AURORE DI TRECCE

Lasciami la fragranza di sale dei baci,
te che fosti il gladiolo selvaggio
d’ideali strappati alle stelle
in uno spleen di rassegnazione –
ora invece mimosa d’un verde prato fiorito
presso il frangersi infinito di onde.

E’ il suono dal timbro di cielo
dei tuoi capelli e dei baci salati
al giacere uniti sulla sabbia fine –
il bagnasciuga assomiglia al nostro amarci
in una rena d’amore, accarezzandoti
nel velo di timide e umide aurore di trecce.

UN’ALBA DI NEVE

In un’alba di neve, bagnata da un sogno e da aghi di pioggia,

un’alba di miracolose resurrezioni di farfalle,

tu, prima stella da qui all’infinito,

sei avvolta in una carezza di luce –

io felice per averti trovata

fra le crepe di uno specchio.

Sbagliando strada ma arrivando lo stesso alla neve

in quell’inverno vestito di sorrisi

appena accarezzato il colore dei nostri pensieri

era come se già piovessero –

per un incantesimo triste della brezza del tempo-

i primi fiocchi del nostro ultimo arcobaleno.

L’AZZURRA SALUBRITA’ DELL’ARIA

Sei la pianta maggiore

coinvolta nel mio fuoco

bionda con aroma di rugiada.

Stella dalla fronte spianata

il tuo cuore, i tuoi occhi

per me son astri.

Rondini a primavera

veleggeranno nel cielo

in un gruzzolo di luce,

diafani l’acqua, le terre,

gli anelli di frescura

nell’azzurra salubrità dell’aria.

C’è un vento d’uragano,

uragano di future passioni-

ci proietta nella brezza

che s’accende in steli di luce

nel solleone dell’estate imminente,

nelle fumate dell’autunno.

Andremo sul greto d’un fiume,

palpebre dischiuderanno intriganti

occhi nocciola di stella.

Sul lungofiume dalle labbra umide

sognando la tua pelle ramata

svanisce ogni assedio di pena.

SCHEGGE DI STELLE

Quando fra schegge di stelle risuonano campane d’aurora
mi desto nel gomitolo di lenzuola del primo raggio,
c’è un velo di nebbia nel cielo dei desideri,
noi in un cantiere d’amore come in ogni alba
figli d’un destino errante dalla pronuncia naif,
palme sorridenti s’un isola in un deserto scritto.

Ecco che trionfa l’azzurro, balena come una domanda
in un’acqua di gioia, ognuno lieto del proprio destino
vivida ancora l’emozione delle carezze notturne
esulì in un verde canneto nel lago di fango predisposto
come i cantori di meraviglie universali,
io della tua nella dolce ebbrezza di starti accanto.

E’ un armonico concerto d’idee che si staglia
nel sorriso cangiante del sole, io perso nei tuoi canti di voce,
la musica sottile della tua anima espressa in drappi
nell’immobile fiamma della calma del cielo
solo tu la rosa più profumata del bosco
allietato persino da dolci effluvi di pruni e ginestre.

Tu mi piaci perchè ogni dolce pensiero è sotteso,
sgorga ripido come un ruscello tra i sassi dell’impazienza
e viene a valle in una possibilità che si fa mare
in cui nuotare come una benedizione, acqua di tedio franta
dalla prima volta che incrociai i tuoi occhi in quella casa
dove soffiammo insieme sulla brina dei vetri, in un’idea di libertà.

Recensione a Miosotide, Maria Teresa Liuzzo, A.G.A.R. Editrice 2009.

Miosotide è un notevole libro di poesie della poetessa di caratura e di spessore di Reggio Calabria Maria Teresa Liuzzo.

Le liriche di tono amoroso che lo compongono, in cui l’autrice vede l’amato come “piuma delle mie pupille,” hanno un carattere e una denotazione più metafisica che tangibile. S’avvicinano alla poesia orientale di Mira Bai ed anche di Li Po possedendo una levità, un distacco dalla soggettività, una ritualità che però non sconfinano mai nel tono impersonale. L’amore, in Miosotide, cerca ciò ch’è interiorizzato lanciando un’aerea rete di aneliti: è la sintesi superba di amante e amato.

Vi si riscontrano vaghe reminiscenze tagoriane, grande Premio Nobel bengalese nel 1913 ( a soli cinquantadue anni, il più giovane della storia della letteratura) perché l’io narrante si distacca dallo spirito per compenetrare l’anima dell’amato. C’è comunque, a tratti, passione, fervore e desiderio, appellativi inscindibili dall’oggetto-amore. Ma è una poesia che non possiede niente, ad esempio, del fuoco e dei baci del Premio Nobel il 10 dicembre 1971 Pablo Neruda. Vi si versifica, al contrario, d’un sentimento etereo, alto e complesso tra la sofferenza, la gioia e i palpiti.

