LUCE D’AURORA

Il vecchio amore s’è eclissato,

ora è una goccia di quarzo

frumento come le tue trecce,

un ramo fiorito nella pioggia

che, quand’anche scendesse ad aghi,

ci ubriacherebbe solo di gioia.

Nel bosco verdeggiante dei pensieri,

colmo come i calici nel crepuscolo,

hai occhi con orbite intarsiate

di pagliuzze dorate come minerali

e piedi di velluto lo solcano,

piedi di grano, di ciliegia.

Amore della luce d’aurora,

del mezzogiorno tagliente

e delle sue lame di sole che gocciola

prima che cali il sipario della notte-

c’è nel tuo viso profumo di viole

con aroma di rugiada.

Trillo di merli nella mia isola,

nel mio regno del cuore

il cui miele d’acacia

è un mandorlo fiorito-

unica stella del mio firmamento

come una rosa muschiata nella neve.

UN AUTUNNO DI TIGRI ALL’AGGUATO

Siamo giunti con un dardo nel petto

in un autunno di tigri all’agguato

della nostra fragrante pelle di miele,

un olezzo d’inaccessibile cute

desiderando annusare sudore verde

ci ritroviamo nell’umidità dei baci.

Mia compagna d’infinite, palpitanti visioni

come minacciosi rintocchi di campane,

puledra dai fianchi snelli che vorrei toccare

dal canto del sorriso di stella-

in un paesaggio di schiuma marina

ci inumidiamo le labbra invase dalla sete.

Lì sono i tuoi occhi odoranti di selvaggina,

di fulmine che trapassa pareti-

hai denti che mordono mele di sangue,

le tue mani graffiano il sole ghermendolo,

i piedi di pioggia, imbuti d’ombra,

son fiori dall’olezzo di mimose.

Mi spii con labbra carnose

scalfisci le pietre, l’oro e l’argento,

cresce l’aerea rete di pensieri,

la tua scorza-non vi è distanza né rame.

Lambisco in un palpito le tue morbide mani

e faccio cadere crepitando il vellutato fiore brunito.

UN SOLO ZAMPILLIO

Apparteniamo ai greti

dei ruscelli più lieti.

Conosciamo il limbo del fiume

più acceso delle praterie fiorite.

Viviamo in un solo zampillio,

apparteniamo al porto più felice.

Lontani i fiori avvizziti delle vacanze altrui

avanza appena un’ombra di paesaggio,

si eclissano le strettoie della libertà-

portone che si dischiuderà con un chiavistello.

Speranza ci logorava

in una città impastata di carne e miseria.

Caleranno nel vermiglio crepuscolo

sul tuo volto le palpebre del sole-

sipario dolce come la tua pelle

dagli aromi di velluto

nella salubre vegetazione di boschi e uccelli,

diafana più delle lame di luce dell’alba.

Saranno i nostri baci, le carezze

a misura di noi stessi,

più oltre tutto è macerie.

La nostra gioventù si denuda e sogna,

l’erba s’arriccia in sordina

su strati innocenti di terriccio.

UN’ESTATE DI TIGRI ALL’AGGUATO

Siamo giunti con un dardo nel petto

in un autunno di tigri all’agguato

della nostra fragrante pelle di miele,

un olezzo d’inaccessibile cute

desiderando annusare sudore verde

ci ritroviamo nell’umidità dei baci.

Mia compagna d’infinite, palpitanti visioni

come minacciosi rintocchi di campane,

puledra dai fianchi snelli che vorrei toccare

dal canto del sorriso di stella-

in un paesaggio di schiuma marina

ci inumidiamo le labbra invase dalla sete.

Lì sono i tuoi occhi odoranti di selvaggina,

di fulmine che trapassa pareti-

hai denti che mordono mele di sangue,

le tue mani graffiano il sole ghermendolo,

i piedi di pioggia, imbuti d’ombra,

son fiori dall’olezzo di mimose.

Mi spii con labbra carnose

scalfisci le pietre, l’oro e l’argento,

cresce l’aerea rete di pensieri,

la tua scorza-non vi è distanza né rame.

