Pensieri d’amore

Quando d’improvviso fuoriesce

acqua sorgiva da una florida fonte

è come lo scintillio del tuo sorriso

nato nei riflessi della neve

un gelido inverno coi fiocchi

a far da manto ai nostri sguardi

già scintillanti d’amore.

Sei la mia stella dorata,

illumini l’intera dimora,

la passioni notturne-

con te mi stendo sul bagnasciuga

a schiumare i nostri pensieri

palpitanti d’immagini colorate,

rosei quando fai capricci di femmina.

Dischiuso anello dell’oblio

Dischiuso anello dell’oblio,

gioiello che riluce nella sua aura,

mimosa profumata un po’ collerica

accendi bagliori d’infinito

nella mia fragrante pelle

che ambisce solo a congiungersi a te

in notti dal profumo d’amore

vibranti d’aromi e ronzii

come quell’insetto malevolo

che ti cadde sulla veste turchese.

Mai ti dimenticherò,

regina di rara bellezza,

dall’animo del candore d’un giglio-

ci ritroveremo in campi di stelle

che ammiro quando solco di notte le vie

e mi sento estasiato in un’unione

che prelude ad un tenero connubio

di dolcezze che ti farò con dieci dita.

Illumini la mia vita

I tuoi piedi di velluto nell’ombra,

le mie mani nella luce

guidano il volo d’aquila reale-

le mie labbra sulle tue conobbero il fuoco.

Coi baci che m’insegnasti,

in un palpitare d’immagini colorate,

imparai a conoscere la stella

scesa per miracolo dal camino

ad illuminare l’intera dimora.

Hai cuore di prato vermiglio,

gambe tornite in calze di sabbia,

chioma di cereale, grano

fluttuante nel vento come un fiore d’aprile,

anima candida come un giglio-

illumini la mia vita ora che viviamo giunti

in un prato di corolle di rugiada.

Un universo di magia

Sei nei miei occhi smeraldo

con le tue trionfali iridi nocciola,

riflesso di donna fulva

mio tesoro favoloso

d’un amore schiuso dalle porte

del tuo ideale calore.

Non ho che te in questo mondo,

nelle sue viuzze, contrade e metropoli-

le nuvole che fanno da tetto

son sempre rosate, prive di cirri

e quand’anche scendessero aghi di pioggia

ci ubriacherebbero solo di felicità.

Siamo due astri orbitanti in un universo di magia.

Ghirlanda gialla

T’amo perché sei infinita,

la mia ancella profumata

e mi stupisco del tuo viso

di girasole, di ghirlanda gialla-

sei nata per me, per essere

la mia fiamma iridescente.

Sui litorali c’inebriamo

della schiuma delle onde,

aspirando aromi salmastri;

d’inverno rimiriamo

i cervi sulle montagne

e ci gettiamo nella neve giocando.

Sei la stella gemella

in ogni stagione-

hai sguardo sfolgorante,

ti stendo un tappeto di diamanti

ovunque passi ammirata

da uno stuolo di passanti smaniosi.

Nel rossore del crepuscolo

mi getto a capofitto con te

in un gomitolo di lenzuola.

L’alba filtra una lama di luce

dalle persiane e ci coglie

sempre avviluppati e madidi.

Foglie d’acqua

Un refolo di vento caldo

scompiglia i tuoi capelli dorati

nati dal sole in una terra di grano,

noi tra foglie d’acqua

ci abbeveriamo le labbra

invase dalla sete.

E’ un’estate in cui tumidi

ci stendiamo fra gli arenicoli

stupiti come se fosse la prima volta

d’amore nei nostri pensieri,

poi ci lanciamo in corolle di spuma

per volare sopra le onde come rondini innamorate.

Perché l’alba e il crepuscolo sono il nostro sorriso.

Postfazione a Dieci dolcezze (Puntoacapo, 2020).

Raccolta di straordinaria unità espressiva, Dieci dolcezze di Marco Galvagni esibisce un amplissimo repertorio lirico-erotico che affonda le radici nella più antica tradizione della poesia occidentale (e non solo): gli accenti di questa poesia modernamente antica fanno riferimento alla lirica greca, latina, medievale (specie cortese) e saltano a pié pari qualunque riferimento diretto alla contemporaneità, al suo minimalismo espressivo, al verso franto di un eloquio esitante e pretenziosamente colloquiale o, di converso, pseudo-sperimentale.

