IL BATTELLO DEI SOGNI

La luce dei tuoi occhi è al limite di primavera

dove ogni gesto si tocca, s’interseca

dapprima solo rosso incenso

ora sottobosco dal profumo di pruni,

nuvola immobile nell’azzurro,

violino che suona un armonico concerto di note.

Ti racconterò dei tuoi occhi,

del loro colore ambrato,

folgore d’una scintilla d’un alfabeto d’amore.

Davanti all’uomo conquistato

sei cieca esaltazione, regina

ingenua come un fiume nel deserto.

Fra le aurore e il frangiflutti delle notti

vi sono ghirlande da coltivare,

te ne pongo una al collo di panna.

Fra i tuoi occhi e il mare

immagini d’onde di passione,

il nostro nido come quello d’una coppia di rondini.

Il battello dei sogni

veleggia in un lago dorato,

la terra inseminata attende i tulipani.

Sei la superba avventura del maggio odoroso

nei tuoi occhi vi son perle ogni giorno

più incantevoli d’un mazzo di fiori alle campane dell’arcobaleno.

Recensione a Favolesvelte, Golem Edizioni 2016, Valeria Bianchi Mian.

Come scrive la psicologa, psicoterapeuta nonché scrittrice Valeria Bianchi Mian a proposito del suo notevole volume Favolesvelte:

“In questo libro troverete una buona parte delle trecentosessantacinque storie che io stessa ho inventato e disegnato per il blog nato a partire dal gennaio 2014 per esattamente un anno. Alcune opere sono rimaste fuori dal contenitore o perché troppo auto-referenziali o perché meno convincenti. La maggior parte dei disegni che andrete a scoprire tra le pagine sono stati rinnovati o completamente rivisti per la pubblicazione: ho scelto di illustrare solamente alcune. Il volume è organizzato in quattro aree. Nel primo gruppo troverete le storie d’amore, un compendio d’amore, il sentimento osservato nelle sue differenti forme. Nel secondo “capitolo” incontrerete le classiche filastrocche per bambini, le fiabe e le narrazioni del mondo fantastico, onirico e della vita quotidiana; potrete leggere le poesie civili e le storie evolutive. Nella terza parte del volume si entrerà nel buio leggendo i versi più “neri. Nella quarta ed ultima parte verranno narrati i casi di Daniel Viola.

Sono filastrocche tutte notevoli che descrivono perlopiù nani e angeli, cavalieri e regine di cuori, ma non bisogna credere sia solo un’immersione immaginifica. Valeria Bianchi Mian possiede come arma descrittiva che ne fa tessuto narrante l’occhio immerso nella realtà sia azzurra che bigia perciò scrive di chi vive, sorride e piange, di chi impara e ricorda da adulto d’essere stato bambino. Di chi ama, di chi soffre e dei tanti umani strani che ci circondano, col parrucchino e gli stivali. Narra del il mondo che amiamo o odiamo per quel che di strano e folle ci regala. Perciò si riscontra tanta voglia di vivere la vita in queste filastrocche, alcune impreziosite da disegni molto belli. Usa anche la matita e i colori per illustrare ciò che la tecnica descrittiva non può esplicitare: elfi e strani personaggi.

Per cogliere qualche esempio del testo che si può trovare nella sezioni amore, a partire da Il sasso filosofico in poi, sono tutte visioni per la maggior parte oniriche e prettamente introspettive, chiaramente con forti influssi psicoanalitici junghiani. Ho citato la sezione amorosa perché è la più intensa ma anche le altre sono costruite col medesimo archetipo.

Citerei in particolare sette filastrocche (tre della sezione amorosa, altrettante della sezione Favolesvelte dell’evoluzione ed una della penultima sezione Favolesvelte nere.)

La filastrocca d’apertura IL SASSO FILOSOFICO E IL FIORE

C’era una volta un piccolo sasso

che giù dal monte in basso

nel mezzo di un prato tutto fiorito

laggiù-proprio in fondo-fino al fossato

dove un bel fiore di colore rosso

si stava lisciando il petalo mosso.

