Occhi di fata

Sei regale nel rosa del dì

in questo gelido autunno,

una pianta dalle millefoglie

intrise di giallo grano come la luce dei tuoi capelli,

foglie che non vogliono cadere

neanche sotto lo sferzante vento novembrino.

Hai occhi nocciola di fata,

le tue dita sono petali di rosa-

il delicato profumo che t’avvolge

è quello di un ciclamino fiorito-

sempre lo serberò con me

persino nelle notti più buie e tempestose.

Perché tu sei il soffio di calore di domani

che ricongiungerà le mie labbra alle tue.

La magica chiave

Amorevole sorriso di dea t’avvolge

donna dalle braccia calde mio mantello-

io con le mie pupille calme

m’insinuo tra le tue braccia ardenti

perché ad illuminarmi sei solo tu-

mio astro costante dei giorni più felici.

Mia violaciocca pervinca

offrimi i tuoi fiori, ne raccoglierò i frutti-

con te maturano sinché ne possa suggere il miele-

la tua anima candida come la neve

è il mio tesoro favoloso come il tuo cuore,

scrigno di cui solo io possiedo la magica chiave.

Recensione 5 stelle su ibs a Un amore assoluto (Eretica Edizioni, 2023) della  Sig.ra Rita Bompadre.

Marco Galvagni amplifica i suoi versi nella devozione di un vincolo che lega corpo e anima, rinnova, dalla colta combinazione tra componenti estetizzanti, il privato vitalismo, manifesta il proprio entusiasmo nelle suggestive espressioni della natura, nelle dichiarazioni affascinanti delle stagioni, nella tentazione lusinghiera dei luoghi e nel richiamo audace e infinito dell’universo dominato dalla passione. Decanta l’indole romantica del sogno, la nobile capacità di suscitare l’intensità delle promesse, le persuasioni devote e sensuali. I testi concentrano magistralmente l’influenza dei sensi, esposti come strumento conoscitivo per affiancare la realtà e capirla, declinano la raffinata bellezza di un ideale femminile evocato e vagheggiato, rinforzano la destrezza sentimentale con l’intrinseca esaltazione della voluttà, incoraggiano a trattenere ogni sensazione come occasione sublime di identificazione e congiunzione con il tutto, come propensione illimitata ad abbandonarsi alla magia celebrativa, ricambiata, di ogni intimo abbandono. L’efficace padronanza del mezzo espressivo nelle poesie di Marco Galvagni, assorbe l’indirizzo sensitivo delle parole e consuma il misterioso sedimento oscuro dello stupore e della meraviglia. Il poeta, impaziente di possedere l’invisibile e impalpabile lusinga d’amore, scava nella parola il segno perfetto dell’appartenenza, la segreta corrispondenza condivisa nella diffusione delle sorprendenti e invitanti complicità, interpreta l’indefinibile compiacenza e l’inafferrabilità del presentimento, avverte il timore ineffabile dell’attesa, il rapimento chimerico. Insegue l’immagine inesauribile dell’idillio, il labirinto sfuggente degli episodi memorabili, la divinazione del tempo, gli incroci inclinati degli appuntamenti. “Un amore assoluto” concede alla sua lettura la sensibilissima confessione della volontà di amare e di essere amati, l’esplosione panica del mondo interiore, la gioia di vivere. Silloge vivamente consigliata.

Rita Bompadre

T’amo

Scrivo a lettere di fuoco

l’atlante del mappamondo delle tue colline.

La mia bocca di fuoco

si rivela in mille giochi di lusinghe.

Ho tante storie da narrarti sul confine del crepuscolo

perché t’accenda in riflessi sotto la campanula del firmamento.

E’ tempo d’uva, di raccolti fruttiferi

per me che vissi in lidi dove t’amavo,

solcando le onde con una caravella di ricordi,

pescando con reti che non trattenevano acqua d’oblio.

Ne restano appese gocce che tremano

come dei tuoi occhi gli intarsi delle pagliuzze.

Ami giocare con la luce del cielo stellato,

giungi a me tra fiori e frumento,

d’oro come i capelli di sole della tua chioma.

A nessuna assomigli da quando t’amo,

nel viso di latte di tutte le donne vedo il tuo-

ti stenderò un tappeto fiero ovunque tu passi ammirata.

