IL PAZZO

Il pazzo è un vino diverso che sa di more,

un lampo nel buio che reclama attenzione.

E’ l’anomalia d’oggi, mondo corrotto,

ti esige nello schema come un’immensa catena

dove ognuno recita per sé, monotona cantilena

che non ammette diversità.

E’ il gatto di marmo dalle sette vite

che ghigna beffardo;

il cane sciolto, il nodo mai risolto.

E’ la noia, la noia,

i rintocchi d’un vecchio

orologio a cucù che canta le ore della notte,

il silenzio franto

dallo sferragliare della ferrovia.

E’ un frutto mai raccolto,

un granello di sabbia

senza gravità che vola nella luce del mattino

e si deposita poi a sera

senza aver mutato la geografia del proprio destino.

LA FOLGORE D’UN INCENDIO

La miseria rampicava ancora sulle mura,

morte riteneva di palesarsi-

hai una folta schiera di amanti

risoluti a procedere sfidandosi.

Ambivano ad inebriarsi di se stessi

i loro sguardi sognavano di suggere il miele,

amavano il tuo cielo per gli ardori,

erano nati per penetrare nel nostro autunno.

Quanti baci appassionati pascendo

sotto la luna benevola, quanti richiami,

quanti sconfitti per eccesso di brama-

io t’attendo e sarà l’eco del tuo sorriso.

Non c’è foresta arsa che tenga

alla folgore dell’incendio

delle spighe di grano infiammate,

ad un bacio irruento che dice “t’amo.”

T’amo e t’adoro

fra le risa nelle isole,

al limitare delle fertili valli

perché i fiori proteggono l’erba della tua pelle.

INFRANTE CHIMERE

Lambiscimi con gesti di gioia,

una parola d’assedio d’infrante chimere,

una sillaba più vicina alla tua bocca-

mi promette aurore di miele

fluttuando perso nei capelli corvini

dedicandoti, in un sorriso di luna,

strofe d’acqua e di cielo.

Pensieri che non t’appartengono

si tradurranno in note di canto

e ti empiranno d’oro le mani canore.

Frattanto raggianti ruote di pietra

avvolgono il paesaggio rupestre,

raggi d’oro calpestano i campanili.

Tu scrivi margherite sull’erba dei campi.

Quando avvicino il cielo

con le mie mani per destarmi

nelle lame di luce diafana

i tuoi baci si appiccicheranno

come lumache alla mia schiena-

gireranno i calendari e sortiranno

nel mondo i giorni come foglie azzurre;

comparirai nel mio spazio, nel mio anello

ora solo verbo ed inferno.

Ti guarderai in una lacrima,

t’asciugherai gli occhi dove fui-

ora d’improvviso piove verde

ma il mio cielo s’è fatto roseo.

LA MAGIA DEL DESTINO

Il vento ulula sulla mia solitudine,

senza di te il cielo è senza sole

e, la notte, privo d’astri scintillanti

ma quando incrociammo lo sguardo

tovaglie di neve sfavillarono,

finestre s’apriranno in venti di passione.

Quando ci guardiamo negli occhi

coi riflessi neri delle tue iridi

la paura si smarrisce-

immagino un futuro roseo

mentre nella tua assenza

si svuota lo spazio siderale.

Vali più di mille baci,

la vita meno del tuo amore

e mentre muore un daino trafitto da frecce

non avanza che il tempo di provare

a conquistarti, farfalla libera,

unica come una rosa nel deserto.

Cadono e muoiono gli uccelli

ma andremo sino alle stelle

camminando spediti senza ombre

in un sentiero ornato di glicini.

Tutto sarà palese sotto la seta delle lenzuola

che ci attendono baciate dalla magia del destino.

Recensione a Sogno d’amore (Eretica Edizioni) 2022 di Andrea Romanelli, laureato a 23 anni all’Università di Urbino con 110 e lode.

 Uno scrigno di meraviglie!Recensito in Italia il 6 agosto 2022

Come emozionarsi con le parole!

Una lettura intensa che induce un’amabile riflessione sui sentimenti propri dell’essere umano. Poesie da brividi. Mi piace tantissimo. Lascio il libro in auto ed ogni mattina e, prima di andare al lavoro, ne leggo una. Mi sono avvicinato alla silloge “Sogno d’amore” proprio con questo intento. Il mio rapporto con la poesia non è mai stato dei migliori, ricordo ancora con una certa angoscia i versi studiati a scuola.

Galvagni però è tutto un altro mondo. Le sue parole mi hanno davvero colpito. Il suo lavoro è incantevole.
Ultimamente sto tentando di uscire dalla mia comfort zone letteraria. Leggo generi nuovi, sperimento argomenti diversi. Spero così di riuscire a crescere come lettore… e devo dire che questa raccolta mi ha fatto fare un salto in avanti. Leggendo questo libro mi sono reso conto che non tutte le poesie rispettavano l’intensità che immaginavo, conoscendo già ed avendo apprezzato il lavoro del Galvagni. Più della la metà la superavano!