Mosso dal vento, il fiore cantava

canzoni d’amore e Amor sognava.

“Eccomi qui!” disse tosto quel sasso.

“Ti appaio forse un pochino gradasso

ma se son caduto, è il destino

a volerlo: ecco, lo vedi, il cammino

del moto muove, infatti, anche il fisso.

Ora ha mosso l’immoto-questo sasso

dal monte -ed io, sasso, starò col fiore

per cercare insieme un ponte d’amore.

Siamo coppia un po’ strana, eppure

a te offro adesso le mie buone cure:

l’ombra, il riposo ed anche il riparo

perché tu, fiore, mi sei già caro.”

Il fiore arrossì, divenne più rosso

e amò quel sasso caduto nel fosso.

A pag. 49 IL MATRIMONIO

L’incontro amoroso tra il Sole e la Luna

non avviene molto spesso ma una volta

ogni tanto, come adesso, lei è piena

di lui, e lui nel suo abbraccio l’ha accolta.

Non avviene molto spesso, come adesso

che i due s’incrocino sopra il mio tetto.

Per fortuna, chè ogni volta che fan sesso

trema il palazzo nell’abbraccio perfetto.

Sole e Luna son “momento eccezionale.”

Non tutti i giorni tu ed io siamo in cucina

a cucinare effetti da sesso astrale-

ma le parole che tu mi scrivi ogni mattina

sono favola avvolta che dice noi due.

A te-proprio te-dono una filastrocca

perché pazienza e attenzione sono le tue

carte al Sole, ed io son Luna che oro tocca.

A pag. 61 PERSEFONE

Cara amica perché ti lamenti?

Hai scelto tu stessa la tua sorte:

Regina di paure e tormenti

per sei mesi l’anno tu sei Morte.

Nell’attimo stesso in cui hai ingoiato

quei tre chicchi più rossi del sangue

col Re infernale hai suggellato

il vincolo che ti rende esangue.

Sorella, tu hai altri sei mesi

per tornar donna sulla terra.

I tuoi giorni son come archi tesi

sovrana spezzata che oggi erra.

A pag. 96 IL GATTO CHE VOLEVA VOLARE

C’era una volta un bellissimo gatto blu.

Milù era scuro come la notte sul mare

era cielo lucido, un manto senza stelle.

Quasi luce risplendeva il suo buio pelo.

Milù si arrampicava sul tetto, più su

sempre più su: saltando, voleva volare.

Desiderava toccare la Bella tra le belle

andare sulla Luna per strapparle il velo.

Forse l’astro argenteo, il celeste bijou

può rendermi allegro, può rischiarare

il mio umore triste, come le caramelle

colorate nei barattoli, le mele sul melo.

Potrà amarmi? Lei ama la notte, il blu

del cielo in cui lei stessa abita, le rare

sfumature. La Luna mi sorride, sorella

del Sole, amante lontana…ecco

Volo!

…”

Milù si ritrova sul prato: è caduto giù.

Fino al mattino se ne starà a miagolare

poi ternerà da me verso l’alba, monella

mattiniera, con i sogni di un gatto solo.

A pag. 104 LE OMBRE SUL MURO

Ombre brevissime e sagome lunghe

ombre smunte vanno ondeggiando lievi.

Ombre nerissime, grigie e opache

ombrette fuoriuscite dalla brace.

Ecco le ombre vere cercate di notte

da quella fatina sconsiderata.

Con la sua bacchetta in rosso fuoco.

Il fuoco scoppiettante, esuberante.

Lucciola brillante è il lume fioco

che coglie l’aurora con i miei racconti

di ombre che sul muro son danzanti.

Tu dormi, bambino: è giunta l’ora!

Dormi adesso

e poi dormi ancora!

A pag. 193 ED MONDO, la più poetica.

Il signor Ed Mondo scrive frasi e poesie

sui tovaglioli al bar della mia stazione.

Lui è un vagabondo con mille fantasie

ma ha perduto il filo della direzione

in cui i treni vanno e si scorda l’orario

preciso di un diretto o di un Regionale.

