La legge del tuo sorriso

E’ stata la tua legge del sorriso

a tramutare in fronde le foglie del pianto,

un movimento fiorito di luce

a far cadere dal cielo fili dorati

come la leggiadria della tua chioma.

Al primo raggio le tue orbite percorrono

deserti e vulcani, sei però rosa selvatica

la cui essenza mordi piangendo

perché il seme del tuo ovario cadde nella terra-

presto aspirerai profumo di gelsomini

decidendo nell’estate imminente

il colore del nostro oceano complice della schiuma.

Riposa la tua schiena morbida,

il mappamondo del tuo petto,

i petali profumati della tua forma di dea,

entra femminea nei miei sogni-

solo allora sento che scendi dall’albero ombroso,

che passa dal mio amore la cascata del cielo,

e che tu, essendo fiamma di fuoco minerale,

mi concedi il ramo imprescindibile e vita d’oro.

Forse tu, compagna, sei figlia dei riflessi delle stelle e delle fiamme,

rammento come uscisti dalle foglie del fuoco,

sei ancora pane della selva, cenere del grano e dell’orzo.

Amore mio, mia forte colomba, mia stella di sabbia

con la sicurezza d’una stirpe di carta,

giunta alla guerra della mia anima bruciante,

marcerò ora e sempre in quella selva circondato d’animali feriti

accordando i passi al mio delirio

perché ormai svetta la cupola della tua torre.

Il mio cielo

Il mio cielo è un reticolo colmo di fameliche aquile.

Nell’ocra crepuscolo è una nuvola di pane raffermo.

I sui colori sono figli del vento,

identici all’anelito alle tue forme sinuose.

Hai labbra di velluto ed occhi di quarzo-

fai vivere in me infinite, ovattate visioni di sogni.

Nell’orbita delle stelle brilla uno spicchio di luna.

Notti di stelle silenziose, delle tue ciglia asciutte

come, nel rosa del dì, in ogni sentiero ornato di glicini.

In te il sogno è ogni giorno:

sei come la brina in un campo di corolle-

penetri l’orizzonte con l’indelebile presenza.

Hai acceso il mio cuore con una lampada,

quella delle mie orbite ti fa rosei i piedi di velluto.

Fanciulla giunta da distanze siderali,

i tuoi occhi nocciola sfavillano fra gli astri.

Monsoni stanchi passano sopra al mio cuore,

dai sepolcri si son tramutate le tue origini.

Bimba con le spighe dorate dei capelli,

sei colei che soffia di brezza marina illuminando le foglie,

profumata di petali di rose.

E’ ora di percorrere altra via, in cui lei s’apra in un canto.

Ah seguire la strada che s’avvicina alla sua anima candida

con i suoi occhi aperti fra la rugiada.

Recensione 5 stelle su Amazon a I sottili pensieri di canto Vol.2 (Eretica Edizioni, 2024)

Andrea Romanelli

5,0 su 5 stelle Un lasciarsi cullare dal ritmo delle immagini

Recensito in Italia il 25 ottobre 2025

La poesia di Marco Galvagni si colloca in un sentimento che è insieme adorazione e distanza, celebrazione e mancanza: la figura della donna amata, quasi una musa luminosa, è raffigurata come un ideale che attrae e scintilla, ma resta al contempo al di là della presa, quasi irraggiungibile.

In quest’orizzonte poetico, ciò che colpisce è il modo in cui Galvagni trasforma l’amore in paesaggio interiore e in natura viva, ricco di colori, immagini visive e vegetazioni simboliche.

La natura diventa metafora della condizione amorosa: fiori, praterie, mare, vento, aurora. Ecco che una goccia nel vento o un tappeto d’erba assumono un peso simbolico: non sono più solo ambienti esterni, ma luoghi dell’anima dove vive il desiderio, l’attesa o la celebrazione. Il movimento poetico è fluido: l’amato / poeta osserva, contempla, sogna.

Galvagni sembra suggerire che l’amore, quando diventa ispirazione, trascende l’ordinario e assume qualità epica e simbolica: non è solo “trovare” ma “cercare”, non solo “avere” ma “essere in relazione” con un altrove. E in questa tensione risiede la sua forza poetica.

Per chi desidera leggere versi che parlino di attesa, di bellezza, di quel misto di luce e malinconia che spesso accompagna l’amore non consumato ma sempre vivo, Galvagni offre un’esperienza lirica intensa.

Suggerirei di leggere queste poesie in momenti di silenzio, lasciandosi cullare dal ritmo e dalle immagini, più che cercare una “narrazione” tradizionale: qui l’emozione sta nella visualizzazione, nella sensazione che il verso suscita.