In questi versi non di rado ipermetri, che fluiscono come un’onda inarrestabile, la lode alla donna amata si dispiega invece secondo la modalità di una invocazione che tenta di allacciare (o riallacciare) un colloquio ravvicinato con l’amata, nonostante una distanza che in più punti si avverte in tutta la sua forza devastante: la poesia diventa allora il mezzo per trattenere al di qua del muro l’immagine della donna, sia ella presente o assente, anche a costo di virarla percettibilmente verso l’astrattezza dell’idealizzazione.

Poco importa se il lettore, quasi inconsciamente, tenta di ricostruire da questi intensissimi frammenti lirici una storia univoca che li unisca con coerenza narrativa, magari cercando (e trovandola, probabilmente, seppure in parte) l’usuale parabola innamoramento-amore-perdita-(forse ritrovamento): meglio godere dell’incredibile inventività del poeta, che poggia sulle iperboli, su una pronuncia debordante che bene rappresenta il desiderio inestinguibile. Il desiderio dell’amata si fa insomma lode incessante che trapassa dalla descrizione ammirata ma ancora realistica del repertorio cortese alla tangenza immaginifica della metafora, che intenzionalmente depotenzia qualunque esplicito sovratono erotico-sessuale che possa intaccare una purezza spirituale che è respirabile in ogni verso.

Slanci espliciti (“Nessuno mai s’amò mai come noi!”, in Puledra imbizzarrita); tenere aperture confessionali (“Stanotte ti dedico due paragrafi di cielo”, in Onde, o “Solo che tu sei l’unico mio fiore”, in Parole intinte della rugiada dei pensieri); invocazioni paniche (“Bionda dea”, in Nella trapunta delle stelle); metafore e immagini ardite (“I tuoi piedi di velluto” rinvenibile in ben quattro occorrenze, o “le nuvole delle tue palpebre”, in Cuore incatenato) sono solo alcune delle modalità in cui si articola il discorso poetico di Marco Galvagni, voce forte, coraggiosa e originalissima del nostro panorama poetico.

Mauro Ferrari

Recensione 5 stelle su Amazon a Luce d’aurora (Eretica Edizioni, 2021).

La storia che si sfoglia

I versi di “Luce d’aurora” posseggono come in piccolo petto un amore metafisico, “fragile e puro mentre si sfoglia il secolo”.
Mai nessun “orbiterà nelle fiamme dei tuoi occhi/ mentre a me ammiccano cortesi”. In quegli occhi c’è il fuoco divino che accende la sacra notte.
Questi versi sono molto di più di un canto d’amore.
È la visione che accende, intaglia in occhi umani un desiderio di indistinta bellezza.
In quelle iridi metafisiche la morte è nulla più, è l’ala sulla soglia che accende “un mulino di stelle”.
La donna amata diventa una ossessione, come i granai ventosi di Daniel Arnaut. Ma il suo vero amore è la poesia, che lui canta come vento di sangue e di occhi.
È un canto onirico, fiorito, scolpito che ammicca cortese sul fogliame intarsiato, suo vero corpo d’amore.
La lingua crea colori di una primavera che trova sempre nuove partiture, fughe che ritornano per cesellare la morte nella stanza della luce.
La parola si fa carne, bocca, miele, sembra accarezzare i capelli dorati della sua donna metafisica, di colei che possiede il sorriso di luna.
La splendida Madonna luna tanto amata da Giacomo Leopardi.
Qui la teologia negativa tiene il suo viso di poeta in luce calda. Ed ecco che nel suo anello fioriscono foglie azzurre dove trema solo “il suo verbo e l’inferno”.
Disegna il mistero con mano diafana, sottile, invisibile.
La sua donna è il cartiglio senza note, è la pianta che accende l’orizzonte, la porta profonda e invisibile.
È il chiavistello arcano che possiede il segreto.

Filomena Ciavarella

Fuoco nelle notti

Sui prati del cielo della strada,

fra i panni sulle finestre delle case,

lei scherzava mai annoiata

poi rimaneva immobile sull’uscio

perché richiudessi su di lei

le porte pesanti dell’impossibile.

La mia stella accesa

passeggia s’un tappeto erboso,

lei è sole che scende a picco

sulle mie palpebre semichiuse,

calore che sfavilla nelle mie mani protese,

fanciulla sanguigna fuoco nelle notti.