Un amore che ci insegna a riempire il vuoto che sentiamo, scrive il mistero sull’infinito e desta immagini e visioni cromate ma possederle è arduo, veleggiano nell’aria, sono inafferrabili. Amore colto in una teofonia, una visione solare. Le immagini entrano l’una nell’altra in una melodia continua e progressiva, un alfabeto di grafemi tracciati con sapienza, suonando con note audaci la fisarmonica di versi che compongono poesie tutte dal registro stilistico senza sbavature. Le visioni si ispessiscono e diventano più forti quando, nelle poesie ben levigate che compongono Miosotide, sono i simboli dell’universo esterno a creare un viatico verso l’interiorità della poetessa, una lente d’ingrandimento sul suo mondo composto di sentimenti ed aneliti. Soprattutto quando questa tangenza si fa emblema rivelatore del suo mondo più reale che onirico in un dolce connubio fra universo e substrato animico.

Un libro, Miosotide, che ha altissime valenze poetiche.

Tutte le liriche sono di assoluto valore ma alcuni versi sono pura poesia. Solo per citare gli esempi più rilevanti:

a pag. 28 “la viltà della prudenza/che si nasconde/in una piuma d’ombra…”

Poi “Oceani di giunchi” sono i pensieri che scorrono.

A pag. 34 la chiusa “forse ti troverò/dove siepi fiorite accarezzavo.”

La rilevante e sofferta “Un pensiero lontano mi raggiunge,” a pag. 43, intensa in ogni sfaccettatura e che dimostra una mirabile capacità espressiva nonché ricchezza semiotica.

A pag. 46 “e tu dentro di me/fai scorrere i giorni/del futuro.”

A pag. 77 “Diventa lo scriba/che incide con lo stilo/la leggenda degli amanti”

A pag. 82 “E, poi, sei cielo/che inventa/i suoi colori/ed invidia il verde/dei miei prati”

A pag. 84 “precipitiamo/come stelle d’ombra”

A pag. 90 “il papavero/che ha sottili petali/ma anima di fuoco”

A pag. 99 “fiori/che lanciano i colori/dentro gli occhi”

A pag. 104 “e le fa ciglia ed occhi/che disegnano fantasie”

A pag. 113 scrivendo dell’amore “s’insediò nell’anima e fiorì/come rosa nel deserto.”

A pag. 117 “penetri in me/e mi porti le stelle/dentro il petto e fiori/di luci e di galassie”

A pag. 118 la chiusa “…mi sfogli,/come il vento/le pagine di un libro.”

A pag. 125 “La morte ci sfiora e noi siamo/farfalle e fiori nei suoi occhi/e il suo sguardo ali e petali”

Da segnalare, infine, il parere molto favorevole su Miosotide di Giorgio Barberi Squarotti che, in una lettera del 25 ottobre 2008, esordiva scrivendo: “Cara e gentile Signora, mi congratulo vivamente con Lei per il grandioso e ricchissimo volume di poesia e di critica” E concludeva: “Grazie del dono.”

Marco Galvagni

Recensione a Inganni travestiti d’incanto, Silvia De Angelis, Montedit 2013.

Il libro di poesie Inganni travestiti d’incanto della notevole poetessa e scrittrice romana Silvia De Angelis ha come obiettivo di colpire la sensibilità del lettore creando un connubio tra universo esteriore e quello dell’anima che nella De Angelis diventa tangenza. Si esprime in maniera altamente simbolica con pregnanti immagini metaforiche che vanno a lambire ogni anfratto dei sentimenti e della fisionomia di paesaggi a volte onirici a volte reali creando ed empiendo il proprio mondo di capsule che compenetrano poesie d’amore, descrittive o sulla natura. Le sue sono visioni liriche che s’inseriscono nei canoni tradizionali, quasi postmoderni e si rivelano e si dischiudono audaci nell’esplicicitare situazioni contraddittorie con la memoria degli eventi che possiede una funzione precipua in questa silloge dove le situazioni si susseguono e si traducono in grafemi come luci che s’accendono.

