Recensione a Dieci dolcezze (Puntoacapo, Savona) 2020 del Prof. Carlo Di Legge.

Da un milanese forse ci si aspetterebbe altro; Galvagni contraddice quel cliché, egli sembra piuttosto un latino, o quanto meno un portatore di colori e di luce mediterranea. In lui spira l’aria del mare, della libera natura. Egli è un sudamericano nato a Milano. Il tema della poesia di Galvagni è uno soltanto: la donna. Non ho affatto intenzione di esaurire gli argomenti del libro, ché non sarebbe possibile. Al lettore il piacere della scoperta. Il riferimento dei pochi dati di realtà non è a una sola donna, o almeno così sembra, ma all’universo femminile, a partire da una ragazza “reale” ma appartenente al trascorso. La donna è desiderio di unità nel due, “nel dolce sogno d’una vita comune” (p. 40). D’essere condotto “per mano”, “verso una vita felice,/verso l’inferriata/che mi divide da me stesso” (p. 49); o anche, le si dice, “verso una vita lieta,/divelgi l’inferriata che mi divide/dal tuo sorriso che tutto occulta” (p. 53); colei con cui già (s’immagina) “Viviamo in un solo zampillio,/apparteniamo al porto più felice”, mentre “più oltre tutto è macerie” (p. 66). La donna è desiderio, amore d’amore, da parte del poeta, desiderio d’essere desiderato (pp. 29, 61) e amato (pp. 29, 79). Rimedio sicuro alla solitudine, lo stato che viene più volte menzionato (pp. 36, 43, 44, 71) ed è in grado di sondare “la mia mente penetrando nell’anima” (p. 65). Ferrari, nella postfazione, scrive che Galvagni è decisamente ispirato dalle radici della poesia occidentale, ripercorrendola tutta, compresa la tradizione cortese del medioevo; aggiungerei che ciò rischierebbe, di per sé, di collocarlo fuori tempo, decisamente e da molti punti di vista. Ma intanto, mi sembra sia vero. Tuttavia, oltre a concordare sullo spirito di tale collocazione, direi che c’è dell’altro, che non sfugge a Ferrari, quando egli accenna al “repertorio lirico-erotico” di questo poeta: qualcosa dei suoi versi lo rende modernamente antico, scrive Ferrari.

Carlo Di Legge

La danza gialla delle foglie

Ascolto le note musicali della tua voce

venuta dalla terra per salire al cielo,

spio i tuoi tratti corvini:

ecco la tenerezza dello sguardo di seta,

la tua bocca, parola senza eco.

Avverto salire a tentoni il muschio della tua pena.

E’ la guerra oscura del cuore,

la lama spezzata di angosce commosse,

l’ebbrezza dei desideri.

E’ questo la mia vita:

l’acqua che i tuoi occhi mi recano,

il concerto di voce dei tuoi sottili pensieri.

Ah, coppa, ruscello, mia agile, futura compagna.

Scorgo le coppe nella danza gialla delle foglie.

Ti giunge ululando il vento

nell’ora del sangue fermentato

quando la terra palpitando vibra

sotto il pallore del sole che la riga con code d’ombra.

Eccola, la tua forma familiare,

ciò che m’inonda

che mi empie l’anima in abbandono,

la tenerezza che s’avvolge alle mie origini:

matura in una carovana di frutta

uscendo dal tuo cuore come il vino dal centro dell’uva.

Infrante chimere

Lambiscimi con gesti di gioia,

una parola d’assedio d’infrante chimere,

una sillaba più vicina alla tua bocca-

mi promette aurore di miele

fluttuando perso nei capelli corvini

dedicandoti, in un sorriso di luna,

strofe d’acqua e di cielo.

Pensieri che non t’appartengono

si tradurranno in note di canto

e ti empiranno d’oro le mani canore.

Frattanto raggianti ruote di pietra

avvolgono il paesaggio rupestre,

raggi d’oro calpestano i campanili.

Tu scrivi margherite sull’erba dei campi.

Quando avvicino il cielo

con le mie mani per destarmi

nelle lame di luce diafana

i tuoi baci si appiccicheranno

come lumache alla mia schiena-

gireranno i calendari e sortiranno

nel mondo i giorni come foglie azzurre;

comparirai nel mio spazio, nel mio anello

ora solo verbo ed inferno.

Ti guarderai in una lacrima,

t’asciugherai gli occhi dove fui-

ora d’improvviso piove verde

ma il mio cielo s’è fatto roseo.

Recensione 5/5 su ibs a Le note dell’anima (Transeuropa) 2020 di Marco Galvagni curata da Valeria Bianchi Mian.

