Andrea Romanelli

5,0 su 5 stelle Un lasciarsi cullare dal ritmo delle immagini

Recensito in Italia il 25 ottobre 2025

La poesia di Marco Galvagni si colloca in un sentimento che è insieme adorazione e distanza, celebrazione e mancanza: la figura della donna amata, quasi una musa luminosa, è raffigurata come un ideale che attrae e scintilla, ma resta al contempo al di là della presa, quasi irraggiungibile.

In quest’orizzonte poetico, ciò che colpisce è il modo in cui Galvagni trasforma l’amore in paesaggio interiore e in natura viva, ricco di colori, immagini visive e vegetazioni simboliche.

La natura diventa metafora della condizione amorosa: fiori, praterie, mare, vento, aurora. Ecco che una goccia nel vento o un tappeto d’erba assumono un peso simbolico: non sono più solo ambienti esterni, ma luoghi dell’anima dove vive il desiderio, l’attesa o la celebrazione. Il movimento poetico è fluido: l’amato / poeta osserva, contempla, sogna.

Galvagni sembra suggerire che l’amore, quando diventa ispirazione, trascende l’ordinario e assume qualità epica e simbolica: non è solo “trovare” ma “cercare”, non solo “avere” ma “essere in relazione” con un altrove. E in questa tensione risiede la sua forza poetica.

Per chi desidera leggere versi che parlino di attesa, di bellezza, di quel misto di luce e malinconia che spesso accompagna l’amore non consumato ma sempre vivo, Galvagni offre un’esperienza lirica intensa.

Suggerirei di leggere queste poesie in momenti di silenzio, lasciandosi cullare dal ritmo e dalle immagini, più che cercare una “narrazione” tradizionale: qui l’emozione sta nella visualizzazione, nella sensazione che il verso suscita.

Fra una petraia e un ciclamino

Fra il carcere e l’aria libera,

tra i pugni e le carezze,

fra una petraia e un ciclamino

vi son diversità più ammalianti

che tra la pioggia e il vento,

l’uomo e la donna.

Mio elemento primario

cespuglio di metamorfosi

il tetto delle stelle si distendeva

in un dicembre di corvi

che sfumavano nelle nebbie

della mia solitudine.

Ho sempre temuto il tuo silenzio:

vi nascono idee senza ragione,

assenza di palpiti di fremiti,

lo stucchevole rame

assai meno lucente della tua cute

dirimpetto alle persiane dei vetri.

Il tuo volto fendente,

landa affatto deserta

perché sei tagliata apposta

per l’amore e il piacere-

in un gomitolo di lenzuola

te ne starai nuda supina.

Come roccia e come gallo

Battevano le campane della neve

in un dicembre fra i nostri segreti

tu m’infondevi coraggio

con te ogni annata sarà lieta-

l’alito di pesca delle mie labbra

sarà l’avventura d’un elemento primario.

Solo per quest’anno

serberemo la resistenza di giovinezza,

la nudità dell’erba

dei tuoi occhi luminosi-

presto sentirò le tue labbra dischiuse

in tre minuti d’acqua cristallina.

Come roccia e come gallo,

un gallo simile a un incendio d’oggi

è un frullo di colori

la luce folgorante

babele d’antica memoria

per dissipare pene e sonno agitato.

Mi muovo a stento nell’ombra

quanto basta a disegnare il cielo

per raccogliere nidi di piacere,

il lieve tocco delle mani di seta,

nidi di carezze aguzze come la serpe

ciò che basterà per trovare baci di velluto.

Un albero

Un vago albero

i cui rami son ruscelli

bevono alla sorgente del sole,

i pesci squamati d’argento

cantano come perle,

padroneggiano i miei capricci.

Poi una donna dalla bocca di fragola,

di rose vermiglie che s’aprono come conchiglie

è fiamma braccata dalla linfa dei desideri,

amante irresistibile impastata di rosa

sotto l’albero rotolandoci

fra carezze di rugiada.

Il suo delirio,

il suo amore ai miei piedi

feriti dagli aghi di pino;

le conchiglie dei suoi occhi nocciola,

limpida sotto le sue smagliature-

fucina di tutti i miei sogni.

In questa foresta che brilla

di cento uccelli muti

nella notte dell’albero

sei un fiore bruciato nell’aria erosa,

nessun altro colore ha il sopravvento-

si manifesta in un sentiero di carne.

