IL MIO CIELO

Il mio cielo è un reticolo colmo di fameliche aquile.

Nell’ocra crepuscolo è una nuvola di pane raffermo.

I sui colori sono figli del vento,

identici all’anelito alle tue forme sinuose.

Hai labbra di velluto ed occhi di quarzo-

fai vivere in me infinite, ovattate visioni di sogni.

Nell’orbita delle stelle brilla uno spicchio di luna.

Notti di stelle silenziose, delle tue ciglia asciutte

come, nel rosa del dì, in ogni sentiero ornato di glicini.

In te il sogno è ogni giorno:

sei come la brina in un campo di corolle-

penetri l’orizzonte con l’indelebile presenza.

Hai acceso il mio cuore con una lampada,

quella delle mie orbite ti fa rosei i piedi di velluto.

Fanciulla giunta da distanze siderali,

i tuoi occhi nocciola sfavillano fra gli astri.

Monsoni stanchi passano sopra al mio cuore,

dai sepolcri si son trasmutate le tue origini.

Bimba con le spighe dorate dei capelli,

sei colei che soffia di brezza marina illuminando le foglie,

profumata di petali di rose.

E’ ora di percorrere altra via, in cui lei s’apra in un canto.

Ah seguire la strada che s’avvicina alla sua anima candida

con i suoi occhi aperti fra la rugiada.

QUANDO INCROCIO I TUOI OCCHI

Capelli neri come il cielo che fa da manto.

Quando incrocio i tuoi occhi

finestre spalancano le braccia,

tovaglie di neve sfavillano.

Si schiudono i desideri dell’infanzia

per la bramosia cantata in sordina.

Quando incrocio i tuoi occhi

ogni ombra di tema svanisce,

si dissolve il veleno dell’erba dei campi.

Dai rovi nelle ruderi dei templi

sortiscono frutti di fuoco vermigli,

il mosto della terra annega le api.

Quando incrocio i tuoi occhi

si svuota lo spazio siderale,

le onde lambiscono i bagnasciuga

i leoni, le cerve, le colombe

tiepidi d’aria pura

mirano nascere la nostra primavera.

Quando incrocio i tuoi occhi

le pareti scottano di nuova vita,

dentro il nostro letto di natura

è eretto d’innocenza,

sempre più nuda e schiava

d’un eterno gioco di foglie.

UN SOLO ZAMPILLIO

Apparteniamo ai greti

dei ruscelli più lieti.

Conosciamo il limbo del fiume

più acceso delle praterie fiorite.

Viviamo in un solo zampillio,

apparteniamo al porto più felice.

Lontani i fiori avvizziti delle vacanze altrui

avanza appena un’ombra di paesaggio,

si eclissano le strettoie della libertà-

portone che si dischiuderà con un chiavistello.

Speranza ci logorava

in una città impastata di carne e miseria.

Caleranno nel vermiglio crepuscolo

sul tuo volto le palpebre del sole-

sipario dolce come la tua pelle

dagli aromi di velluto

nella salubre vegetazione di boschi e uccelli,

diafana più delle lame di luce dell’alba.

Saranno i nostri baci, le carezze

a misura di noi stessi,

più oltre tutto è macerie.

La nostra gioventù si denuda e sogna,

l’erba s’arriccia in sordina

su strati innocenti di terriccio.

FATA TURCHINA

Né il cuore è più spezzato da una lama

in prati brinati di spine,

in un bosco vuoto come i bicchieri nell’aurora

perle d’acqua sgocciolano melodie d’amore,

il braccio si stringe alla tua cintola,

due mari nocciola nei tuoi occhi marroni.

Passi con coppe d’argento e ciglia asciutte

fata turchina dischiuso fiore,

aria che scende come un ruscello a valle,

sole splendente un po’ collerica,

impronta d’acqua ribelle che scivola

in un tappeto d’erba dove sei rosa selvatica.

La luna in strade sbiadite da luci gelate,

le solco raccogliendo giornali dai quali fuoriesce

la tua fotografia,

i cui titoli sono i sottili pensieri di canto della voce lieta,

la mattina m’intrufolo tra le lenzuola col soriano,

m’alzo, osservo la barba ispida fra le crepe dello specchio

poi gli racconto del tuo sorriso.

Germinerà e sortirà all’azzurro

ancor più il tempo dell’amore!

Si scardinerà il destino,

il silenzio della notte fermo ad ascoltare

dalla vista di Venere al primo bacio di raggi,

avviluppata fra le lenzuola, madida, sussultante in fremiti.

