Recensione del Prof. Carlo Di Legge alla mia decima silloge Le note dell’anima (Transeuropa) 2020.

Il nuovo libro di Marco Galvagni tiene fede al titolo: si tratta di annotazioni tratte dall’anima, questi versi di caratteri molto vivi, visivi come nella più pura tradizione della poesia, sono dovuti all’intimità di un’anima solitaria, introversa e dedita, entusiasta e tormentata, indomabile all’apparenza. Le tre composizioni dell’inizio (Via Mario Pagano, L’arcobaleno, L’orgoglio dei vivi) fanno pensare alla possibilità di una svolta tematica. La prima è infatti dedicata alla strada dove sono le memorie del poeta, in un respiro che si apre alla gente, all’umanità; la seconda alla visione serenante di un arcobaleno sulle vicende della vita; la terza, alla memoria del padre. E non è detto che una svolta non si dia in futuro, ma non è questo il caso. Si tratta solo di una premessa, in queste tre poesie, perché subito il libro diventa, come di consueto, un canzoniere d’amore. La visione della donna amata, che ha un nome (si veda la dedica; passim, e anche la poesia di chiusura) e dunque connotati di realtà nella memoria dell’individuo, appare ispirare tutta la silloge. Non si tratta tuttavia di una immagine di necessità felice, perché s’intuisce l’intrusione del dolore, pur combattuto (“Non lasciare…”, p. 14) da un animo forte, forte sia pure di “illusioni” (non sta a me scoprire quanta parte abbiano l’illusione e la speranza nella storia della poesia). La realtà della memoria e il realismo delle immagini, tratte dalla vivente esperienza, si mescolano di continuo con la potente immaginazione, il lato erotico e realistico con le sublimazioni mediate da figure della natura e dell’opera umana: “il camino/… più d’ogni stella/illumina le pareti della stanza che tu hai scosso di gemiti” (p. 35). Le possibilità del singolare, nella stessa composizione, trapassano dalla prima persona, il tu della passione, alla terza, il lei del mai creduto distacco, fondendosi con l’io del poeta e con il plurale, il noi ricordato, immaginato adesso, anche auspicato.

Carlo Di Legge

La più femminea

Sei giovane e più preziosa del quarzo,

la più penetrante d’ogni pensiero

che solchi la frescura del corpo,

la più femminea tra le stelle,

colei che s’è svincolata

dalle sponde d’un ghiacciaio.

I frutti della terra nel sole

hanno fiammeggianti colori-

tu l’illumini col tuo amore

e per accendere la mia vita

i tuoi baci non cercano altre labbra,

a ruota libera ne giunge il respiro.

Ogni aurora è schiusa come uno sguardo

alle delizie del tuo ideale calore,

in una nuvola di torpore

una nuvola di carezze

d’una donna di panna

luna che occhieggia.

Prigioniera fedele e intelligente,

socchiudi un mondo cangiante e fino,

un universo tiepido e dolce

sotto le nuvole delle tue palpebre

nel solo sorriso d’un bacio

perché sei donna in ogni tua stilla.

Il mandorlo fiorito

Se tu emettessi sibili acuti

laddove il mio cuore batte

presso la costa frastagliata

risuonerebbero con un suono di ruote

come acque tumultuose, come sangue

con un crepitio di fiamme che ardono.

Hanno il rumore dei sogni

o dello scalpitio di cavalli

e se soffiassi sul mio cuore

sul limitare della schiuma

sarebbero rintocchi di campane

che m’accenderebbero di stelle.

Facendo notte sul litorale

cadrebbe, in una pioggia a sciame,

il mandorlo fiorito del tuo cuore

e pulserebbe con un ronzio di conchiglia-

tu saresti l’unica perla preziosa

d’un’ostrica colta sul fondale.

Il mare custodisce le sue ombre,

i suoi garofani azzurri

e risuona come una chitarra

con le sue acque blu cobalto

in un beneagurante sprizzare

di schegge di bottiglia.

Fra una petraia e un ciclamino

Fra il carcere e l’aria libera,

tra i pugni e le carezze,

fra una petraia e un ciclamino

vi son diversità più ammalianti

che tra la pioggia e il vento,

l’uomo e la donna.

Mio elemento primario

cespuglio di metamorfosi

il tetto delle stelle si distendeva

in un dicembre di corvi

che sfumavano nelle nebbie

della mia solitudine.

Ho sempre temuto il tuo silenzio:

vi nascono idee senza ragione,

assenza di palpiti di fremiti,

lo stucchevole rame

assai meno lucente della tua cute

dirimpetto alle persiane dei vetri.

Il tuo volto fendente,

landa affatto deserta

perché sei tagliata apposta

per l’amore e il piacere-

in un gomitolo di lenzuola

te ne starai nuda supina.

Il mondo da una mongolfiera

Scappa attraverso il paesaggio rupestre,
capelli corvini e occhi scuri,
fra le fronde e le carezze del vento
gambe tornite in calze di sabbia,
immemore in tutti i veli di ruscelli.
Ultimo palpito s’un volto trasfigurato.

Nella placidità del suo corpo
avanza una sfera di neve,
sulla pelle un neo di silenzio.
Le sue mani, archi canori
frantumano ogni luce d’alba.
Nella sua dimora conta i minuti.

Per la sua stella,
esplosa nell’aria di dicembre,
per regalarsi gli occhi, per vivere giunti
sino alle praterie in fiore,
per regalarsi immenso amore
per donarsi le iridi all’ultimo secondo.