Distillare le coppe del tuo oro

sino all’ultima goccia di sonno.

Recensione a I sottili pensieri di canto (vol. 1), CTL,2019.

Divagazioni di Raffaele Urraro

Valeria Bianchi Mian afferma giustamente nell’incipit della sua prefazione che “Se non è facile scrivere storie d’amore, ancor più complesso è tessere i sentimenti in versi per cantare la poetica del desiderio”. Certo. Questa affermazione è valida in generale per tutti coloro che producono versi. Ma non lo è per Marco Galvagni la cui poesia nasce da una fonte zampillante a versamento costante. Perché Marco è un poeta che non sa essere che un poeta. Voglio dire che la sua propensione alla scrittura poetica è come un fatto naturale che nasce da una versificazione a germinazione spontanea. A me ha sempre dato, e mi dà anche oggi con la lettura di questi versi, l’impressione che la sua scrittura nasca come acqua sorgiva che vien fuori naturalmente. E sorgiva mi permetto di definire anche la sua parola, il suo linguaggio poetico: sempre fresco, prodotto di uno stato necessitato, di una fantasia ribollente, sì, ma sempre tenuta “miracolosamente” sotto stretto controllo. Si tratta di quella fenomenologia dell’immaginazione che è una facoltà tipica del poeta, ma che se lasciata libera di scorrazzare nei territori della poesia, può anche causare danni incalcolabili. Perciò ha ragione Baudelaire: è necessario che il poeta tenga tra le redini l’immaginazione per portarla dove egli vuole e non dove essa pretenderebbe di gettarlo. A Marco riesce facilmente l’operazione poetica – sincronismo davvero prodigioso – fatta di spontaneità creazionale e rigido controllo della forma espressiva, il che avviene soltanto ai poeti di razza.

In questa silloge i “sottili pensieri di canto” trovano “naturalmente” la loro strada per inverarsi in versi di squisita fattura, di eleganza quasi sfrontata, che ti trasportano di qua e di là, spesso “sulle ali del vento”, nei percorsi misteriosi delle stelle. Letti tutti insieme ti danno l’impressione di un poetico romanzo d’amore nel quale i sogni fanno a gara dialetticamente con la realtà, i significanti ti indicano la strada per giungere – ancora una volta – “naturalmente” ai significati, le parole s’inchinano alle parole convenienti. E sì, ancora Baudelaire: in poesia les mots font l’amour, ed io conosco pochi, ma veramente pochi, poeti moderni nei quali le parole fanno l’amore perché si sposano tra loro proiettate verso un sogno che si chiama “felicità” e che è soltanto il sogno della poesia.

Tanto più che l’amore di cui parla Marco sembra essere sfuggente, inafferrabile ed evasivo, amore che si realizza soltanto nell’idea di amore trasformato meravigliosamente in parole e le parole in versi: vuoi vedere che il vero unico amore è proprio quello che si realizza soltanto nell’immaginario o nel tentativo o nello sforzo di porre un argine all’immaginario per farlo diventare realtà. Che ne dice Marco? O forse la leopardiana “finzione nel pensiero” («io nel pensier mi fingo») costituisce davvero, anche per Marco, l’unica possibilità del piacere infinito e quindi dell’amore?

Raffaele Urraro

La pena mortale

Nella danza della brezza

solco strade senza fine

calco i passi delle foglie

le nuvole occultano la tua ombra

specchiata nella tua immagine;

aculei di timore irrompono nella notte.

Sono palpebre per non vedere

chiudo le ciglia per non piangere.

Dove sono le tue mani e le carezze?

Dove sono i capricci di futuri giorni rosati?

Tutto da afferrare graffiando,

a smorzare ricordi di gelide notti.

Le aurore t’amo, ho le notti nelle vene.

Mi fido delle tenebre per indovinare

mi conferiscono il potere di avvolgerti,

di scuoterti di desiderio,

il potere di rivelarti

di afferrarti, di prenderti nei sogni.

Scorgo di fronte profondi occhi

ascolto parole che seppi ispirate

condivido l’amore che m’ignora

s’accende il mio cuore, la necessità d’amare.

Ma reclino il capo per pascere la pena mortale,

la vergogna s’uno sfondo di sberleffi cruenti.