Lambisco in un palpito le tue morbide mani

e faccio cadere crepitando il vellutato fiore brunito.

Ringrazio sentitamente, per la recensione a Le note dell’anima (Transeuropa) 2020, la Sig.ra Rita Bompadre.

“Le note dell’anima” di Marco Galvagni (Transeuropa Edizioni, 2020) riecheggiano in ogni segno virtuoso dei versi tra le annotazioni poetiche sulla vita, interpretano il suono del cuore e affermano con la dedica amorosa in epigrafe, l’insinuante e persistente fiamma della passione. Il poeta si lascia incantare dalla soavità evocativa della memoria, concede alla fantasia la forma visibile delle immagini rappresentative della realtà, per accogliere la premurosa custodia delle riflessioni attraverso la mediazione estetica della bellezza. La determinazione carismatica dell’esistenza descritta da Marco Galvagni, compone la fiducia nell’elemento sensoriale, consegnando alla poesia la misteriosa e provocante corrispondenza della coscienza e muovendo in direzione spontanea le coincidenze significative dell’esperienza. La fluida continuità della sensualità ritrova la sua malia tentatrice tra le pagine, affina l’arte della seduzione inviando segnali colti e raffinati nell’elegia autobiografica, ridesta l’ispirazione, indica il dogma enigmatico del sortilegio emotivo e la ritualità fatale della conquista. Marco Galvagni afferma il significato dell’eloquenza, adula la strategia della percezione, strumento di comprensione, rende l’irrazionale spinta delle illusioni motivo di sofisticata indagine esistenziale e archetipo universale. Il carattere poietico dell’opera mostra l’origine della centralità charmant dell’amabilità, idealizza l’attività nostalgica del pensiero, i simboli in equilibrio sulle stagioni, esplora la fenditura profonda del soffio vitale, rivestendo la dolcezza arcana della speranza oltre l’abisso dei moti spirituali e istintivi. Il profilo del poema traccia la sensazione sincera delle rivelazioni vissute e amplia la geometria della consapevolezza. I testi affidano alla sacralità del senso il legame con il tutto, interrogano la complicità dell’umanismo, confrontano l’intenso entusiasmo dell’immaginazione con il processo inarrestabile della conoscenza, combinando la meditazione e la sapienza indistinta dell’intelletto. “Le note dell’anima” scorrono nelle vene, misurano la cifra del palpito, congiungono le infinite occasioni, magiche e segrete, del tempo, orientano la certezza e la resistenza dei gesti, riconducono la forza pulsionale dell’amore all’energia primordiale delle intuizioni. La composizione dell’anima colloca la personificazione emblematica del linguaggio nell’incarnazione della donna amata ed evocata come illuminata epifania nella tensione tra aspirazione e utopia. Il poeta adotta uno stile che è sede della propria moralità, identificata nella corporeità dei ricordi, nella consistenza erotica delle espressioni, nello sfuggente e impalpabile dominio della contemplazione, nella maturità degli affetti. Nei testi di Marco Galvagni si comprende che la bellezza diffonde il suo passaggio oltre il momento e attraversa, come possibilità, tutti i corpi. Il poeta vive l’unicità del proprio destino, disponendo alla nobilitazione di ogni ardore il vagheggiamento dell’attrazione e unendo alla libertà del sublime l’intensificazione della assolutezza apollinea della poesia.

Rita Bompadre

IL BATTELLO DEI SOGNI

La luce dei tuoi occhi è al limite di primavera

dove ogni gesto si tocca, s’interseca

dapprima solo rosso incenso

ora sottobosco dal profumo di pruni,

nuvola immobile nell’azzurro,

violino che suona un armonico concerto di note.

Ti racconterò dei tuoi occhi,

del loro colore ambrato,

folgore d’una scintilla d’un alfabeto d’amore.

Davanti all’uomo conquistato

sei cieca esaltazione, regina

ingenua come un fiume nel deserto.

Fra le aurore e il frangiflutti delle notti

vi sono ghirlande da coltivare,

te ne pongo una al collo di panna.