Fra una petraia e un ciclamino

Fra il carcere e l’aria libera,

tra i pugni e le carezze,

fra una petraia e un ciclamino

vi son diversità più ammalianti

che tra la pioggia e il vento,

l’uomo e la donna.

Mio elemento primario

cespuglio di metamorfosi

il tetto delle stelle si distendeva

in un dicembre di corvi

che sfumavano nelle nebbie

della mia solitudine.

Ho sempre temuto il tuo silenzio:

vi nascono idee senza ragione,

assenza di palpiti di fremiti,

lo stucchevole rame

assai meno lucente della tua cute

dirimpetto alle persiane dei vetri.

Il tuo volto fendente,

landa affatto deserta

perché sei tagliata apposta

per l’amore e il piacere-

in un gomitolo di lenzuola

te ne starai nuda supina.

Come roccia e come gallo

Battevano le campane della neve

in un dicembre fra i nostri segreti

tu m’infondevi coraggio

con te ogni annata sarà lieta-

l’alito di pesca delle mie labbra

sarà l’avventura d’un elemento primario.

Solo per quest’anno

serberemo la resistenza di giovinezza,

la nudità dell’erba

dei tuoi occhi luminosi-

presto sentirò le tue labbra dischiuse

in tre minuti d’acqua cristallina.

Come roccia e come gallo,

un gallo simile a un incendio d’oggi

è un frullo di colori

la luce folgorante

babele d’antica memoria

per dissipare pene e sonno agitato.

Mi muovo a stento nell’ombra

quanto basta a disegnare il cielo

per raccogliere nidi di piacere,

il lieve tocco delle mani di seta,

nidi di carezze aguzze come la serpe

ciò che basterà per trovare baci di velluto.

Andrea Romanelli

5,0 su 5 stelle Un lasciarsi cullare dal ritmo delle immagini

Recensito in Italia il 25 ottobre 2025

La poesia di Marco Galvagni si colloca in un sentimento che è insieme adorazione e distanza, celebrazione e mancanza: la figura della donna amata, quasi una musa luminosa, è raffigurata come un ideale che attrae e scintilla, ma resta al contempo al di là della presa, quasi irraggiungibile.

In quest’orizzonte poetico, ciò che colpisce è il modo in cui Galvagni trasforma l’amore in paesaggio interiore e in natura viva, ricco di colori, immagini visive e vegetazioni simboliche.

La natura diventa metafora della condizione amorosa: fiori, praterie, mare, vento, aurora. Ecco che una goccia nel vento o un tappeto d’erba assumono un peso simbolico: non sono più solo ambienti esterni, ma luoghi dell’anima dove vive il desiderio, l’attesa o la celebrazione. Il movimento poetico è fluido: l’amato / poeta osserva, contempla, sogna.

Galvagni sembra suggerire che l’amore, quando diventa ispirazione, trascende l’ordinario e assume qualità epica e simbolica: non è solo “trovare” ma “cercare”, non solo “avere” ma “essere in relazione” con un altrove. E in questa tensione risiede la sua forza poetica.

Per chi desidera leggere versi che parlino di attesa, di bellezza, di quel misto di luce e malinconia che spesso accompagna l’amore non consumato ma sempre vivo, Galvagni offre un’esperienza lirica intensa.

Suggerirei di leggere queste poesie in momenti di silenzio, lasciandosi cullare dal ritmo e dalle immagini, più che cercare una “narrazione” tradizionale: qui l’emozione sta nella visualizzazione, nella sensazione che il verso suscita.

Fra una petraia e un ciclamino

Fra il carcere e l’aria libera,

tra i pugni e le carezze,

fra una petraia e un ciclamino

vi son diversità più ammalianti

che tra la pioggia e il vento,

l’uomo e la donna.

Mio elemento primario

cespuglio di metamorfosi

il tetto delle stelle si distendeva

in un dicembre di corvi

che sfumavano nelle nebbie

della mia solitudine.

Ho sempre temuto il tuo silenzio:

vi nascono idee senza ragione,

assenza di palpiti di fremiti,

lo stucchevole rame

assai meno lucente della tua cute

dirimpetto alle persiane dei vetri.

Il tuo volto fendente,

landa affatto deserta

perché sei tagliata apposta

per l’amore e il piacere-

in un gomitolo di lenzuola

te ne starai nuda supina.

Come roccia e come gallo

Battevano le campane della neve

in un dicembre fra i nostri segreti

tu m’infondevi coraggio

con te ogni annata sarà lieta-

l’alito di pesca delle mie labbra

sarà l’avventura d’un elemento primario.