Quando incrocio i tuoi occhi

Capelli dorati come il sole.

Quando incrocio i tuoi occhi

finestre spalancano le braccia,

tovaglie di neve sfavillano.

Si schiudono i desideri dell’infanzia

per la bramosia cantata in sordina.

Quando incrocio i tuoi occhi

ogni ombra di tema svanisce,

si dissolve il veleno dell’erba dei campi.

Dai rovi nelle ruderi dei templi

sortiscono frutti di fuoco vermigli,

il mosto della terra annega le api.

Quando incrocio i tuoi occhi

si svuota lo spazio siderale,

le onde lambiscono i bagnasciuga

i leoni, le cerve, le colombe

tiepidi d’aria pura

mirano nascere la nostra primavera.

Quando incrocio i tuoi occhi

le pareti scottano di nuova vita,

dentro il nostro letto di natura

è eretto d’innocenza,

sempre più nuda e schiava

d’un eterno gioco di foglie.

Il pianoforte dei miei versi

Perché incominci a percorrere

il tuo contorno, le linee armoniose

ti coricherai sul pianoforte dei miei versi

come in terra di boschi o di schiuma

nel sapore del gusto dei frutti delle zolle

o nelle note vivaci della musica marina.

Hai piedi morbidi e arcuati

identici ad un antico lamento

delle anse del vento o del suono-

giunge alle tue orecchie perfette,

infinitesime e rare conchiglie

della fantasmagorica barriera del Mar Rosso.

Uguali sono i tuoi seni paralleli

e sono, spiccando il volo, le orbite

che si dischiudono in una luce di stella

o si serrano rarefatte-

mai una perla di lacrima, asciutte-

due città sconfinate nel mare degli occhi.

Non è solo luce che cade nel mondo

il loro bagliore:

è soffocare la neve d’inverno,

da te emana luminaria nei campi

perché sei la stella, accesa dentro

come le perle di rugiada nell’aurora.

L’aurora azzurra

Brilla uno spicchio di cielo
nella sera gravida di pioggia,
un raggio di luna intonaca la stanza
accarezza la seta della sua pelle,
il gomitolo di lenzuola il nostro vestito.

E’ una pioggia ad aghi di lacrime felici
rivivere la magia d’ogni crepuscolo in una stella.

Ebbra di baci,
nel sentore verde di quella pioggia,
ha bocca di rose – insegue la traiettoria del Sole.

Le palpebre si dischiudono in un sorriso,
ciglia asciutte ornano il velo dei desideri,
il loro cuore d’ebano trova fiamma nella notte.

In quel sorriso del suo mare d’occhi l’aurora azzurra di lacrime felici.

Madre terra, Passigli 2015. Gli affetti, l’amore sentimentale, quello per la propria terra, la religiosità e il senso dell’eterno i valori importanti nella poesia di Monia Gaita.

La poesia di Monia Gaita s’esprime in maniera fortemente simbolica e va a tracciare i connotati d’un universo nobile dell’anima, in cui trovano spazio sentimenti puri, l’amore inteso nella sua totalità che si canalizza in forma concreta, assolutamente non metafisica ma sentimentalmente tangibile (emblematico l’esordio di Madre terra: “Se io potessi dire al mondo che ti amo”). A questo innamoramento totale fa da contorno il mondo di Monia, fatto di ricordi, di tributi per i propri affetti, di descrizioni della propria terra, dell’enunciazione dell’amore per la scrittura senza disdegnare una tematica impegnativa come quella d’una ricorrente analisi in forma poetica del trapasso. In Monia Gaita, più che la concettualità o la ricerca nelle tematiche a spiccare è l’invenzione verbale, la misura, l’essenzialità di versi talmente levigati da risultare espressivi non solo per ciò che concerne le singole poesie ma per il valore e addirittura invenzioni multiple per ciò che riguarda i versi presi singolarmente: trivello i desideri/ in cerca di una favola/ che duri. Per proseguira in forma spiccatamente poetica in Io straripai dove alla potenza espressiva dell’aprtura (“Io straripai nel tuo letto stellato”) fa seguito, verso la parte centrale, una terzina in cui Monia riesce ad abbinare l’espressione della propria gratificazione con la capacità di tracciare sul foglio i propri sentimenti in maniera incisiva ed essenziale: “E qualche tralcio d’edera/ ancora piove arcobaleni/ sulla mano”. Riporto la poesia per intero:

Io straripai nel tuo letto stellato

sapeva anche il varriare più innocuo

sapeva di fine, di trauma,

di piaga.