Il signor Ed Mondo abita sul binario

di doppi sensi in narrazione corale

fatta di pezzi di pizza e di cartacce

fuori dai bidoni della spazzatura.

Son storie di scorci di gambe e di facce

immagine passata, visione futura.

Ed Mondo, lui conosceva a menadito

il tempo dei treni, chè seguiva ogni via

sopra il tabellone, indicando col dito

al viaggiatore perduto dentro la follia.

Ecco qui ad esempio un suo appunto un po’ unto

uscito dal mio tovagliolo di carta:

“La stazione è il nostro vitale riassunto:

un passaggio prima che Morte riparta.”

A pag. 201 LA PALLA CON GLI OCCHI

La palla con gli occhi

del negozio di balocchi

occhieggia, è speranzosa

ma ancora no, non osa

balzar dallo scaffale

temendo di farsi male.

La palla con gli occhi

dice: “Io non ho sbocchi.

La vita qui è noiosa

ma fuori non é cosa…”

Osserva lungo il viale…

lacrima amara sale…

perché agli otto rintocchi

chiude il mondo di balocchi.

Nel silenzio della notte

le vetrine sono rotte.

Nello scempio della notte

la palla, un po’ per sfizio

viene presa a calci e pugni

uccisa con i suoi sogni.

Filastrocche scelte con cura in un registro stilistico originale e personalissimo (certo questi dettagli non sminuiscono il valore dell’opera che è notevole) filosofeggiando su svariati aspetti delle vicende umane, in un dettato limpido e preciso che si avvale del dono d’una penetrante forza di pensiero intriso di forti influenze junghiane (com’è, del resto, la formazione psicoanalitica di Valeria Bianchi Mian). Volume da leggere a poco a poco ed ovunque gustandone l’affascinante afflato poetico, descrittivo e, se così si può denominare, poliedrico.

Libro assolutamente da non perdere.

Recensione 5/5 su www.ibs.it alla mia decima silloge Le note dell’anima (Transeuropa Edizioni, 2020)

“Le note dell’anima”, l’ultima creazione del poeta Marco Galvagni, è una raccolta di versi davvero coinvolgenti. L’impressione che ne ricavo, è fiabesca, lucente; lumi immaginali si accendono nella notte, sulle note che sembrano suonate dal flauto di uno spirito antico, una melodia che emerge dai boschi insieme a Orfeo, Pan, Dioniso, Hermes. Le parole brillano come fili d’erba nei prati, in danza di fauni e ninfe, canto di magiche acque che attraversano il tempo e ci portano la bellezza della quale gli dei permeavano ogni cellula umana. Un’epoca in cui uomini e donne erano uniti alla Natura.   Mi appare chiara la salda relazione che l’autore intrattiene con la propria Musa. Lei che ne abita l’ispirazione, condivide con lui la creazione che emerge necessariamente dalle passioni, dalle gradazioni del fuoco. Non c’è lirica in cui Natura sia assente; non c’è verso di lasciare il vento, il sole, le nubi, le onde, le stagioni fuori dal foglio. La poesia è là dove la vita pulsa.  Nella postfazione alla silloge, anche Emilia Fragomeni riprende il tema che per me è evidente: Natura e Animo sono in Marco Galvagni un binomio antico, la fonte dell’eterna giovinezza del sentimento, il “soffio vitale” – e come non pensare a Psiche, sempre e ancora alla ricerca del suo Eros? Se il poeta fosse colmo della realizzazione d’ogni desiderio, il suo canto non avrebbe luogo, penna e metafore. Se, per contro, la voce che grida e dialoga, e compone versi fosse priva di desiderio, non potrebbe far altro che evocare quelle note che fanno di lui strumento di una musica unica al mondo.  Silloge vivamente consigliata.

Valeria Bianchi Mian, psicologa, psicoterapeuta e scrittrice.