T’amo su questa terra azzurra,

nel bosco incantato dei pensieri,

nei sottoboschi dal profumo di ciclamini.

Ti porrò una rosa all’occhiello

colta per magia sotto l’odore dei tigli

accendendo col fiore più bello il tuo sorriso.

Recensione 5 stelle su Amazon a Luce d’aurora (Eretica Edizioni, 2021).

La storia che si sfoglia

I versi di “Luce d’aurora” posseggono come in piccolo petto un amore metafisico, “ fragile e puro mentre si sfoglia il secolo”.
Mai nessun “orbiterà nelle fiamme dei tuoi occhi/ mentre a me ammiccano cortesi”. In quegli occhi c’è il fuoco divino che accende la sacra notte.
Questi versi sono molto di più di un canto d’amore.
È la visione che accende, intaglia in occhi umani un desiderio di indistinta bellezza.
In quelle iridi metafisiche la morte è nulla più, è l’ala sulla soglia che accende “ un mulino di stelle”.
La donna amata diventa una ossessione, come i granai ventosi di Daniel Arnaut. Ma il suo vero amore è la poesia, che lui canta come vento di sangue e di occhi.
È un canto onirico, fiorito, scolpito che ammicca cortese sul fogliame intarsiato, suo vero corpo d’amore.
La lingua crea colori di una primavera che trova sempre nuove partiture, fughe che ritornano per cesellare la morte nella stanza della luce.
La parola si fa carne, bocca, miele, sembra accarezzare i capelli dorati della sua donna metafisica, di colei che possiede il sorriso di luna.
La splendida Madonna luna tanto amata da Giacomo Leopardi.
Qui la teologia negativa tiene il suo viso di poeta in luce calda. Ed ecco che nel suo anello fioriscono foglie azzurre dove trema solo “il suo verbo e l’inferno”.
Disegna il mistero con mano diafana, sottile, invisibile.
La sua donna è il cartiglio senza note, è la pianta che accende l’orizzonte, la porta profonda e invisibile.
È il chiavistello arcano che possiede il segreto.

Filomena Ciavarella

Sul lungofiume

Piante maggiori

coinvolte nel fuoco,

bionde o brulle, bruma o rugiada,

fiori estremi maledetti.

I tuoi seni di grazie accettate,

risate fra gli alberi, corse affannate.

Sono venti d’uragano.

Uragano che protegge le sue creature

frantuma steli di luce

assegna erbe agli insetti

nelle fumate dell’autunno,

nelle ceneri dell’inverno.

Randagia dalla fronte spianata,

il suo cuore, i suoi occhi-

è un astro,

le sue orbite palesano i pensieri:

trapuntati veleggiano in un gruzzolo di luce

nel tepore della stagione delle rondini.

Sul lungofiume di ramature

palpebre dischiudono intriganti occhi nocciola

dal bagliore dell’eco del fuoco.

Sul lungofiume dalle labbra umide

sognando la tua anima d’ombra svanisce ogni assedio di pena.

Recensione a Luce d’aurora (Eretica Edizioni, 2021) di Gabriella Paci

La silloge “Luce d’aurora”( Eretica edizioni 2021, 15 euro) di Marco Galvagni  si presenta da subito con una veste grafica  che allude al tema in essa contenuto:l’amore. Il rosso acceso della cover richiama infatti da subito l’amore. Un tema questo che attraversa i secoli e può diventare una trattazione usuale  e scontata,specie se, come accade in questo caso, l’amore, comprese le due poesie di apertura, afferenti l’amore filiale, è il tema esclusivo della raccolta.

Non è così perché Galvagni ha la capacità di non essere mai banale, incantando letteralmente il lettore con un caleidoscopio di emozioni che si compongono e scompongono creando una sorta di visione onirica seppure legata ad elementi di concretezza, primi tra tutti quelli della natura,a cui attinge a piene mani, rivendicando attraverso di essi, una passionalità ed un impeto amoroso con cui riveste l’amata senza mai scadere in una  retriva e pesante significazione. Anzi, direi che l’eleganza formale e il riferimento agli aspetti materiali della natura e della donna trovino una sorta di sublimazione e rarefazione che rende ogni lirica un gioiello prezioso,cesellato con dovizia di figure di significato e di suono.