Io contai la tua solitudine

erano fionde e collane incostanti

che traboccavano

da una trapunta  di anni.

E qualche tralcio d’edera

ancora piove arcobaleni

sulla mano.

Con lingua spedita

mi parla di te

e si attorciglia ai miei mattini.

Lì’ sferza una voragine di brame.

Quanto t’ho amato in silenzio!

Quanto spergiuro di tempo

ritolto dal legno…

E quanti inutili calici ti porsi!

Tutto inghiottito nel nulla,

in un grumo,

in un tonfo.,

La sua è considerata una poesia complessa, a volte indecifrabile ma io credo che ciò avvenga nel lettore disattento, in coloro che si limitano ad apprezzarne l’estetica senza coglierne la precisione della terminologia per cui risultano alla fine chiari persino i concetti più intricati.

In Madre terra avviene un gioco di rimandi (termine che curiosamente costituisce il titolo d’un libro di Monia) per cui l’elemento saliente, ovverossia l’espressione semantica ad esempio amorosa, viene introdotta in maniera potente nella lirica d’apertura, non a caso intitolata La furia che induce a cercare nell’intera silloge tale connotato amoroso e non si può non coglierlo in moltissime poesie. Viene ripreso ad intermittenza dalla stessa  Io straripai e poi, alternando considerazioni diverse ma comunque sempre di carattere amoroso. Come in Ritorno incolume dove Monia esprime la sfera del proprio sentire attraverso pregnanti metafore ed immagini, dando lei stessa vita alla matrice incorruttibile d’uno stile lirico e particolareggiato.

Ritorno incolume

alla riva del tuo cuore,

ti scivolo

sul lastrico di pesca di levante

delle labbra,

fisso la corda dei secondi

ad altri ganci.

E indisturbata la ragione

si allontana come un ladro,

descrive un arco annuvolato di partenza

col compasso.

Che bello amarti!

E costellare

di lampi di speranza

il mio soffitto.

Che bello fabbricarmi

un esemplare di rinascita,

battere nelle palpebre del sogno

e ripescare

qualche allodola di luce

dai fondali…

E poi ancora una poesia chiarissima che va a denotare questo importante sentinento:

VOGLIO IL TUO CORPO

Il tuo sorriso ha tentacoli

e santuari d’uva accesa

dove termina il bosco dei miei errori

e posso tingere di vele

le labbra di ogni nascita minuscola

o frazione.

Entra

dentro le gallerie nascoste che ti schiudo,

torreggia sulle cime dell’incerto,

dammi una treccia d’aria,

una rampa celeste,

una traversa umana.

Voglio il tuo corpo spettinato e vero,

voglio il tuo petto sgualcito.

Io voglio l’animale che ti comanda muto

e la tua lingua

che arrotola la notte.

Tra queste poesie esemplificative, versi sparsi emblematici di questo grande amore: Dal primo all’ultimo respiro delle stelle: ora che una crepa si apre nell’intonaco dei sogni…io divampo…scopro un passaggio rasoterra nella neve.

Alla rottura che segna la poesia Accetta, seguono inevitabilme, verso il finale, poesie in cui emerge

la crisi del rapporto amoroso prima tanto magnificato e la relativa delusione. Il tutto espresso sempre liricamente, con invenzioni verbali ben costruite e con l’utilizzo di una terminologia sempre molto efficace. Come, ad esempio, la seguente.

CAPPI DI SOLITUDINE

Entrata in collisione

col tuo cuore,

non ho il coraggio di parlarti

mentre minaccia di crollare

il ponte

di noi due.

Dopo la grande mortalità

di rami di felice,

ignoro il vertice

della parabola d’uscita,

assumo farmaci

di stanco incerottato

dai minuti.

E in fondo alla classifica

dei sogni rimanenti,

cappi di solitudine

scavano nella notte

una trincea.

Come anticipato nel titolo e nella disamina iniziale, se questo potente riverbero del proprio sentimento amoroso nelle poesie di Madre terra è molto potente, anche l’universo degli affetti recita per importanza un ruolo assai rilevante nella poesia di Monia Gaita. Carattere che mi sento di contrassegnare avendo letto anche il primo libro di Monia “Ferroluna,” Come nelle poesie Tu sei la madre e Mio padre.