Consigliatissimo. Da leggere e rileggere. Proprio in quei particolari momenti in cui non sai dare un nome alla tua emozione. Chissà che qui tu possa trovare uno scrigno magico in cui rispecchiarti.

BOCCA ILLUMINATA

Le feci io il primo,

vivace passo su questa terra rosata

con un acuto vagito di bimbo

donandole orchidee all’infinito-

sfavillanti come la neve,

ardenti come il sole di mezzogiorno.

Il gallo alle porte d’aurora

avrà frantumato il tappeto della notte

su rulli di vivacità.

Non si leverà tanto presto il capo

verso il sole che si adorna

ma si occulterà dietro gli occhi.

Si leverà poi verso una lama di luce

la tua bocca più vorace d’una mimosa,

bocca celata dietro a ciglia asciutte-

presto si occulterà dietro agli aghi di pino

dispensando sogni nel silenzio-

collana spezzata da parole ribelli.

Un’altra bocca per giaciglio,

amica di erbe febbrili,

selvaggia e buona creata per me

e per nessun altro-

bocca immemore d’ogni linguaggio.

Bocca illuminata dalla mia anima.

IL RIVALE

Forgiata nel corso degli anni

porta la benedizione e la cenere

morde emettendo sibili acuti

ogni foglia del sottobosco-

ha occhi di lucciola libera

nel transitare accesa come un lapillo.

Aprimi le tue labbra, fiamma di luci,

per cogliere il varco al tuo astro,

per aprire tutte le porte del cielo-

io perso nei sogni tuo prigioniero

dei lineamenti leggiadri,

della simmetrica figura statuaria.

Saranno inumidite le lenzuola?

Il mio silenzio è voce d’uomo

che t’indica la via maestra.

Rotoli nell’erba palpeggiata dal rivale

il vecchio sudore del seme un rampicante

di farina che scivola sino alla tua bocca.

Ah lievi, pazze coppe agili

aria che scende in un mare a valle

come il sole a forma di colomba.

Ah sapori, palpebre d’ala viva

con un tremore di fiori.

Ah cosce snelle di miele svestite.

L’ORGOGLIO DEI VIVI

Alla memoria di mio padre

Ascolta l’impalpabile

ritmo del tempo:
sarai pronto nell’ora

dell’agonia

e sconfiggerai le tenebre

con la forza del silenzio;

quella forza

che, tenace, attraversa i secoli

e fa risplendere

con gran fulgore

il mistero cui t’avvicini.

Scaccerai

l’orgoglio dei vivi

con la promessa dell’eternità

e solcherai la vicenda dolce

della tua vita

penetrando il buio

con la tua scorza di diamante.

Vivrai il tarlo che rode

la tua coscienza scalfita

da un senso d’impotenza

con l’onore dell’età,

stinta come quel lenzuolo

di lino che pare scacciare

il freddo dell’abisso

ed io ora, padre, oso

accarezzare la tua fronte

imperlata di sudore

che, in una memoria di bambino,

conservo ancora vergine di rughe.

NELLE TUE LABBRA VI E’ IL CIELO

La luce di quest’aurora

è un tonfo di palme

gioco esaltante di domande

assenza di rischio di rifiuti-

per le vicende del giorno

la parete perderà i suoi ciottoli.

La luce di quest’aurora,

i seni spogli dei miei sguardi

gli olezzi multipli d’un mazzo di fiori

dalle rose ai ciclamini

passando attraverso i girasoli,

la viola del pensiero.

Il rumore delle pietre,

della risacca del mare-

sfiora anse di rena in cui ci stendiamo

frante dal bagnasciuga del frangiflutti.

Il miele della tua pelle, la fragranza del pane

dalle orchidee delle stelle scendono gabbiani implumi.

La luce di quest’aurora,

fiamma che ti rigenera

nasce verde e muore d’erba.

I primi balbettii di felicità

furono sotto veli di rugiada.

E nelle tue labbra vi è il cielo.

L’ARCOBALENO

Annego nell’inchiostro

la seta fine che avvolge

il mio sonno

tra voli notturni

di pipistrelli e schiamazzi

mattutini delle lavandaie.

In un’ aria di carta

cerco di dirigere

il traffico delle mie passioni

e, lasciandomi lambire

dalla brezza amica,

mi riposo all’ombra

della grande quercia

ascoltando canzoni di ieri.

Il tempo, intanto, immemore

delle mie sofferenze,

ambisce solo a spargere

la mia cenere dolce

nell’armonia dello spazio remoto

dove le stelle per noi son morte

e non c’è un arcobaleno

che, dopo le vicende della vita,

si stagli nel cielo turchino e muti

la nostra essenza dall’ombra alla luce.