Basta leggere pochi versi per rendersene conto:

Sei una goccia di luce/caduta dal cuore dell’universo/con intensi bagliori di stelle,/non cometa che sa d’assenza ma indelebile presenza,terra di papaveri e baci (la spada di ossidiana pag. 58)

Si potrebbe quasi,se non si sapesse che due sono le donne amate ispiratrici delle liriche e che sono realmente presenti nella vita dell’autore che esse siano solo ideali femminili del poeta. Non è così  sia quando una compare con il suo distacco:poi ti rivedo sparire nella nebbia di novembre/una densa coltre di panna sui nostri pensieri/ timbrandomi il lasciapassare della solitudine….e ancora: ora sei la pietra spezzata,l’albero senza radici/ e faccio naufragio nel mare della nostalgia con una caravella di ricordi/tra l’indifferenza dei passanti /tale al passero che tenta il volo/ma cade senza destare stupore (da “ Cicatrici d’amore “pag. 21),sia quando l’altra si impone, per tutta la silloge,  con la sua   sensualità che travolge e cura la precedente  piaga d’amore:..il mio amore è un uccello ferito e tu ne sarai la panacea/.Perché per me sei la più bella….Hai un corpo che io immagino rosso fuoco/come una stilettata nelle tenebre/prelude ad un gomitolo di lenzuola/in cui,madidi,ci avvinghieremo…(da“Perché per me sei la più bella “ pag. 24)

Infatti l’amata che cura il poeta dalla sua perdita, diventa una sorta di divinità panica, presente in ogni aspetto della natura e,viceversa, la natura si insedia nella donna: per questo aspetto  e per la ricercatezza dell’espressione Galvagni ci ricorda D’Annunzio, il poeta della parola e della sensualità. Nello stesso tempo, tuttavia ,l’autore ci ricorda anche Petrarca, per quell’atmosfera di indefinitezza dell’aspetto fisico della sua Laura,tanto da farne quasi un’entità divina. Infatti anche Elisa viene ad incarnare tutte le qualità fisiche e morali che una donna può possedere o che,comunque,in lei vedono gli occhi di un uomo profondamente innamorato.

 Anche Elisa (Ely ), dunque, assurge quasi al ruolo di una dea, così come è trasfigurata dalla levigatezza dell’espressione, e dal suo obnubilarsi nella natura, per poi dimostrarsi regina e incarnatrice della bellezza femminile e ambientale nello stesso tempo.

Dire che Galvagni canta la donna, l’amore e la natura è forse più giusto che limitarsi a dire che celebra l’amore in senso  stretto. Tutto sprigiona vitalità, in una specie di immedesimazione nell’energia e nei colori e odori della natura (per questo ci sembra che paragonarlo a D’Annunzio o anche all’ardore apollineo non sia poi così esagerato) e ci fa dire che è un innamorato della vita che pulsa in lui con tutta la pienezza del suo richiamo.

Ely è dunque luce d’aurora in quanto artefice della rinascita alla vita e all’amore ma anche dell’atto creativo della parola poetica e  che diventa dunque entità  maieutica per il poeta. Dunque, lasciato da parte il ritegno, il poeta può celebrare la sua passione amorosa, senza tuttavia mai scadere nell’ovvio o nell’eccessiva carnalità:…conosco il tuo cuore,i tuoi seni/m’infondono un senso di libertà fisica…(Da “Il prodigio “ pag. 29) ancora :Uguali sono i tuoi seni paralleli/ e sono,spiccando il volo, le orbite /che si dischiudono in una luce di stella.. (da”IL pianoforte dei miei versi” pag. 37).

La stessa natura, con il suo avvicendarsi delle stagioni, sottolinea il crescendo della passione amorosa dalla primavera all’estate: foriere di risveglio della natura in ogni senso  e del suo pieno dispiegarsi:

Sono nato col tuo amore/che si sfoglia sulla mia pelle/assetata del tuo corpo/come se cascate d’onice/penetrassero la mia sostanza /e da allora ti recassi in me(daScintilla bionda pag. 59)o ancora: il rumore delle pietre/della risacca del mare/sfiora anse di rena in cui ci stendiamo/frante dal bagnasciuga dei frangiflutti./Il miele della tua pelle,la fragranza del pane/dalle orchidee delle stelle scendono gabbiani implumi (da “Nelle tue labbra vi è il cielo”pag. 77)

2+56 componimenti in questa silloge da leggere lentamente, per assaporarvi, dunque,  come accade per la lettura dei poeti francesi del ” maledettismo” o anche di quelli dell’estetismo una fusione di sfere sensoriali dove vista, tatto, udito, gusto, olfatto si confondono, nella celebrazione di un rito d’amore che è ogni lirica in essa contenuta. Un rito dove sfumano eppure si intensificano in un vortice passionale momenti d’amore che vengono eternati nel gioco della seduzione che si rinnova nella  parola di uno dei poeti di spicco del nostro panorama.

