo per quale motivo sia necessario farsi dei complessi, quando si può annoverare fra i propri esponenti di spicco Monia Gaita, Rita Pacilio, Melania Panico ed Antonietta Gnerre, oltre ad interessanti voci emergenti: in fondo, se la poesia non ha un valore oggettivo, ne possiede uno intrinseco ed alla fine questo nella media dei critici emerge, sia essa settentrionale o meridionale. Perchè la poesia è un valore alto che non conosce nè razze nè confini ma solo l’amore di coloro che a lei si dedicano con l’anima e il cuore.

Marco Galvagni

ALI DI FARFALLE

Pieno di luci multicolori

il mio cuore di seta.

Cerchiamo aurore di conchiglie

ed un tramonto

in cui la notte

non tradisca il giorno.

Io veglio tutti da molto lontano,

oltre quel mare

dove s’accendono

i piccoli copricapi delle stelle.

La speranza, fioca,

continuerà nelle tenebre

e non lascerà

una ferita sanguigna

e mucchi d’ossa sparsi.

La strada avrà un fremito

di corda di violino

e noi lasceremo in dono

alla foresta

i nostri sogni trasportati leggeri

da ali di farfalle,

veloci a volare per non bruciarsi

sopra a questo mondo

lambito da un sole di pietra.

ANGELO DOLCE

Alla memoria di mia madre

Angelo dolce

profumato d’incanto,

dipanavi le mie vicende

nel transitare farfugliando

su questa terra ora azzurra,

ora che sogno di lambire

le sue trecce frumento che scattano

ogni aurora nella brezza marina.

Tu che mi conducevi per mano

tra i fili d’erba dei prati

a rotolare nell’erba insieme ad un pallone

mentre le sue braccia di quercia

erano monito, albero dalla cascata di foglie.

Tu che hai divelto le stimmate degli anni

con un uncino d’avorio

rendendo più terso il cielo

una volta procelloso,

mantenendo l’occhio diamantato del giudizio.

Ora che s’è spento il tuo umano cammino

sempre serberò tra i ricordi

il profumo della tua testa

canuta e stanca che si dondola con fiducia

avvolta nel tepore del mio abbraccio

e la luce del tuo volto

che, in una memoria di bambino,

conservo ancora vergine di rughe.

Luglio 2019

AMORE DALLE TRECCE DI SOLE

Amore dalle trecce di sole,

dalle coppe a forma di colomba

intenta malgrado la notte che avanza

nell’abisso del piacere

indulge al mio desiderio d’amare,

ai miei sconfinati sogni innocenti.

Dopo pendii innevati

i nostri occhi chiudono le loro finestre

nelle quattro mura di cartone

della nostra intimità di baci incarnati-

la tua immagine latente

sempre a me ritorna.

E’ qui che iniziano in un canto

i nostri viaggi e le migliori follie,

cominciano e non terminano,

proteggono le nostre vite-

tu astro sceso per miracolo dal camino

ad illuminare l’intera stanza.

Una foglia lucente come un panno bagnato

è madre della tua chioma quasi come fili d’erba.

I laghi ingabbiati in fondo alle pozze,

gli anelli della frescura del vento in giardini novelli:

di questi la più bella sei tu,

un balsamo che invita al riposo.

UN VOLO DI RONDINE

Il meriggio consolerà il mattino
per aver trascorso frammenti del nuovo giorno.
Se qualcuno ricorderà l’alba
sarà tempo di quiete sfumato,
ricordo lambito da echi sfiniti,
candido pallore che quasi
richiama il colore del crepuscolo.
Dimenticato è ormai il mattino
in una fitta pioggia di speranza
che ha permeato il meriggio
d’un’apparenza vespertina.
Il giorno regalerà alla notte rose di seta
e verrà il tempo dei vizi, il tempo dei rimorsi
e sarà la foglia d’una pianta appassita
ad ondeggiare ed insegnare
che anche nel vuoto di piombo del silenzio
l’inchiostro sinuoso si agita
e traccia graffiti d’amore.
Udendo gli schiamazzi di quattro ubriachi che cantano,
dolcemente m’assopirò sotto un’arcata di cielo lattiginoso.
Porrò a tacere le membra assonnate
in una notte dove la luce delle stelle
illumina un uragano di passioni.
All’alba sarà un volo di rondine
ad illanguidire d’amore gli alberi,
aprire il cuore a vagiti di speranza
e concedermi l’attesa della nuova stagione.

Pubblicata dalla rivista nazionale Poesia nel 2003

Recensione a Non è colpa mia, Golem Edizioni 2018, Valeria Bianchi Mian

Non è colpa mia di Valeria Bianchi Mian è un romanzo ambientato a Torino le cui storie intersecate, un assemblaggio di discorsi e pensieri dei personaggi che fanno da contorno alla vicenda principale di Arturo Colzi, poi deceduto nel febbraio 2020 gettandosi nelle acque del fiume Po e suo figlio Riccardo, omosessuale, s’intersecano in maniera analitica. Riccardo Colzi è una figura debole ed Elisabetta Rospelli in Colzi, seconda moglie di Arturo, capisce benissimo che nella cioccolatteria del marito ci sono dei problemi dati sicuramente “dalla sua inefficienza, dalla sua mancanza di prospettive e da una sorta di disabilità gestionale.”

