Postfazione a Dieci dolcezze (Puntoacapo, 2020).

Raccolta di straordinaria unità espressiva, Dieci dolcezze di Marco Galvagni esibisce un amplissimo repertorio lirico-erotico che affonda le radici nella più antica tradizione della poesia occidentale (e non solo): gli accenti di questa poesia modernamente antica fanno riferimento alla lirica greca, latina, medievale (specie cortese) e saltano a pié pari qualunque riferimento diretto alla contemporaneità, al suo minimalismo espressivo, al verso franto di un eloquio esitante e pretenziosamente colloquiale o, di converso, pseudo-sperimentale.

In questi versi non di rado ipermetri, che fluiscono come un’onda inarrestabile, la lode alla donna amata si dispiega invece secondo la modalità di una invocazione che tenta di allacciare (o riallacciare) un colloquio ravvicinato con l’amata, nonostante una distanza che in più punti si avverte in tutta la sua forza devastante: la poesia diventa allora il mezzo per trattenere al di qua del muro l’immagine della donna, sia ella presente o assente, anche a costo di virarla percettibilmente verso l’astrattezza dell’idealizzazione.

Poco importa se il lettore, quasi inconsciamente, tenta di ricostruire da questi intensissimi frammenti lirici una storia univoca che li unisca con coerenza narrativa, magari cercando (e trovandola, probabilmente, seppure in parte) l’usuale parabola innamoramento-amore-perdita-(forse ritrovamento): meglio godere dell’incredibile inventività del poeta, che poggia sulle iperboli, su una pronuncia debordante che bene rappresenta il desiderio inestinguibile. Il desiderio dell’amata si fa insomma lode incessante che trapassa dalla descrizione ammirata ma ancora realistica del repertorio cortese alla tangenza immaginifica della metafora, che intenzionalmente depotenzia qualunque esplicito sovratono erotico-sessuale che possa intaccare una purezza spirituale che è respirabile in ogni verso.

Slanci espliciti (“Nessuno mai s’amò mai come noi!”, in Puledra imbizzarrita); tenere aperture confessionali (“Stanotte ti dedico due paragrafi di cielo”, in Onde, o “Solo che tu sei l’unico mio fiore”, in Parole intinte della rugiada dei pensieri); invocazioni paniche (“Bionda dea”, in Nella trapunta delle stelle); metafore e immagini ardite (“I tuoi piedi di velluto” rinvenibile in ben quattro occorrenze, o “le nuvole delle tue palpebre”, in Cuore incatenato) sono solo alcune delle modalità in cui si articola il discorso poetico di Marco Galvagni, voce forte, coraggiosa e originalissima del nostro panorama poetico.

Mauro Ferrari

Recensione 5 stelle su Amazon a Luce d’aurora (Eretica Edizioni, 2021).

La storia che si sfoglia

I versi di “Luce d’aurora” posseggono come in piccolo petto un amore metafisico, “fragile e puro mentre si sfoglia il secolo”.
Mai nessun “orbiterà nelle fiamme dei tuoi occhi/ mentre a me ammiccano cortesi”. In quegli occhi c’è il fuoco divino che accende la sacra notte.
Questi versi sono molto di più di un canto d’amore.
È la visione che accende, intaglia in occhi umani un desiderio di indistinta bellezza.
In quelle iridi metafisiche la morte è nulla più, è l’ala sulla soglia che accende “un mulino di stelle”.
La donna amata diventa una ossessione, come i granai ventosi di Daniel Arnaut. Ma il suo vero amore è la poesia, che lui canta come vento di sangue e di occhi.
È un canto onirico, fiorito, scolpito che ammicca cortese sul fogliame intarsiato, suo vero corpo d’amore.
La lingua crea colori di una primavera che trova sempre nuove partiture, fughe che ritornano per cesellare la morte nella stanza della luce.
La parola si fa carne, bocca, miele, sembra accarezzare i capelli dorati della sua donna metafisica, di colei che possiede il sorriso di luna.
La splendida Madonna luna tanto amata da Giacomo Leopardi.
Qui la teologia negativa tiene il suo viso di poeta in luce calda. Ed ecco che nel suo anello fioriscono foglie azzurre dove trema solo “il suo verbo e l’inferno”.
Disegna il mistero con mano diafana, sottile, invisibile.
La sua donna è il cartiglio senza note, è la pianta che accende l’orizzonte, la porta profonda e invisibile.
È il chiavistello arcano che possiede il segreto.

Filomena Ciavarella

Fuoco nelle notti

Sui prati del cielo della strada,

fra i panni sulle finestre delle case,

lei scherzava mai annoiata

poi rimaneva immobile sull’uscio

perché richiudessi su di lei

le porte pesanti dell’impossibile.

La mia stella accesa

passeggia s’un tappeto erboso,

lei è sole che scende a picco

sulle mie palpebre semichiuse,

calore che sfavilla nelle mie mani protese,

fanciulla sanguigna fuoco nelle notti.

Sino alle rose

Perché mai, perché mai

esce una rondine che vola alta

quando, parlando, emetti note

come sottili pensieri di canto,

ma le ortiche sono riposte nella tua gola

e un vento di nave ti abita.