Gabriella  Paci

Un’alba di neve

In un’alba di neve, bagnata da un sogno e da aghi di pioggia,

un’alba di miracolose resurrezioni di farfalle,

tu, prima stella da qui all’infinito,

sei avvolta in una carezza di luce –

io felice per averti trovata

fra le crepe di uno specchio.

Sbagliando strada ma arrivando lo stesso alla neve

in quell’inverno vestito di sorrisi 

appena accarezzato  il colore dei nostri pensieri

era come se già piovessero –

per un incantesimo triste della brezza del tempo- 

i primi fiocchi del nostro ultimo arcobaleno.

Recensione 5/5 su ibs a Le note dell’anima (Transeuropa) 2020.

“Le note dell’anima”, l’ultima creazione del poeta Marco Galvagni, è una raccolta di versi davvero coinvolgenti. L’impressione che ne ricavo, è fiabesca, lucente; lumi immaginali si accendono nella notte, sulle note che sembrano suonate dal flauto di uno spirito antico, una melodia che emerge dai boschi insieme a Orfeo, Pan, Dioniso, Hermes. Le parole brillano come fili d’erba nei prati, in danza di fauni e ninfe, canto di magiche acque che attraversano il tempo e ci portano la bellezza della quale gli dei permeavano ogni cellula umana. Un’epoca in cui uomini e donne erano uniti alla Natura.   Mi appare chiara la salda relazione che l’autore intrattiene con la propria Musa. Lei che ne abita l’ispirazione, condivide con lui la creazione che emerge necessariamente dalle passioni, dalle gradazioni del fuoco. Non c’è lirica in cui Natura sia assente; non c’è verso di lasciare il vento, il sole, le nubi, le onde, le stagioni fuori dal foglio. La poesia è là dove la vita pulsa.  Nella postfazione alla silloge, anche Emilia Fragomeni riprende il tema che per me è evidente: Natura e Animo sono in Marco Galvagni un binomio antico, la fonte dell’eterna giovinezza del sentimento, il “soffio vitale” – e come non pensare a Psiche, sempre e ancora alla ricerca del suo Eros? Se il poeta fosse colmo della realizzazione d’ogni desiderio, il suo canto non avrebbe luogo, penna e metafore. Se, per contro, la voce che grida e dialoga, e compone versi fosse priva di desiderio, non potrebbe far altro che evocare quelle note che fanno di lui strumento di una musica unica al mondo.  Silloge vivamente consigliata.

Valeria Bianchi Mian

T’amo

Scrivo a lettere di fuoco

l’atlante del mappamondo delle tue colline.

La mia bocca di fuoco

si rivela in mille giochi di lusinghe.

Ho tante storie da narrarti sul confine del crepuscolo

perché t’accenda in riflessi sotto la campanula del firmamento.

E’ tempo d’uva, di raccolti fruttiferi

per me che vissi in lidi dove t’amavo,

solcando le onde con una caravella di ricordi,

pescando con reti che non trattenevano acqua d’oblio.

Ne restano appese gocce che tremano

come dei tuoi occhi gli intarsi delle pagliuzze.

Ami giocare con la luce del cielo stellato,

giungi a me tra fiori e frumento,

d’oro come i capelli di sole della tua chioma.

A nessuna assomigli da quando t’amo,

nel viso di latte di tutte le donne vedo il tuo-

ti stenderò un tappeto fiero ovunque tu passi ammirata.

T’amo su questa terra azzurra,

nel bosco incantato dei pensieri,

nei sottoboschi dal profumo di ciclamini.

Ti porrò una rosa all’occhiello

colta per magia sotto l’odore dei tigli

accendendo col fiore più bello il tuo sorriso.