Recensione alla mia nona silloge Un’orchidea selvaggia (Transeuropa Edizioni, 2020)

“Un’orchidea selvaggia” di Marco Galvagni (Transeuropa, 2020) è una raccolta poetica di seducente e misteriosa eleganza diffusa attraverso l’incanto e l’armonia dei versi, sapientemente equilibrati nella grazia, nella piacevole essenza della vita, congiunti nella “primavera d’amore”, nella rinascita vivace di ogni lusinga. Il profumo delle parole divulga la passione, dischiude i ricordi e comunica la delicatezza di ogni sensazione emanando la preziosa testimonianza di un sentimento d’attrazione, identificando il tempo migliore della poesia che conserva intatta la cura dei desideri e delle emozioni. Marco Galvagni da voce ai segreti raffinati del suo sentire, con melodie ispirate, esprimendo il calore dell’orizzonte interiore, la purezza dei sogni e l’innocenza della sensibilità, divulgando la riflessione universale sull’osservazione seduttiva, sull’empatia umana, destinando agli affetti costanti il valore e la bellezza delle relazioni, la condivisione di ogni sincera vicinanza. Il poeta afferma la propria intimità confidando nel conforto romantico del mantenimento emotivo, nella conferma delle affinità sorprendenti della vita, nelle sfumature carnali di un fiore simbolico (come ricorda il titolo del libro) che palesa la complicità istintiva. L’innamoramento e la sensualità comunicano la presenza cosciente della voluttà, descrivono l’incanto ideale dell’anima in comunione con le sensazioni del corpo. La fiducia nei rapporti sentimentali distende l’espressione di gratitudine profonda nei confronti di un privilegio concesso alle aspettative di felicità, supera la soglia cognitiva dei dubbi, abbandonando le esitazioni, rivelando la positiva manifestazione delle percezioni, intuendo la dedizione incisa nella dimensione del possesso. La poesia di Marco Galvagni, generata dall’attitudine autentica della gentilezza, coinvolge la tensione ardente del corteggiamento, incoraggia la sublimazione dell’immaginario erotico unito alle dinamiche di conquista. Lo stile affabile delle poesie stimola l’origine suggestiva dei legami complementari con le amate destinatarie femminili nello slancio affettivo, nella protezione e nel contatto reciproco. L’entità e il rispetto estetico dei versi rinnova il tempo della confidenza, rigenera la complicità costante del vincolo amoroso, conferma l’esclusività dell’intenso entusiasmo. “Un’orchidea selvaggia” trasmette la direzione del fascino, coglie intuitivamente il tempo e lo spazio degli impulsi volitivi, caratterizzando nella coerente alleanza della sfera affettiva la galanteria d’animo, l’esaltazione inebriante del cuore, la sensualità della psiche. Il potere liberatorio e intrigante della dedizione amorosa avvince tra le pagine una sinestesia dei sensi e oltre la facoltà elegiaca del linguaggio persuade l’arte esibita dell’istinto e della ragione valorizzando la ricerca appassionata del piacere, nell’attesa riflessa della vita.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

UN CIGNO

Stamane, rose d’aurora profumano drappi di nuvole,
tu sei come il sole che sopra d’oro vi brilla –
un cigno perso in pupille di lago, acqua chiara
appartenente ad un’antica memoria di cielo
nella costellazione azzurra d’ogni desiderio,
due passi con te dal primo fiore all’infinito.

Eri passata nella sera luminosa e chiara, luna,
il sorriso scolpito sotto le fossette, rosse
d’un’emozione d’amore, il tuo nei gemiti
dipinti ad accendere il buio del silenzio
straripava nelle lenzuola fra le stelle, tu astro
nello sgargiante arcobaleno d’un’elegia di voglie.

Ora t’attende il tappeto d’ogni via, un tappeto d’oro
s’intarsia di luce fiera, quando tu passi
io ti venero poichè, se ogni passante ti lusinga,
tu, innamorata, volgi a me il mare degli occhi,
io nel velo nocciola mi perdo confuso, occhi d’anima –
i fili d’oro dei capelli fluttuanti nel vento, trecce di sole.

Tornerà, sui vetri ombreggiati dalla fuliggine del camino
l’acqua fresca di baci della sera, pioggia ad aghi sottili,
noi ubriachi di felicità, nel buio della notte scintille d’ebano
i nostri pensieri accesi d’amore – tu saluterai le mie carezze
fra le tue cosce bianche e snelle sospirando in una nuvola –
mi sveglierò al suono di campanelle dei tuoi bracciali.