Non vedi né luna né giacinti,

né l’oscurità sgocciolata di umidità.

Vedi solo la mia pelle d’avorio,

io la cintola sottile dei tuoi fianchi

identici allo zaffiro di geometria stellare

mentre palpiti dai piedi di velluto sino alle rose.

La geografia celeste

Quando passa la mia bionda

chiara come una pianta d’oro

dondolandosi nelle sue movenze,

la mia bocca corre dietro ai suoi doni

e lei scarica come un’onda alta

lampi di sangue dolce sui suoi seni.

A te, senza vederti, distante,

va la geografia celeste dei miei baci

a te, piccola e chiara mia,

mia dolce bellezza fatta di tutto l’oro,

tutto l’argento e tutto il frumento,

fatta per i miei baci e per l’anima mia.

Saggio critico su Vit(amor)te di Valeria Bianchi Mian, Miraggi Edizioni 2020.

Ha buon gioco Giordano Berti nello scrivere nella prefazione che “c’è davvero tanta alchimia in queste poesie nelle quali fanno capolino draghi e teschi, madri armate di spade e figlie disarmanti, vermi e farfalle…” Ma è davvero alchimia o non è più veritiero interpretare tutte queste figure come simboli della tangenza fra universo interiore e mondo esteriore di Valeria Bianchi Mian che, esprimendosi con versi che sono pura poesia, come sempre va a finire in tali casi si fa osmosi?

Partendo da questo presupposto si può tranquillamente affermare come quella di Vit(amor)te di Valeria Bianchi Mian sia una poesia dalla quale si evince prima di tutto la grandiosa preparazione culturale dell’autrice e poi, soprattutto, la sua predisposizione analitica forgiata in una ventennale esperienza in quanto scandaglia i recessi della psiche umana esprimendosi costantemente in versi lineari e levigati in cui non mancano, anche se a una prima occhiata potrebbero sfuggire, pregnanti metafore e immagini che dischiudono la luce sull’interiorità della scrittrice per mezzo di una sorta di lente d’ingrandimento. E’ per questo motivo che i concetti espressi vengono indirizzati con maestria dall’astrazione più assoluta alla tangibilità e si materializzano linearmente in modo concreto.

Il significato del titolo del libro di Valeria Bianchi Mian viene spiegato nella poesia Il Corvo a pag. 49: con amor(t)e non s’intende spiegare altro che il matrimonio è la tomba della morte.

Una poesia importante da segnalare è poco dopo, a pag. 57, perché esprime la paura d’invecchiare dell’autrice; poesia in cui Valeria Bianchi Mian pensa al suo futuro temendo l’aspetto esteriore che avrà esprimendosi in versi molto taglienti come “una che un giorno avrà le caviglie gonfie”, “le borse della spesa agli occhi”, “le rughe spesse.”

Una poesia assolutamente non aulica né classicheggiante bensì dai canoni postmoderni, limata, levigata che senza farlo apparire ci parla della quotidianità riflettendosi nel mondo esterno senza idealizzarlo ma criticandolo e lo fa con sopraffina intelligenza facendone scaturire versi di pura poesia.

Valeria Bianchi Mian intende trascendere il neoclassicismo ma non la poesia contemporanea esprimendosi a volte in termini aperti e schietti, senza però essere mai volgare ma piuttosto riflettendo nei suoi scritti quel materialismo che la fa da padrone nell’attualità.

Marco Galvagni

Geometria di smeraldo

Le ore del nostro incedere

come nuvole arse dal sole

nell’era azzurra della nostra rinascita,

come remi che fendono l’alba-

la nostra aurora rosata proiettata

in nuove visioni di esatti orizzonti.

Ti parlo di me da un capo all’altro

della città drappeggiata di desideri.

La nostra campagna ha perfetta

geometria di smeraldo e s’accende-

luce giallo grano del cielo sulla terra

come la tua corona d’alberi d’oro.

Un forno di mattoni stupefatto

Da lungo tempo le mie dita

toccano il tuo corpo fragrante di miele:

sei compatta come il pane e il legno,

sei minerale di sicuro splendore,

hai peso d’acacia, di terra, di cereale.

So che esisti perché i tuoi occhi volano

Illuminandomi e danno luce alle mie mani,

alle mie unghie come una finestra aperta.

Di fango fosti creata e dalle stelle cotta

in un forno di mattoni stupefatto.

Tu cadrai con me come pietra nella tomba.

Grappoli d’oro

Le vedi le mie mani?

Hanno separato terre e cereali,

hanno percorso distanze infinite:

i nostri oceani, le nostre terre

e tuttavia quando percorrono te,

piccolina, grano di frumento, allodola

non riescono a comprenderti tutta,                                  

si stancano per raggiungere

le colombe gemelle che volano

o riposano sul tuo petto,

si avvolgono alla luce della tua cintura.

Perché per me sei azzurra e vasta

come le nostre terre nella vendemmia

e sei un tesoro più colmo d’immensità

che non il mare e i grappoli d’oro.