Solo per quest’anno

serberemo la resistenza di giovinezza,

la nudità dell’erba

dei tuoi occhi luminosi-

presto sentirò le tue labbra dischiuse

in tre minuti d’acqua cristallina.

Come roccia e come gallo,

un gallo simile a un incendio d’oggi

è un frullo di colori

la luce folgorante

babele d’antica memoria

per dissipare pene e sonno agitato.

Mi muovo a stento nell’ombra

quanto basta a disegnare il cielo

per raccogliere nidi di piacere,

il lieve tocco delle mani di seta,

nidi di carezze aguzze come la serpe

ciò che basterà per trovare baci di velluto.

Un albero

Un vago albero

i cui rami son ruscelli

bevono alla sorgente del sole,

i pesci squamati d’argento

cantano come perle,

padroneggiano i miei capricci.

Poi una donna dalla bocca di fragola,

di rose vermiglie che s’aprono come conchiglie

è fiamma braccata dalla linfa dei desideri,

amante irresistibile impastata di rosa

sotto l’albero rotolandoci

fra carezze di rugiada.

Il suo delirio,

il suo amore ai miei piedi

feriti dagli aghi di pino;

le conchiglie dei suoi occhi nocciola,

limpida sotto le sue smagliature-

fucina di tutti i miei sogni.

In questa foresta che brilla

di cento uccelli muti

nella notte dell’albero

sei un fiore bruciato nell’aria erosa,

nessun altro colore ha il sopravvento-

si manifesta in un sentiero di carne.

Distillare le coppe del tuo oro

sino all’ultima goccia di sonno.

Recensione a I sottili pensieri di canto (vol. 1), CTL,2019.

Divagazioni di Raffaele Urraro

Valeria Bianchi Mian afferma giustamente nell’incipit della sua prefazione che “Se non è facile scrivere storie d’amore, ancor più complesso è tessere i sentimenti in versi per cantare la poetica del desiderio”. Certo. Questa affermazione è valida in generale per tutti coloro che producono versi. Ma non lo è per Marco Galvagni la cui poesia nasce da una fonte zampillante a versamento costante. Perché Marco è un poeta che non sa essere che un poeta. Voglio dire che la sua propensione alla scrittura poetica è come un fatto naturale che nasce da una versificazione a germinazione spontanea. A me ha sempre dato, e mi dà anche oggi con la lettura di questi versi, l’impressione che la sua scrittura nasca come acqua sorgiva che vien fuori naturalmente. E sorgiva mi permetto di definire anche la sua parola, il suo linguaggio poetico: sempre fresco, prodotto di uno stato necessitato, di una fantasia ribollente, sì, ma sempre tenuta “miracolosamente” sotto stretto controllo. Si tratta di quella fenomenologia dell’immaginazione che è una facoltà tipica del poeta, ma che se lasciata libera di scorrazzare nei territori della poesia, può anche causare danni incalcolabili. Perciò ha ragione Baudelaire: è necessario che il poeta tenga tra le redini l’immaginazione per portarla dove egli vuole e non dove essa pretenderebbe di gettarlo. A Marco riesce facilmente l’operazione poetica – sincronismo davvero prodigioso – fatta di spontaneità creazionale e rigido controllo della forma espressiva, il che avviene soltanto ai poeti di razza.

In questa silloge i “sottili pensieri di canto” trovano “naturalmente” la loro strada per inverarsi in versi di squisita fattura, di eleganza quasi sfrontata, che ti trasportano di qua e di là, spesso “sulle ali del vento”, nei percorsi misteriosi delle stelle. Letti tutti insieme ti danno l’impressione di un poetico romanzo d’amore nel quale i sogni fanno a gara dialetticamente con la realtà, i significanti ti indicano la strada per giungere – ancora una volta – “naturalmente” ai significati, le parole s’inchinano alle parole convenienti. E sì, ancora Baudelaire: in poesia les mots font l’amour, ed io conosco pochi, ma veramente pochi, poeti moderni nei quali le parole fanno l’amore perché si sposano tra loro proiettate verso un sogno che si chiama “felicità” e che è soltanto il sogno della poesia.

Tanto più che l’amore di cui parla Marco sembra essere sfuggente, inafferrabile ed evasivo, amore che si realizza soltanto nell’idea di amore trasformato meravigliosamente in parole e le parole in versi: vuoi vedere che il vero unico amore è proprio quello che si realizza soltanto nell’immaginario o nel tentativo o nello sforzo di porre un argine all’immaginario per farlo diventare realtà. Che ne dice Marco? O forse la leopardiana “finzione nel pensiero” («io nel pensier mi fingo») costituisce davvero, anche per Marco, l’unica possibilità del piacere infinito e quindi dell’amore?

Raffaele Urraro