Arturo è un imprenditore, settantenne, padre oltre che di Riccardo anche di Stefania, deceduta per tumore fulminante come la sua prima moglie, la contessa Siccardi. Proprietario di una cioccolatteria possiede personalità eccentrica e spirito solare inconfondibile. Assiduo presenzialista alle manifestazioni culturali del capoluogo piemontese dagli anni ottanta sino a poco tempo fa, amava circondarsi di belle donne tanto da guadagnarsi il soprannome di “dongiovanni della città” ed al mattino sfrecciare sotto i portici di Via Po con uno dei primissimi modelli di monowheel. Un carattere piuttosto snob.

All’aggraziata Aisha è dedicata una bellissima poesia (Nell’anima, se fosse poesia) a pagg. 156/157 che possiede versi intensi come “L’incanto è quello del tutto e del niente”, “Donna lo è per gioco, invece è ragazzina/ed è la stessa farfalla che ballava prima” sino alla notevole chiusa “Ballavi fino al mattino che non c’è/ballavi fino a morire in onore del Re.” Aisha, la “stella stellina ballerina” che brilla e che balla con “un abito fatto di veli color perla e verde acqua.” Dedita al Cristianesimo è molto religiosa nonostante sia figlia di un musulmano, Mohamed Aasim.

Cinzia Trapani, madre di Aisha, avuta dal seme di Mohamed, aitante pusher tunisino, è una figura dolce e debole, segnata dall’abuso di sostanze “in un abbraccio soffocante durato tre anni.” Poi un amore “o forse solo un simulacro travestito da infermiere” l’aveva accompagnata al Ser.T facendole intravedere “un barlume di coscienza.”Ma la stessa Cinzia aveva continuato alternandosi fra cocaina, eroina, alcool ed hashish, “ con la faccenda di Aisha cucita nel cervello e seppellita nel cuore.”

Elisabetta Rospelli in Colzi, quarant’anni di figura statuaria, sua moglie da tredici anni, più giovane di lui di tredici anni, è una sgualdrina, amante del sesso in ogni forma, persino in chat dove si mostra nuda e fa masturbare uomini attempati e col ventre flaccido.

Il francese Raphael, dall’ex fidanzato molto muscoloso e che quindi incute timore a Riccardo, è l’uomo parigino di cui lui è innamorato. Da anni Riccardo è iscritto anche a Grindr, la più famosa piattaforma web di uomini che amano gli uomini ma non è quasi mai connesso. Raphael è mulatto (“nero fuori e dorato come il sole dentro l’anima”) e la malinconia può essere la causa principale della resistenza affettiva da parte del suo amore.

Causa precipua di molti avvenimenti sono i soldi, il bene ma soprattutto il male insito nelle umane vicende, come quelli che Arturo dà a Maskim per pagare la casa e a Cinzia Trapani per acquistare sostanze stupefacenti.

Anche un argomento come il sesso viene trattato in modo diretto, senza peraltro mai trascendere assolutamente in volgarità. Con una modalità eticamente ineccepibile.

I pensieri ma soprattutto i discorsi e le azioni di questi personaggi sono intrecciati in capitoli brevi (scelta ottima) sino a trascinare il lettore a pag. 214, la fine del libro. Si delineano ritratti dosati e scandagliati psicologicamente come solo una brava autrice e psicoterapeuta qual’è Valeria Bianchi Mian è in grado di fare.

Una storia in cui, alla resa dei conti, come si evince dal titolo stesso, la colpa dei pensieri e soprattutto degli agiti delle varie figure narrate non è di nessuno.

Mi permetto di dissentire dalla pagina di postfazione del Dott. Alessandro Bonansea.

Scrive come tutti i personaggi descritti abbiano un carattere forte. Non è assolutamente come da lui evidenziato (dalla “principessina” Cinzia Trapani, dedita all’abuso di sostanze al “principe” Davide, morto per overdose, per non parlare dei lati deboli dei personaggi principali. Ad esempio Riccardo Colzi per il quale “gli unici momenti in cui si sente a proprio agio è quando si trova da solo.” Non posso essere d’accordo neanche sul fatto che Valeria Bianchi Mian, nota autrice e psicoterapeuta, abbia problemi nell’intessere una trama in cui viene sottolineato “il rilievo del trattare a livello narrativo un argomento scomodo come la psicopatologia.”

Una scrittura emblematica per la sua rilegatura, perlopiù retroattiva, dalla cifra e dal registro stilistici di notevole spessore, omogenei, originali, anticonformistici (in antitesi coi canoni tradizionali) e che non hanno cadute di tono. Un dettato chiaro e preciso, simbolo rivelatore d’un mondo fantastico con misurata magia ma anche crudo, in un tono confidenziale e brillante che cerca negli anfratti della psiche (secondo l’orientamento junghiano) il riflesso del proprio cammino.

Vivamente consigliato.

Marco Galvagni

Il mondo da una mongolfiera

Scappa attraverso il paesaggio rupestre,
capelli corvini e occhi scuri,
fra le fronde e le carezze del vento
gambe tornite in calze di sabbia,
immemore in tutti i veli di ruscelli.
Ultimo palpito s’un volto trasfigurato.

Nella placidità del suo corpo
avanza una sfera di neve,
sulla pelle un neo di silenzio.
Le sue mani, archi canori
frantumano ogni luce d’alba.
Nella sua dimora conta i minuti.

Per la sua stella,
esplosa nell’aria d’aprile,
per regalarsi gli occhi, per vivere giunti
sino alle praterie in fiore,
per regalarsi immenso amore
per donarsi le iridi all’ultimo secondo.

Per dormire nella luna
in quattro pupille, il sole nelle medesime.
Un amore fra le labbra-un vago uccello
adorna i campi, i boschi,
le strade e il mare.
Bella come il mondo da una mongolfiera.