TU SEI LA MADRE

a mia nonna

Tu sei la madre che ricordo,
l’unica,
quella che rese immortale
la luce della mia infanzia,

che a lungo coltivò
la geometria dei semi

dei suoi campi.

Ora che non ci sei
ammetto l’inesistenza delle fate.

E appena incedo
nel chiostro dell’ascolto
trarupa il piede,

si scardina,
legato ad un apice di vuoto
che si compie.

E un’ altra riva non c’è

che possa spegnere
le fiamme della bruma,

mentre m’aggrappo alle tue mani
spianata in una nascita
che folgora

e feconda.

MIO PADRE

Mio padre
comprime parassiti,

converte in dolce
l’acre delle piante,
coniuga i suoi pensieri
alle lumache.

Consacra al cielo
il giallo delle prugne
congrega moli mortuarie
ai calabroni,

disereda malerbe
e crescite di stento

dal suo campo.

E a sera,
prima che il buio divori la ragione,

cala una particella di purezza
in fondo agli occhi,

goccia di felicità,
disputa di fatica
ad una svolta,
senso abitato e aperto
lungo il caos.

Oltre a queste poesie, in Madre terra se ne trovano alcune che celebrano l’amore per la propria terra. Questo viene enunciato in particolare nella poesia Il mio paese, attraverso versi ricchi ma allo stesso tempo dotati del dono dell’essenzialità:

E’ circondato il mio paese/ da una corona incalcolabile/ di venti crepitanti,/ una corona di spine,/ un corpo armato di stelle,/….dove i falchetti/ segnalano il confine/ tra l’incantesimo di fichi neri e bianchi/…E’ qui che voglio restare/ al largo delle coste dei rumori/ d’altri luoghi,/ dentro Magliano mia/ pure da morta

Lo spiccato senso religioso di Monia Gaita, poi, si può riscontrare nelle poesie Sono lontana: Ho provato a cercarti/ mio Dio/ e ho creduto di vederti/ dove l’argine d’un fiore/ alla furia delle acque/ diviene opuscolo dei remi e Gesù: Tacciono tutti/…mentre dal cielo/ la luce si prosterna/ dandomi scappatoie di chiaro/ in luoghi di clausure./ E nel poligono di viole/ del tuo nome,/ rivive il cuore,/ azzurro/ che si crogiola/ alla pace.

Il senso dell’inevitabilità della morte fa parte, infine, della poesia di Monia Gaita Emerge in Traspirerò, che significativamente segue Accetta.
La morte,/ in ultima radice,/ smorzerà ogni suono./ Non mi darà alcun lascito di vento,/ non una scoria di risposta,/ o il livido d’un colpo/ sulla guancia/…Immobile,/ traspirerò dal cielo/ come un’acqua,/ come un sudore verde,/ un interlinea di tranquillo,/ nel bel mezzo.

Tantissimo è stato scritto riguardo alla poesia di Monia Gaita, molto spesso limitandosi ad elogiarne l’estetica. Io ne sottolinerei anche il valore e la funzione simbolica nonchè l’utilità. Molto bene è stato anche scritto del suo stile, analizzandone la struttura e la metrica.
Da parte mia resta poco da aggiungere se non due cose: primo che per originalità lessicale, levigatura dei versi e complessiva matrice stilistica si ritaglia una collocazione unica nel panorama contemporaneo, nonostante lei sia molto umile ed insista a definire il suo “un tentativo;”secondo che è giunto il tempo d’emanciparsi dalla convinzione espressa da qualcuno che la poesia meridionale sia sottovalutata. Non vedo per quale motivo sia necessario farsi dei complessi, quando si può annoverare fra i propri esponenti di spicco Monia Gaita, Rita Pacilio, Melania Panico ed Antonietta Gnerre, oltre ad interessanti voci emergenti: in fondo, se la poesia non ha un valore oggettivo, ne possiede uno intrinseco ed alla fine questo nella media dei critici emerge, sia essa settentrionale o meridionale. Perchè la poesia è un valore alto che non conosce nè razze nè confini ma solo l’amore di coloro che a lei si dedicano con l’anima e il cuore.

Marco Galvagni