Raccolta di straordinaria unità espressiva, Dieci dolcezze di Marco Galvagni esibisce un amplissimo repertorio lirico-erotico che affonda le radici nella più antica tradizione della poesia occidentale (e non solo): gli accenti di questa poesia modernamente antica fanno riferimento alla lirica greca, latina, medievale (specie cortese) e saltano a pié pari qualunque riferimento diretto alla contemporaneità, al suo minimalismo espressivo, al verso franto di un eloquio esitante e pretenziosamente colloquiale o, di converso, pseudo-sperimentale.
In questi versi non di rado ipermetri, che fluiscono come un’onda inarrestabile, la lode alla donna amata si dispiega invece secondo la modalità di una invocazione che tenta di allacciare (o riallacciare) un colloquio ravvicinato con l’amata, nonostante una distanza che in più punti si avverte in tutta la sua forza devastante: la poesia diventa allora il mezzo per trattenere al di qua del muro l’immagine della donna, sia ella presente o assente, anche a costo di virarla percettibilmente verso l’astrattezza dell’idealizzazione.
Poco importa se il lettore, quasi inconsciamente, tenta di ricostruire da questi intensissimi frammenti lirici una storia univoca che li unisca con coerenza narrativa, magari cercando (e trovandola, probabilmente, seppure in parte) l’usuale parabola innamoramento-amore-perdita-(forse ritrovamento): meglio godere dell’incredibile inventività del poeta, che poggia sulle iperboli, su una pronuncia debordante che bene rappresenta il desiderio inestinguibile. Il desiderio dell’amata si fa insomma lode incessante che trapassa dalla descrizione ammirata ma ancora realistica del repertorio cortese alla tangenza immaginifica della metafora, che intenzionalmente depotenzia qualunque esplicito sovratono erotico-sessuale che possa intaccare una purezza spirituale che è respirabile in ogni verso.
Slanci espliciti (“Nessuno mai s’amò mai come noi!”, in Puledra imbizzarrita); tenere aperture confessionali (“Stanotte ti dedico due paragrafi di cielo”, in Onde, o “Solo che tu sei l’unico mio fiore”, in Parole intinte della rugiada dei pensieri); invocazioni paniche (“Bionda dea”, in Nella trapunta delle stelle); metafore e immagini ardite (“I tuoi piedi di velluto” rinvenibile in ben quattro occorrenze, o “le nuvole delle tue palpebre”, in Cuore incatenato) sono solo alcune delle modalità in cui si articola il discorso poetico di Marco Galvagni, voce forte, coraggiosa e originalissima del nostro panorama poetico.
Mauro Ferrari