Poesia particolarmente apprezzata dallo stimatissimo Sig. Giuseppe Conte

LA DANZA GIALLA DELLE FOGLIE

Ascolto le note musicali della tua voce

venuta dalla terra per salire al cielo,

spio i tuoi occhi d’onice:

ecco la tenerezza di sguardo di seta,

la tua bocca, parola senza eco.

Avverto salire a tentoni il muschio della tua pena.

E’ la guerra oscura del cuore

la lama spezzata di angosce commosse

l’ebbrezza dei desideri.

E’ questo la mia vita:

l’acqua che le tue iridi nere mi recano,

il concerto di voce dei tuoi sottili pensieri.

Ah, coppa, ruscello, mia agile futura compagna.

Scorgo le coppe nella danza gialla delle foglie.

Ti giunge ululando il vento

nell’ora del sangue fermentato

quando la terra palpitando vibra

sotto il pallore del sole che la riga con code d’ombra.

Eccola, la tua forma familiare,

ciò che m’inonda

che mi empie l’anima in abbandono,

la tenerezza che s’avvolge alle mie radici:

matura in una carovana di frutta

uscendo dal tuo cuore come il vino dal centro dell’uva.

UN AUTUNNO DI TIGRI ALL’AGGUATO

Siamo giunti con un dardo nel petto

in un autunno di tigri all’agguato

della nostra fragrante pelle di miele,

un olezzo d’inaccessibile cute

desiderando annusare sudore verde

ci ritroviamo nell’umidità dei baci.

Mia compagna d’infinite, palpitanti visioni

come minacciosi rintocchi di campane,

puledra dai fianchi snelli che vorrei toccare

dal canto del sorriso di stella-

in un paesaggio di schiuma marina

ci inumidiamo le labbra invase dalla sete.

Lì sono i tuoi occhi odoranti di selvaggina,

di fulmine che trapassa pareti-

hai denti che mordono mele di sangue,

le tue mani graffiano il sole ghermendolo,

i piedi di pioggia, imbuti d’ombra,

son fiori dall’olezzo di mimose.

Mi spii con labbra carnose

scalfisci le pietre, l’oro e l’argento,

cresce l’aerea rete di pensieri,

la tua scorza-non vi è distanza né rame.

Lambisco in un palpito le tue morbide mani

e faccio cadere crepitando il vellutato fiore brunito.

IL SILENZIO ACUTO DEL MATTINO

Alla memoria di mio padre

Ho annodato
a ciottoli levigati
il fluire dei miei ricordi.
Forse era l’aurora cremisi
che si specchiava nei solchi
delle rare onde,
forse la magia
del silenzio acuto del mattino.
Forse la quiete infinita
ed il confluire d’umane speranze
tipici d’ogni alba
in qualunque angolo del mondo.
Forse un po’ di tutto ciò
mischiato all’amore per la vita:
e noi in simbiotica armonia
su quei greti ci trovavamo,
padre,
ed era l’acuto silenzio
delle nostre illusioni,
la genesi
delle nostre buone intenzioni.
Era la folgorante attesa
d’un alito di luce
a farci muovere, padre,
laddove ormai sono avanzate
poche manciate di rena
e l’acqua ha reso canute
persino le amiche conchiglie.

Poesia vincitrice assoluta del Premio Age Bassi-Città di Castiraga Vidardo (LO) 2002

Pubblicata dalla rivista nazionale Poesia nel 2002

UN ALBERO DI LUNA

I tuoi piedi di velluto nell’ombra,

le tua mani nella luce

guidano il volo d’aquila reale,

volteggia in un cielo d’innocenza-

tra la rugiada dei fili d’erba

le mie labbra conobbero il fuoco.

Porgendoti la mano incrociai i tuoi occhi nocciola

che mi stanno scalfendo l’anima nei sogni

in un palpitare d’immagini colorate.