Per dormire nella luna
in quattro pupille, il sole nelle medesime.
Un amore fra le labbra-un vago uccello
adorna i campi, i boschi,
le strade e il mare.
Bella come il mondo da una mongolfiera

UN ALBERO

Un vago albero

i cui rami son ruscelli

bevono alla sorgente del sole,

i pesci squamati d’argento

cantano come perle,

padroneggiano i miei capricci.

Poi una donna dalla bocca di fragola,

di rose vermiglie che s’aprono come conchiglie

è fiamma braccata dalla linfa dei desideri,

sarà amante irresistibile impastata di rosa-

sul tappeto erboso ci rotoleremo

fra carezze di rugiada.

Il suo delirio,

il suo amore ai miei piedi,

feriti dagli aghi di pino;

le conchiglie dei suoi occhi corvini,

limpida sotto le sue smagliature-

fucina di tutti i miei sogni.

In questa foresta che brilla

di cento uccelli muti

nella notte dell’albero

sei un fiore bruciato nell’aria erosa,

nessun altro colore ha il sopravvento-

si manifesta in un sentiero di carne.

Distillare le coppe del tuo oro nero

sino all’ultima goccia di sonno.

L’orgoglio dei vivi

Alla memoria di mio padre

Ascolta l’impalpabile
ritmo del tempo:
sarai pronto nell’ora
dell’agonia
e sconfiggerai le tenebre
con la forza del silenzio;
quella forza
che, tenace, attraversa i secoli
e fa risplendere
con gran fulgore
il mistero cui t’avvicini.
Scaccerai
l’orgoglio dei vivi
con la promessa dell’eternità
e solcherai la vicenda dolce
della tua vita
penetrando il buio
con la tua scorza di diamante.

Vivrai il tarlo che rode
la tua coscienza scalfita
da un senso d’impotenza
con l’onore dell’età,
stinta come quel lenzuolo
di lino che pare scacciare
il freddo dell’abisso
ed io ora, padre, oso
accarezzare la tua fronte
imperlata di sudore
che, in una memoria di bambino,
conservo ancora vergine di rughe.

Seconda classificata nel Premio Internazionale Olympia-Città di Montegrotto (PD) 2004.

Pubblicata nel 2004 dalla rivista nazionale Poesia.

Poesia apprezzata dal Sig. Giuseppe Conte.

COME ROCCIA E COME GALLO

Battevano le campane della neve

in un dicembre fra i nostri segreti

tu m’infondevi coraggio

con te ogni annata sarà lieta-

l’alito di pesca delle mie labbra

sarà l’avventura d’un elemento primario.

Solo per quest’anno

serberemo la resistenza di giovinezza,

la nudità dell’erba

dei tuoi occhi luminosi-

presto sentirò le tue labbra dischiuse

in tre minuti d’acqua cristallina.

Come roccia e come gallo,

un gallo simile a un incendio d’oggi

è un frullo di colori

la luce folgorante

babele d’antica memoria

per dissipare pene e sonno agitato.

Mi muovo a stento nell’ombra

quanto basta a disegnare il cielo

per raccogliere nidi di piacere,

il lieve tocco delle mani di seta,

nidi di carezze aguzze come la serpe

ciò che basterà per raccogliere baci di velluto.

Il silenzio acuto del mattino

Alla memoria di mio padre

Ho annodato
a ciottoli levigati
il fluire dei miei ricordi.
Forse era l’aurora cremisi
che si specchiava nei solchi
delle rare onde,
forse la magia
del silenzio acuto del mattino.
Forse la quiete infinita
ed il confluire d’umane speranze
tipici d’ogni alba
in qualunque angolo del mondo.
Forse un po’ di tutto ciò
mischiato all’amore per la vita:
e noi in simbiotica armonia
su quei greti ci trovavamo,
padre,
ed era l’acuto silenzio
delle nostre illusioni,
la genesi
delle nostre buone intenzioni.
Era la folgorante attesa
d’un alito di luce
a farci muovere, padre,
laddove ormai sono avanzate
poche manciate di rena
e l’acqua ha reso canute
persino le amiche conchiglie.

Agosto 2001

Poesia vincitrice assoluta del Premio Age Bassi-Città di Castiraga Vidardo (LO) 2002.

Pubblicata dalla rivista nazionale Poesia nel 2002.

L’ARCOBALENO

Annego nell’inchiostro
la seta fine che avvolge
il mio sonno
tra voli notturni
di pipistrelli e schiamazzi
mattutini delle lavandaie.
In un’ aria di carta
cerco di dirigere
il traffico delle mie passioni
e, lasciandomi lambire
dalla brezza amica,
mi riposo all’ombra
della grande quercia
ascoltando canzoni di ieri.
Il tempo, intanto, immemore
delle mie sofferenze,
ambisce solo a spargere
la mia cenere dolce
nell’armonia dello spazio remoto
dove le stelle per noi son morte
e non c’è un arcobaleno
che, dopo le vicende della vita,
si stagli nel cielo turchino e muti
la nostra essenza dall’ombra alla luce.

Poesia seconda classificata nel Premio Nazionale Emma Piantanida (Legnano) 2001 e nel Premio Nazionale alla memoria di Maribruna Toni (PI) 2004.

Pubblicata dalla rivista nazionale Poesia nel 2003.