UN SOLO ZAMPILLIO

Apparteniamo ai greti

dei ruscelli più lieti.

Conosciamo il limbo del fiume

più acceso delle praterie fiorite.

Viviamo in un solo zampillio,

apparteniamo al porto più felice.

Lontani i fiori avvizziti delle vacanze altrui

avanza appena un’ombra di paesaggio,

si eclissano le strettoie della libertà-

portone che si dischiuderà con un chiavistello.

Speranza ci logorava

in una città impastata di carne e miseria.

Caleranno nel vermiglio crepuscolo

sul tuo volto le palpebre del sole-

sipario dolce come la tua pelle

dagli aromi di velluto

nella salubre vegetazione di boschi e uccelli,

diafana più delle lame di luce dell’alba.

Saranno i nostri baci, le carezze

a misura di noi stessi,

più oltre tutto è macerie.

La nostra gioventù si denuda e sogna,

l’erba s’arriccia in sordina

su strati innocenti di terriccio.

IL BATTELLO DEI SOGNI

La luce dei tuoi occhi è al limite di primavera

dove ogni gesto si tocca, s’interseca

dapprima solo rosso incenso

ora sottobosco dal profumo di pruni,

nuvola immobile nell’azzurro,

violino che suona un armonico concerto di note.

Ti racconterò dei tuoi occhi,

del loro colore ambrato,

folgore d’una scintilla d’un alfabeto d’amore.

Davanti all’uomo conquistato

sei cieca esaltazione, regina

ingenua come un fiume nel deserto.

Fra le aurore e il frangiflutti delle notti

vi sono ghirlande da coltivare,

te ne pongo una al collo di panna.

Fra i tuoi occhi e il mare

immagini d’onde di passione,

il nostro nido come quello d’una coppia di rondini.

Il battello dei sogni

veleggia in un lago dorato,

la terra inseminata attende i tulipani.

Sei la superba avventura del maggio odoroso

nei tuoi occhi vi son perle ogni giorno

più incantevoli d’un mazzo di fiori alle campane dell’arcobaleno.

“Il cerimoniale della vita”

Prefazione

L’ormai nota poetessa pugliese Filomena Ciavarella, salita alle luci della ribalta con Versi per l’invisibile (Transeuropa Edizioni) 2020 e Versi per Dino e al suo amore per il tutto (Il Convivio) 2021, il compianto fratello, le cui poesie sono molto apprezzate anche dalla grande scrittrice salernitana Rita Pacilio, ha deciso, con Il cerimoniale della vita, di scrivere una silloge di rottura rispetto alle anteriori. Parte da una digressione citando Arnaut Daniel (grande poeta e trovatore francese di lingua occitana che ricevette il consenso anche di Dante Alighieri) scrivendo poi “fa che ogni parola nasca dal/ cerimoniale della vita” e “il filo d’erica sarà corpo del tutto.”

A pag. 5 la Ciavarella, immaginando il taglio d’una pesca “che a breve segnerà/la/la sua polpa/rossa e innocente/e così è l’amore.” Ma non è affatto un amore prossimo al fuoco e ai baci di Pablo Neruda (Premio Nobel per la letteratura nel 1971) quanto piuttosto un amore metafisico tipico di Mira Bai e Li Po.

A pag. 11 un passaggio lirico altissimo: “a filo di vita ho cucito le asole/dei miei vestiti/a luci sparse/sulle strade del mondo.”

Ma il ricordo e il dolore per il deceduto fratello non s’acquietano:

A Dino

Sei la rosa profumata di denso

profumo si arrossa

sulle strade dove luce

per me si posa

Acqua chiara di mare

nelle pupille della città

Le vette di pura poesia di maggior rilievo sono, oltre alle già citate, quelle riportate qui di seguito.

A pag. 22:

“Mi sono venute a cercare

le luminose molecole

della sera, sono canarini

dallle grida allegre

mi hanno portato il fuoco

delle gonne dei prati in fiore

e i miei occhi ancora

peccano d’amore”

A pag 33:

“L’inchiostro non ferma la piuma,

non sa molto del suo volo,

delle sue altezze

a un palazzo di luce”

A pag. 66

“La caduta della luce

in penombra

nel pianoforte

prende corpo.”

Negli intensissimi frammenti lirici che compongono Il cerimoniale della vita non si può ricostruire una storia univoca che li ricomponga con coerenza narrativa. Non vengono mai virati, nemmeno, verso l’astrattezza dell’idealizzazione ma una semplice tangibilità col suo universo.