Da segnalare alcune poesie. In primis la lirica d’apertura I tuoi passi per la sua rilevanza: è risultata prima classificata nel difficile Premio Letterario Città di Melegnano 2011 e narra del suono cadenzato di passi che “avanzano nella salita brulla del mio essere donna” fra “luci ed ombre di corallo” mentre la coscienza avanza in una strada priva di suoni “barattando intenzioni taciute/diseredate da ragioni sciolte nel corso d’una ruga.” Una poesia di spessore, meritatamente premiata con la vittoria assoluta. A seguire, nella pagina successiva, la chiusa di Quel vagito: “Riaffiorano eremiti sensi vorticanti/nello scandire l’enfasi d’un enigma diafano/nella dissonanza d’un male oscuro/specchiato in un vagito di piacere…” Anche nella poesia Un guizzo di luna è mirabile la chiusa: “un guizzo di luna/gioca su fiordi intagliati dal sole” Mi sento di segnalare anche quattro versi della parte iniziale de Il senso magico dell’amore: ”le mani stanche in un lieve volteggio di polsi/non distinguono l’entità del vuoto/un vuoto abbarbicato su brame di silenzio/non ha didascalie.” Sguardi scivolati (poesia di chiusura) al contrario delle altre si distingue nei cinque versi dell’incipit: “Distanti dall’alito accostante d’amore/ci soffermiamo sul planare di mordenti emotività passate/suppliscono un trafelante vento/capace sbriciolare riccioli di passione/sbriciolata nei sotterfugi del tempo.”

La poesia di Silvia De Angelis è tendenzialmente ostica alla prima lettura ma, poi, si comprende come abbia il dono della sintesi e vi si possono anche ammirare precisione e levigatura. Una silloge composta da liriche mature frutto dell’esperienza (sicuramente non solo poetica) accumulata nel corso degli anni e che le ha consentito di raggiungere vette siderali. Inganni travestiti d’incanto è un libro che presenta mille sfaccettature intersecate splendidamente verseggiate con la capacità di meravigliare il lettore ad ogni pagina e di fargliene gustare l’afflato poetico.

Libro assolutamente da non perdere d’una poetessa che meriterebbe ben altro contesto editoriale.

IL BATTELLO DEI SOGNI

La luce dei tuoi occhi è al limite di primavera

dove ogni gesto si tocca, s’interseca

dapprima solo rosso incenso

ora sottobosco dal profumo di pruni,

nuvola immobile nell’azzurro,

violino che suona un armonico concerto di note.

Ti racconterò dei tuoi occhi,

del loro colore ambrato,

folgore d’una scintilla d’un alfabeto d’amore.

Davanti all’uomo conquistato

sei cieca esaltazione, regina

ingenua come un fiume nel deserto.

Fra le aurore e il frangiflutti delle notti

vi sono ghirlande da coltivare,

te ne pongo una al collo di panna.

Fra i tuoi occhi e il mare

immagini d’onde di passione,

il nostro nido come quello d’una coppia di rondini.

Il battello dei sogni

veleggia in un lago dorato,

la terra inseminata attende i tulipani.

Sei la superba avventura del maggio odoroso

nei tuoi occhi vi son perle ogni giorno

più incantevoli d’un mazzo di fiori alle campane dell’arcobaleno.

Recensione a Favolesvelte, Golem Edizioni 2016, Valeria Bianchi Mian.

Come scrive la psicologa, psicoterapeuta nonché scrittrice Valeria Bianchi Mian a proposito del suo notevole volume Favolesvelte:

“In questo libro troverete una buona parte delle trecentosessantacinque storie che io stessa ho inventato e disegnato per il blog nato a partire dal gennaio 2014 per esattamente un anno. Alcune opere sono rimaste fuori dal contenitore o perché troppo auto-referenziali o perché meno convincenti. La maggior parte dei disegni che andrete a scoprire tra le pagine sono stati rinnovati o completamente rivisti per la pubblicazione: ho scelto di illustrare solamente alcune. Il volume è organizzato in quattro aree. Nel primo gruppo troverete le storie d’amore, un compendio d’amore, il sentimento osservato nelle sue differenti forme. Nel secondo “capitolo” incontrerete le classiche filastrocche per bambini, le fiabe e le narrazioni del mondo fantastico, onirico e della vita quotidiana; potrete leggere le poesie civili e le storie evolutive. Nella terza parte del volume si entrerà nel buio leggendo i versi più “neri. Nella quarta ed ultima parte verranno narrati i casi di Daniel Viola.