Non importa per te che hai occhi non nati:

quando aprirò il libro d’acciaio del secolo d’oro

isserò bandiera di te, stella prigioniera.

Dal blu della volta celeste

m’avvicino ai raggi dorati della tua chioma,

terra di grano nata dal sole.

Si prepara il confine di notti scarlatte

nella mia anima rosso ciliegio

e accende pietre e ciottoli levigati.

Perché cresce l’onda del mio cuore

facendosi pane

e che la bocca lo divori.

Il mio sangue è vino che suggi.

Il fuoco è l’amore rupestre che c’infiamma.

Io e te siamo un albero stellato di luna.

Saggio su Poesie d’amore, Nazim Hikmet, Mondadori 1999.

Nazim Hikmet nacque a Salonicco nel 1902.

Personalità eccentrica e poliedrica fu poeta, autore di teatro, romanziere, saggista e giornalista. Negli anni Venti visse in Russia dove ebbe contatti con le avanguardie e in particolare con Majakovskij. Rientrato in Turchia, causa la sua opposizione al regime di Ataturk, venne condannato a una lunga detenzione in carcere dal 1938 al 1950. Successivamente si stabilì a Mosca dove venne a mancare nel 1963.

Hikmet riassume nel concetto “amore” ogni aspetto della propria attività e della propria esistenza. Si può senza ombra di dubbio considerare lontanissimo da quel lirismo erotico che, oltre ad aver fatto il suo tempo, non gli appartiene considerando anche che il poeta turco definisce il proprio lavoro “colloquio con l’uomo,” “servizio”: partecipazione a tutto ciò che succede nel mondo. La sua forza e il suo spessore germinano in un incontro tra culture e mondi diversi: quello di suo “nonno pascià” e quello europeo, in particolare nella punta politicamente più avanzata. Nazim Hikmet, nelle sue poesie, ci mostra due facce della propria natura lirica ed epica saldate in un unico risultato; oltretutto questo libro di liriche d’amore (nel senso assai ampio a cui si è accennato) va da un rubai di tradizione arabo-persiana al poemetto scritto per Cuba “Uno strano viaggio, dall’Autobiografia “Sono nato nel 1902…posso dire di aver vissuto da uomo…” a Il mio funerale, datato Mosca 1963, anno del decesso dello scrittore.

Per fornire un’esatta nota introduttiva alla comprensione del libro bisogna soffermarsi sulla lettera scritta a Stoccolma il 20 dicembre 1961 dal grande poeta e autore turco a Joyce Lussu. Ne riprendo alcuni passaggi: Perché ho cominciato a scrivere poesie? Cerco di ricordare. Avevo tredici anni. Abitavamo a Istambul. Mio nonno Nazim Pascià era poeta ma scriveva in un turco che si chiamava ottomano, formato per il 75 per cento da parole arabe e persiane. Le sue poesie erano dogmatiche, didattiche e religiose. Non le capivo. Mia madre era innamorata di Baudelaire e Lamartine. Più che dalla poesia di mio nonno ero influenzato dalla poesia di Tefik Fikret, il nostro primo grande poeta umanista, anche un po’ socialista ed utopista. La mia prima poesia L’incendio la scrissi a tredici anni e aveva il ritmo che imitava quello della metrica chiusa arabo persiana e s’ispirava ad Aruz. Ecco i primi versi “Brucia brucia con terribile fracasso/quel nemico dell’umanità/che stringe fra le sue braccia/le cose le madri gli orfani…” La mia seconda poesia la scrissi a quattordici anni ma non me ne ricordo un solo verso. La scrissi sotto l’influsso del poeta Mehemet Emin, il primo che abbia scritto in turco con metriche nazionali turche, sillabiche. A sedici anni, credo, scrissi la terza poesia. A quell’epoca un altro grande poeta turco dominava la nostra letteratura e si chiamava Yaya Kemal. La poesia aveva per argomento il gattino di mia sorella. Feci leggere la poesia a Kemal e lui volle vedere il gatto di mia sorella. Yaya Kemal mi disse: “Se vuoi fare una poesia su quella bestiola, puoi diventare un grande poeta.” C’era scritto: “Aveva gli occhi verdi come le onde del mare/con i suoi peli bianchi sembrava una palla di neve…” A 17 anni ho pubblicato la mia prima poesia, largamente corretta da Kemal:

“Ho sentito un lamento sotto i cipressi

mi son chiesto, c’è qualcuno che piange qui?