I versi sono a volte ipermetri ma sempre ben strutturati e levigati con rare sinestesie.

La silloge della Ciavarella è un viatico verso la sua vita interiore, una sorta di lente d’ingrandimento sul suo mondo. Infatti, se nella vera poesia esiste una tangenza fra il cosmo della poetessa pugliese e la sua anima questa tangenza in lei diventa osmotica.

Una poesia molto pregevole e pura, emblematica per la sua rilegatura e la coesistenza allo spirito di Filomena Ciavarella che ne fa una delle voci introspettive più di rango, originali e taglienti del nostro panorama poetico.

Marco Galvagni

Poeta, saggista e critico letterario

Una stupenda recensione su Amazon della grande poetessa Filomena Ciavarella alla mia sinora ultima silloge Luce d’aurora (Eretica Edizioni) 2021.

La storia che si sfoglia

I versi di “Luce d’aurora” posseggono come in piccolo petto un amore metafisico, “ fragile e puro mentre si sfoglia il secolo”.
Mai nessun “orbiterà nelle fiamme dei tuoi occhi/ mentre a me ammiccano cortesi”. In quegli occhi c’è il fuoco divino che accende la sacra notte.
Questi versi sono molto di più di un canto d’amore.
È la visione che accende, intaglia in occhi umani un desiderio di indistinta bellezza.
In quelle iridi metafisiche la morte è nulla più, è l’ala sulla soglia che accende “ un mulino di stelle”.
La donna amata diventa una ossessione, come i granai ventosi di Daniel Arnaut. Ma il suo vero amore è la poesia, che lui canta come vento di sangue e di occhi.
È un canto onirico, fiorito, scolpito che ammicca cortese sul fogliame intarsiato, suo vero corpo d’amore.
La lingua crea colori di una primavera che trova sempre nuove partiture, fughe che ritornano per cesellare la morte nella stanza della luce.
La parola si fa carne, bocca, miele, sembra accarezzare i capelli dorati della sua donna metafisica, di colei che possiede il sorriso di luna.
La splendida Madonna luna tanto amata da Giacomo Leopardi.
Qui la teologia negativa tiene il suo viso di poeta in luce calda. Ed ecco che nel suo anello fioriscono foglie azzurre dove trema solo “il suo verbo e l’inferno”.
Disegna il mistero con mano diafana, sottile, invisibile.
La sua donna è il cartiglio senza note, è la pianta che accende l’orizzonte, la porta profonda e invisibile.
È il chiavistello arcano che possiede il segreto

SOGNO D’AMORE

Donna proibita

carnosa nelle lame di sole

scaverai, dopo un autunno lussureggiante,

con le sottili note di canto

della tua voce

un bagno di musica nel manto nevoso dei prati.

Sono ora ombre di tomba

i vecchi amori con corteccia di tartaruga,

un altro nido ha il mio paesaggio femminile

trepido di future delizie infuocate,

altre finestre hanno gli spifferi di vento-

agita con desiderio d’ardore le lenzuola.

Sarà nostro il paesaggio,

nostre saranno le calze che sovrasteranno i cirri,

non un palmo della mia mano ti sarà distante-

sarò la tua palma prestabilita,

dea che trae origini dai miei sogni,

dal mio sogno d’amore.

Sarai frutto deflorato,

regina che spossata si rigirerà

in un turbine di passione,

in un armonico saliscendi ogni notte

figlio del mio desiderio d’amarti

facendoti gioire col mio vello.

Poesia scritta a 14 anni, segnalata a soli 15 anni nel Premio Internazionale Mosè Bianchi (MI) 1982.

AUTUNNO UMANO

Calano placide le tenebre
sulla città avvolta nel gelo
dell’autunno.
Alberi in letargo rantolano
con le residue forze
in cerca di linfa vitale.
Le foglie,
ormai precipitate verso la morte,
giacciono ammucchiate in disordine
e nulla più hanno cui anelare.
Al rinforzar della perenne brezza,
hanno un guizzo di vita
e danzano volteggiando per l’aere
loro naturale,
tentando invano il recupero verso la vita.
Poi,
svanita la folle illusione,
che aveva attirato inconsapevoli passanti,
ripiombano nell’eterno silenzio,
calpestate e dimenticate da tutti.

Poesia segnalata  nel Premio  Internazionale
Mosè Bianchi, Milano 1982