“Le note dell’anima”, l’ultima creazione del poeta Marco Galvagni, è una raccolta di versi davvero coinvolgenti. L’impressione che ne ricavo, è fiabesca, lucente; lumi immaginali si accendono nella notte, sulle note che sembrano suonate dal flauto di uno spirito antico, una melodia che emerge dai boschi insieme a Orfeo, Pan, Dioniso, Hermes. Le parole brillano come fili d’erba nei prati, in danza di fauni e ninfe, canto di magiche acque che attraversano il tempo e ci portano la bellezza della quale gli dei permeavano ogni cellula umana. Un’epoca in cui uomini e donne erano uniti alla Natura.   Mi appare chiara la salda relazione che l’autore intrattiene con la propria Musa. Lei che ne abita l’ispirazione, condivide con lui la creazione che emerge necessariamente dalle passioni, dalle gradazioni del fuoco. Non c’è lirica in cui Natura sia assente; non c’è verso di lasciare il vento, il sole, le nubi, le onde, le stagioni fuori dal foglio. La poesia è là dove la vita pulsa.  Nella postfazione alla silloge, anche Emilia Fragomeni riprende il tema che per me è evidente: Natura e Animo sono in Marco Galvagni un binomio antico, la fonte dell’eterna giovinezza del sentimento, il “soffio vitale” – e come non pensare a Psiche, sempre e ancora alla ricerca del suo Eros? Se il poeta fosse colmo della realizzazione d’ogni desiderio, il suo canto non avrebbe luogo, penna e metafore. Se, per contro, la voce che grida e dialoga, e compone versi fosse priva di desiderio, non potrebbe far altro che evocare quelle note che fanno di lui strumento di una musica unica al mondo.  Silloge vivamente consigliata.

Valeria Bianchi Mian

La più femminea

Sei giovane e più preziosa del quarzo,

la più penetrante d’ogni pensiero

che solchi la frescura del corpo,

la più femminea tra le stelle,

colei che s’è svincolata

dalle sponde d’un ghiacciaio.

I frutti della terra nel sole

hanno fiammeggianti colori-

tu l’illumini col tuo amore

e per accendere la mia vita

i tuoi baci non cercano altre labbra,

a ruota libera ne giunge il respiro.

Ogni aurora è schiusa come uno sguardo

alle delizie del tuo ideale calore,

in una nuvola di torpore

una nuvola di carezze

d’una donna di panna

luna che occhieggia.

Prigioniera fedele e intelligente,

socchiudi un mondo cangiante e fino,

un universo tiepido e dolce

sotto le nuvole delle tue palpebre

nel solo sorriso d’un bacio

perché sei donna in ogni tua stilla.

L’ora esatta

Sia l’ora che il tuo amore

si propaghi in me,

ch’io non resista più

a questo gelido inverno;

vidi la tua mano

dalla pittura sgargiante

e ora lasciami coi tuoi baci.

Copri la luce

di questo gelido mese col tuo aroma,

serra l’uscio della dimora

con la morbidezza della capigliatura

e non dimenticare di destarmi

nelle aurore di neve.

Non dimenticare ch’io sono

come un pargolo smarrito

che cerca nel letto le tue dita,

un liquido, come il tuo,

scintillante d’energia.

Amor mio,

non desidero altro che tu sancisca

l’ora esatta della  luce.

Lingua di fata

Donna colta in un mazzo di spighe,

in un roseto,

la tua pelle è un frutto maturo

immergendomi in una cute madida

e la tua anima, candida come un giglio,

ha il nitore degli specchi.

Ti posso donare solo sogni di polvere

che fuoriescono dal mio cuore con un lamento,

sogni che corrono come cavalieri alati

colmi di aneliti e trepidezza.

Posso amarti solo con una ghirlanda,

papaveri e baci.

Con onde che s’innalzano azzurre

giungendo a te, lingua di fata,

in acque pensierose

sul velluto dell’erba umida

nuotando controcorrente, com’è

nella vita il nostro cammino.

Fra grida d’uccelli nella bruma,

tra fitte punture di pioggia

con ali bagnate

in una corolla d’acqua

noi, figli del vento,

svetteremo al firmamento come due rosse binarie.

Prefazione a Un amore assoluto (Eretica Edizioni) 2023.

Prefazione

   L’amore assoluto di Galvagni è senza legami: esiste in sé e non ammette giustificazioni se non quelle legate alla sua cantabilità. Il libro, in sé concluso come nella migliore tradizione dei cantari d’amore, apre a prospettive oggi inedite per la poesia: una vera e propria rivoluzione, si potrebbe definire così, è infatti la scommessa dell’Autore di versare parole come miele e dedicare un’opera letteraria al più antico e nobile dei sentimenti. Oggi questa è cosa rara, in un panorama poetico in cui il termine amore sembra essere quasi bandito o sottaciuto. Da qui l’originalità di un libro che va solo letto.

   Analizzando l’evoluzione intera della silloge, forte è il riferimento al Catullo dell’Odi et amo, epurato però dal dissidio interiore e dal dubbio: un Catullo rivisitato in chiave moderna, penetrato dalla dolcezza di una poetica, quella di Galvagni, che si esprime per immagini e parole alate. Nulla nell’economia del libro, del resto, si deve al dubbio catulliano, se non l’atmosfera rarefatta, ancestrale; tutto procede per concatenazione analogica di termini simbolici, puri, sempre in grado di levigare, contenere.