Sono filastrocche tutte notevoli che descrivono perlopiù nani e angeli, cavalieri e regine di cuori, ma non bisogna credere sia solo un’immersione immaginifica. Valeria Bianchi Mian possiede come arma descrittiva che ne fa tessuto narrante l’occhio immerso nella realtà sia azzurra che bigia perciò scrive di chi vive, sorride e piange, di chi impara e ricorda da adulto d’essere stato bambino. Di chi ama, di chi soffre e dei tanti umani strani che ci circondano, col parrucchino e gli stivali. Narra del il mondo che amiamo o odiamo per quel che di strano e folle ci regala. Perciò si riscontra tanta voglia di vivere la vita in queste filastrocche, alcune impreziosite da disegni molto belli. Usa anche la matita e i colori per illustrare ciò che la tecnica descrittiva non può esplicitare: elfi e strani personaggi.

Per cogliere qualche esempio del testo che si può trovare nella sezioni amore, a partire da Il sasso filosofico in poi, sono tutte visioni per la maggior parte oniriche e prettamente introspettive, chiaramente con forti influssi psicoanalitici junghiani. Ho citato la sezione amorosa perché è la più intensa ma anche le altre sono costruite col medesimo archetipo.

Citerei in particolare sette filastrocche (tre della sezione amorosa, altrettante della sezione Favolesvelte dell’evoluzione ed una della penultima sezione Favolesvelte nere.)

La filastrocca d’apertura IL SASSO FILOSOFICO E IL FIORE

C’era una volta un piccolo sasso

che giù dal monte in basso

nel mezzo di un prato tutto fiorito

laggiù-proprio in fondo-fino al fossato

dove un bel fiore di colore rosso

si stava lisciando il petalo mosso.

Mosso dal vento, il fiore cantava

canzoni d’amore e Amor sognava.

“Eccomi qui!” disse tosto quel sasso.

“Ti appaio forse un pochino gradasso

ma se son caduto, è il destino

a volerlo: ecco, lo vedi, il cammino

del moto muove, infatti, anche il fisso.

Ora ha mosso l’immoto-questo sasso

dal monte -ed io, sasso, starò col fiore

per cercare insieme un ponte d’amore.

Siamo coppia un po’ strana, eppure

a te offro adesso le mie buone cure:

l’ombra, il riposo ed anche il riparo

perché tu, fiore, mi sei già caro.”

Il fiore arrossì, divenne più rosso

e amò quel sasso caduto nel fosso.

A pag. 49 IL MATRIMONIO

L’incontro amoroso tra il Sole e la Luna

non avviene molto spesso ma una volta

ogni tanto, come adesso, lei è piena

di lui, e lui nel suo abbraccio l’ha accolta.

Non avviene molto spesso, come adesso

che i due s’incrocino sopra il mio tetto.

Per fortuna, chè ogni volta che fan sesso

trema il palazzo nell’abbraccio perfetto.

Sole e Luna son “momento eccezionale.”

Non tutti i giorni tu ed io siamo in cucina

a cucinare effetti da sesso astrale-

ma le parole che tu mi scrivi ogni mattina

sono favola avvolta che dice noi due.

A te-proprio te-dono una filastrocca

perché pazienza e attenzione sono le tue

carte al Sole, ed io son Luna che oro tocca.

A pag. 61 PERSEFONE

Cara amica perché ti lamenti?

Hai scelto tu stessa la tua sorte:

Regina di paure e tormenti

per sei mesi l’anno tu sei Morte.

Nell’attimo stesso in cui hai ingoiato

quei tre chicchi più rossi del sangue

col Re infernale hai suggellato

il vincolo che ti rende esangue.

Sorella, tu hai altri sei mesi

per tornar donna sulla terra.

I tuoi giorni son come archi tesi

sovrana spezzata che oggi erra.

A pag. 96 IL GATTO CHE VOLEVA VOLARE

C’era una volta un bellissimo gatto blu.

Milù era scuro come la notte sul mare

era cielo lucido, un manto senza stelle.

Quasi luce risplendeva il suo buio pelo.

Milù si arrampicava sul tetto, più su

sempre più su: saltando, voleva volare.

Desiderava toccare la Bella tra le belle

andare sulla Luna per strapparle il velo.

Forse l’astro argenteo, il celeste bijou

può rendermi allegro, può rischiarare

il mio umore triste, come le caramelle

colorate nei barattoli, le mele sul melo.

Potrà amarmi? Lei ama la notte, il blu

del cielo in cui lei stessa abita, le rare

sfumature. La Luna mi sorride, sorella

del Sole, amante lontana…ecco

Volo!

…”

Milù si ritrova sul prato: è caduto giù.

Fino al mattino se ne starà a miagolare

poi ternerà da me verso l’alba, monella

mattiniera, con i sogni di un gatto solo.

A pag. 104 LE OMBRE SUL MURO

Ombre brevissime e sagome lunghe

ombre smunte vanno ondeggiando lievi.