Fra i tuoi occhi e il mare

immagini d’onde di passione,

il nostro nido come quello d’una coppia di rondini.

Il battello dei sogni

veleggia in un lago dorato,

la terra inseminata attende i tulipani.

Sei la superba avventura del maggio odoroso

nei tuoi occhi vi son perle ogni giorno

più incantevoli d’un mazzo di fiori alle campane dell’arcobaleno.

AMOREGGIANDO IN UNA MACCHIA DELLA LUNA

Amore mio

di cosa profumi?

Di violaciocche, di stelle?

Aspirando il dolce aroma

della tua chioma frumento

m’accorgo che sei dolce

come un fiore, unica come una rosa

in uno sterile deserto.

Sai di terra

come le pietre ambrate delle iridi

le cui incantevoli pagliuzze

sono frecce penetranti di garofani

dal dolce odore.

Odore dell’albero dalle millefoglie

della mia vita,

dolce colomba, mazzo di spighe,

bimba, amorosa mia

come l’onda d’un’aurora d’amore che incalza.

E quando la mia mano percorre

la luce della tua pelle stellata

le tue coppe d’anfora

hanno profumo di luna

dove noi amoreggiamo

bevendo assetati da una sorgente di baci

in una sua macchia.

GHIRLANDA GIALLA

Nelle albe la luce del sole

brilla sulla tua chioma frumento-

sei giunta da un aroma di fiori-

ora sei un grappolo innamorato

che custodisco fra le mani

ogni giorno sia roseo che grigio.

Ghirlanda gialla,

ti stendo un tappeto intarsiato

sicché tu possa solcare arazzi.

Mai nessuno scriverà il tuo nome-

lo custodisco nell’anima

del nitore della neve.

Quando nel cielo passano uccelli,

merli che trillando ci salutano,

mai vi è fra noi un temporale

che sollevi un turbine di foglie

sciogliendo i nodi delle ancore del cielo

ma solo il tuo sorriso come acqua fresca.

T’amo e mordo come una mela

la tua bocca di fragola,

baciandoci sei l’unico astro

nel ventaglio delle notti

del mio emisfero che gira

come una ruota di caprifogli.

COME ROCCIA E COME GALLO

Battevano le campane della neve

in un dicembre fra i nostri segreti

tu m’infondevi coraggio

con te ogni annata sarà lieta-

l’alito di pesca delle mie labbra

sarà l’avventura d’un elemento primario.

Solo per quest’anno

serberemo la resistenza di giovinezza,

la nudità dell’erba

dei tuoi occhi luminosi-

presto sentirò le tue labbra dischiuse

in tre minuti d’acqua cristallina.

Come roccia e come gallo,

un gallo simile a un incendio d’oggi

è un frullo di colori

la luce folgorante

babele d’antica memoria

per dissipare pene e sonno agitato.

Mi muovo a stento nell’ombra

quanto basta a disegnare il cielo

per raccogliere nidi di piacere,

il lieve tocco delle mani di seta,

nidi di carezze aguzze come la serpe

ciò che basterà per raccogliere baci di velluto.

IN QUESTE RAMATURE

Refrigerio velato di carezze,

gatta randagia dalle orbite di luce,

mare cristallino in cui perdermi,

occhi che palesano la sua mente

sono la frescura di primavera-

il suo cuore appartiene ad una stella di giada.

Immergendosi nel velo di baci

lei si desta la notte, sussulta

stendendo su di me la sua rete di carezze

per stupirsi dello scintillio del mio sorriso

ebbro di gioia come quando-le gote

rosse d’emozione-ne colsi il primo scintillio.

In queste ramature

non veleggiano con piroscafi altri naviganti,

le mie palpebre dischiuse in un sorriso

mostrano il bagliore dell’eco del fuoco-

tu astro sceso per miracolo una notte

dal camino ad illuminare la mia dimora.

Lei sonda la mia mente penetrando nell’anima.

Gli aneliti scivolano in risa di dolore:

squarciano l’aria delle tegole,

l’impotenza altrui con una canzone minerale.

Guarda le tue mani, puoi incrociarle alle mie;

puoi aggrapparti a questo volo di farfalle.