O è il vento che si ricorda d’un amore passato

in questo luogo solitario?

Un tempo pensavo che i morti ridessero

quando le nere cortine cadon sugli occhi

ma ora mi chiedo se i morti che amavan la vita

piangono ancora sotto i cipressi.”

Poi gli Alleati occuparono Istanbul ed io scrissi poesie contro l’Intesa inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia. A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. Per trovare il modo giusto, a quanto pare, era necessario che passassi all’Unione Sovietica.

Era la fine del 1921.

Ho scoperto tutta un’altra umanità.

E, da allora, non posso non scrivere poesie.

E’ nelle poesie scritte dalla prigione di Bursa in Anatolia, denominate dal grande poeta turco “Lettere dal Carcere a Munevver” che Hikmet trova i suoi più alti passaggi poetici d’amore: “Il più bello dei mari/è quello che non navigammo/il più bello dei nostri figli/non è ancora cresciuto/…/E quello che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto” del 1942. Poi “guardo l’istante fiorito e azzurro/sei come la terra di primavera, amore,” del 1943. A seguire “il mio secolo che muore e rinasce/il mio secolo/ i cui ultimi giorni saranno belli/la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba/il mio secolo splenderà di sole, amor mio/come i tuoi occhi…” del 1945. Ancora, alcuni versi di due poesie del 1947: l’incipit della prima “Ho sognato della mia bella/m’è apparsa sopra i rami/passava come la luna/tra una nuvola e l’altra/” La seconda è notevole: “lo stesso vento non agita/due volte lo stesso ramo di ciliegio/gli uccelli cantano nell’albero/ali che vogliono volare/la porta è chiusa/bisogna forzarla/bisogna vederti, amor mio,/sia bella come te la vita/” Altri versi da segnalare sono in una poesia del 1948: “quante volte han pianto davanti a me/rimasti tutti nudi, i tuoi occhi/nudi e immensi come gli occhi di un bimbo/un giorno han perso il loro sole/”

Sempre del 1948 è una poesia strepitosa che riporto per intero:

Anima mia

chiudi gli occhi

piano piano

e come s’affonda nell’acqua

immergiti nel sonno

nuda e vestita di bianco

il più bello dei sogni

ti accoglierà

anima mia

chiudi gli occhi

piano piano

abbandonati come nell’arco delle mie braccia

nel tuo sonno non dimenticarmi

chiudi gli occhi piano piano

i tuoi occhi marroni

dove brilla una fiamma verde

anima mia

Di questo poeta rivoluzionario tra i più celebri del nostro tempo ci rimangono i versi immortali che compongono un itinerario creativo svincolato da inutili orpelli, ma intensamente forte nel trasmettere il messaggio dell’amore, della libertà e, come appare in moltissime sue poesie, della bellezza della vita. Le sue poesie immediate e schiette colpiscono il lettore per la loro semplicità. Di seguito riporto una nota della scrittrice Joyce Lussu, amica e traduttrice del poeta turco.

” La mescolanza di razze, di culture e di esperienze diversissime ne avevano fatto un essere ricco e originale, levigato dalle discipline ma sdegnoso di servire. Non si piegava ai compromessi, nemmeno a quelli che in generale, con sottile opportunismo, definiamo necessari. […] ha vissuto come un uomo libero, padrone sempre di se stesso e della sua condizione consapevolmente affrontata. Che sia morto, non ha grande importanza. Il suo modo di essere si è realizzato ed espresso nella sua poesia, e tutto continua, salvo il rinnovarsi della sua personale felicità o infelicità e il battere faticoso del suo cuore tra un infarto e l’altro. I suoi amici, presenti e futuri (ne nasceranno ancora tra molto tempo), continueranno a leggerlo e a ritrovarlo.”

Marco Galvagni