   Addentrandosi nella lettura dei testi, poi, sicuramente prevale l’ immagine forte di una dolcezza di ape che si posa sui fiori, quasi a emblema di fecondità e pienezza e, cifra tipica della poetica di Galvagni,  come contrappasso di un caos ridefinito e depotenziato all’interno di un non luogo in cui l’unità dell’Essere viene ricostituita grazie al candore del sentimento e alla certezza di una parola solida, che sa dire ma velare.

   Che sia chiaro, non è ovvietà, questa; è completezza, ordine, come se il verso di Galvagni aspirasse a una sorta di armonia tra forma e contenuto capace di restituire al lettore la certezza di un patto poetico, quello di credere alla compenetrazione dei corpi, agli atti che escludono la frammentazione e alludono alla completezza e che, in quanto tali, generano unità assoluta, senza vincoli. Tale unità può essere determinata soltanto dal patto d’amore: Amor mio / non desidero altro che tu sancisca / l’ora esatta della luce (…) scrive Galvagni in una delle liriche più compiute del libro.

   È il verbo sancire che determina il timbro e la sostanza del fatto poetico: soltanto l’amore si dichiara e rende fruibile un reale che, sullo sfondo, resta in parte sotteso, inglobato all’interno di un linguaggio compatto, denso di colori e profumi. Svanisce così il mondo della quotidianità, restituendo al lettore il fatto poetico puro, filtrato talvolta dalla simbologia floreale e da quell’ idea forte di una poesia che raffina e si alza verso il cielo per comunicare purezza, desiderio. Così accadeva nello Stilnovo.

   Galvagni, in tal senso, appartiene a una tradizione quasi archetipica che coinvolge e convince; tradizione che viene superato grazie allo scarto levigato di un linguaggio personale in grado di restituire, in un tempo presente fatto di velocità, il piacere della lentezza, tanto caro a Calvino, tanto necessario a chi si avvicina alla poesia per tenerla con sé, farne atto proprio.

                                                                                                                                                                         Ivan Fedeli

Recensione a Sfogliando il tempo, Gabriella Paci, edizioni Helion gennaio 2021

Gabriella Paci (nata a Cortona (AR) ma attualmente residente ad Arezzo) con Sfogliando il tempo è alla sua quarta silloge, le precedenti sono state pluripremiate sia in Concorsi Nazionali che Internazionali. E’ anche membro di Wiki poesia e Poetas du mundo.

Anche questo volume contiene una poesia terza classificata al Premio Mondiale Nosside 2020 che riporto qui di seguito:

Numeri

Non leggo più la vita

nel quaderno dei sogni

ma nel registro dei conti.

Aggiungo, sottraggo, storno

poso cifre sul cuscino che

riporto negli occhi del mattino.

Anche sul calendario si sfogliano

i giorni e i numeri corrono su

treni veloci in cerca di arrivi

partenze, ritorni e ritardi.

E’ questa vita un viaggiare

sui binari sghembi di cifre

impazzire e stazioni senza sosta.

Anche l’ombra scesa sui tetti

ha una misura che si perde

nella gola del tempo e che

ha già il sapore del passato.

Non ho issato ancora la bianca

bandiera della resa anche se

sventolano vittoriosi i numeri

della perdita che solo il sonno

può placare in rare notti di grazia.

La caratteristica principale di questa silloge (che si compone di tre sezioni: Passate stagioni, Tempo fragile e Ricorrenze) è di essere composta da liriche introspettive che seguono un percorso di scavo interiore. Non sono, però, rivolte all’Io narrante; cercano, piuttosto, di lasciare in eredità a tutti, partendo non da una fenomenologia dello spirito ma del mondo esteriore, una voce forte e univoca.

Nella prima sezione, Passate stagioni, vi si possono leggere poesie dedicate, appunto, ai momenti salienti del passato: emozioni, ricordi e primi palpiti amorosi; nella seconda, Tempo fragile, s’analizza questa difficilissima situazione che tutti stiamo vivendo e vi è persino la lirica (pag. 50) Pensieri molesti esplicitamente dedicata al Covid; nella terza, Ricorrenze, si riscontra, appunto, come determinate circostanze od eventi ricorrano nel tempo.

La poesia di Gabriella Paci è emblematica per la sua rilegatura e la coesistenza all’universo esteriore; al contempo un viatico verso la sua vita più recondita e una sorta di lente d’ingrandimento sull’esterno. Se in poesia esiste un’ interazione fra il mondo dei sentimenti e quello dell’anima nella Paci questa tangenza diventa osmosi.

Liriche che s’esprimono in maniera lineare, lessicalmente e semioticamente molto ricche, non con versi ipermetri ma che possiedono connotati d’alta unità espressiva e sono ben levigati con un susseguirsi di pregnanti metafore.

La poetessa aretina, per l’alto livello della sua produzione, meriterebbe di pubblicare i suoi libri con Case Editrici veramente prestigiose.

Marco Galvagni