Ombre nerissime, grigie e opache

ombrette fuoriuscite dalla brace.

Ecco le ombre vere cercate di notte

da quella fatina sconsiderata.

Con la sua bacchetta in rosso fuoco.

Il fuoco scoppiettante, esuberante.

Lucciola brillante è il lume fioco

che coglie l’aurora con i miei racconti

di ombre che sul muro son danzanti.

Tu dormi, bambino: è giunta l’ora!

Dormi adesso

e poi dormi ancora!

A pag. 193 ED MONDO, la più poetica.

Il signor Ed Mondo scrive frasi e poesie

sui tovaglioli al bar della mia stazione.

Lui è un vagabondo con mille fantasie

ma ha perduto il filo della direzione

in cui i treni vanno e si scorda l’orario

preciso di un diretto o di un Regionale.

Il signor Ed Mondo abita sul binario

di doppi sensi in narrazione corale

fatta di pezzi di pizza e di cartacce

fuori dai bidoni della spazzatura.

Son storie di scorci di gambe e di facce

immagine passata, visione futura.

Ed Mondo, lui conosceva a menadito

il tempo dei treni, chè seguiva ogni via

sopra il tabellone, indicando col dito

al viaggiatore perduto dentro la follia.

Ecco qui ad esempio un suo appunto un po’ unto

uscito dal mio tovagliolo di carta:

“La stazione è il nostro vitale riassunto:

un passaggio prima che Morte riparta.”

A pag. 201 LA PALLA CON GLI OCCHI

La palla con gli occhi

del negozio di balocchi

occhieggia, è speranzosa

ma ancora no, non osa

balzar dallo scaffale

temendo di farsi male.

La palla con gli occhi

dice: “Io non ho sbocchi.

La vita qui è noiosa

ma fuori non é cosa…”

Osserva lungo il viale…

lacrima amara sale…

perché agli otto rintocchi

chiude il mondo di balocchi.

Nel silenzio della notte

le vetrine sono rotte.

Nello scempio della notte

la palla, un po’ per sfizio

viene presa a calci e pugni

uccisa con i suoi sogni.

Filastrocche scelte con cura in un registro stilistico originale e personalissimo (certo questi dettagli non sminuiscono il valore dell’opera che è notevole) filosofeggiando su svariati aspetti delle vicende umane, in un dettato limpido e preciso che si avvale del dono d’una penetrante forza di pensiero intriso di forti influenze junghiane (com’è, del resto, la formazione psicoanalitica di Valeria Bianchi Mian). Volume da leggere a poco a poco ed ovunque gustandone l’affascinante afflato poetico, descrittivo e, se così si può denominare, poliedrico.

Libro assolutamente da non perdere.

Recensione 5/5 su www.ibs.it alla mia decima silloge Le note dell’anima (Transeuropa Edizioni, 2020)

“Le note dell’anima”, l’ultima creazione del poeta Marco Galvagni, è una raccolta di versi davvero coinvolgenti. L’impressione che ne ricavo, è fiabesca, lucente; lumi immaginali si accendono nella notte, sulle note che sembrano suonate dal flauto di uno spirito antico, una melodia che emerge dai boschi insieme a Orfeo, Pan, Dioniso, Hermes. Le parole brillano come fili d’erba nei prati, in danza di fauni e ninfe, canto di magiche acque che attraversano il tempo e ci portano la bellezza della quale gli dei permeavano ogni cellula umana. Un’epoca in cui uomini e donne erano uniti alla Natura.   Mi appare chiara la salda relazione che l’autore intrattiene con la propria Musa. Lei che ne abita l’ispirazione, condivide con lui la creazione che emerge necessariamente dalle passioni, dalle gradazioni del fuoco. Non c’è lirica in cui Natura sia assente; non c’è verso di lasciare il vento, il sole, le nubi, le onde, le stagioni fuori dal foglio. La poesia è là dove la vita pulsa.  Nella postfazione alla silloge, anche Emilia Fragomeni riprende il tema che per me è evidente: Natura e Animo sono in Marco Galvagni un binomio antico, la fonte dell’eterna giovinezza del sentimento, il “soffio vitale” – e come non pensare a Psiche, sempre e ancora alla ricerca del suo Eros? Se il poeta fosse colmo della realizzazione d’ogni desiderio, il suo canto non avrebbe luogo, penna e metafore. Se, per contro, la voce che grida e dialoga, e compone versi fosse priva di desiderio, non potrebbe far altro che evocare quelle note che fanno di lui strumento di una musica unica al mondo.  Silloge vivamente consigliata.

Valeria Bianchi Mian, psicologa, psicoterapeuta e scrittrice.