Sino alle rose

Perché mai, perché mai

esce una rondine che vola alta

quando, parlando, emetti note

come sottili pensieri di canto,

ma le ortiche sono riposte nella tua gola

e un vento di nave ti abita.

Non vedi né luna né giacinti,

né l’oscurità sgocciolata di umidità.

Vedi solo la mia pelle d’avorio,

io la cintola sottile dei tuoi fianchi

identici allo zaffiro di geometria stellare

mentre palpiti dai piedi di velluto sino alle rose.

La geografia celeste

Quando passa la mia bionda

chiara come una pianta d’oro

dondolandosi nelle sue movenze,

la mia bocca corre dietro ai suoi doni

e lei scarica come un’onda alta

lampi di sangue dolce sui suoi seni.

A te, senza vederti, distante,

va la geografia celeste dei miei baci

a te, piccola e chiara mia,

mia dolce bellezza fatta di tutto l’oro,

tutto l’argento e tutto il frumento,

fatta per i miei baci e per l’anima mia.

Saggio critico su Vit(amor)te di Valeria Bianchi Mian, Miraggi Edizioni 2020.

Ha buon gioco Giordano Berti nello scrivere nella prefazione che “c’è davvero tanta alchimia in queste poesie nelle quali fanno capolino draghi e teschi, madri armate di spade e figlie disarmanti, vermi e farfalle…” Ma è davvero alchimia o non è più veritiero interpretare tutte queste figure come simboli della tangenza fra universo interiore e mondo esteriore di Valeria Bianchi Mian che, esprimendosi con versi che sono pura poesia, come sempre va a finire in tali casi si fa osmosi?

Partendo da questo presupposto si può tranquillamente affermare come quella di Vit(amor)te di Valeria Bianchi Mian sia una poesia dalla quale si evince prima di tutto la grandiosa preparazione culturale dell’autrice e poi, soprattutto, la sua predisposizione analitica forgiata in una ventennale esperienza in quanto scandaglia i recessi della psiche umana esprimendosi costantemente in versi lineari e levigati in cui non mancano, anche se a una prima occhiata potrebbero sfuggire, pregnanti metafore e immagini che dischiudono la luce sull’interiorità della scrittrice per mezzo di una sorta di lente d’ingrandimento. E’ per questo motivo che i concetti espressi vengono indirizzati con maestria dall’astrazione più assoluta alla tangibilità e si materializzano linearmente in modo concreto.

Il significato del titolo del libro di Valeria Bianchi Mian viene spiegato nella poesia Il Corvo a pag. 49: con amor(t)e non s’intende spiegare altro che il matrimonio è la tomba della morte.

Una poesia importante da segnalare è poco dopo, a pag. 57, perché esprime la paura d’invecchiare dell’autrice; poesia in cui Valeria Bianchi Mian pensa al suo futuro temendo l’aspetto esteriore che avrà esprimendosi in versi molto taglienti come “una che un giorno avrà le caviglie gonfie”, “le borse della spesa agli occhi”, “le rughe spesse.”

Una poesia assolutamente non aulica né classicheggiante bensì dai canoni postmoderni, limata, levigata che senza farlo apparire ci parla della quotidianità riflettendosi nel mondo esterno senza idealizzarlo ma criticandolo e lo fa con sopraffina intelligenza facendone scaturire versi di pura poesia.

Valeria Bianchi Mian intende trascendere il neoclassicismo ma non la poesia contemporanea esprimendosi a volte in termini aperti e schietti, senza però essere mai volgare ma piuttosto riflettendo nei suoi scritti quel materialismo che la fa da padrone nell’attualità.

Marco Galvagni

Geometria di smeraldo

Le ore del nostro incedere

come nuvole arse dal sole

nell’era azzurra della nostra rinascita,

come remi che fendono l’alba-

la nostra aurora rosata proiettata

in nuove visioni di esatti orizzonti.

Ti parlo di me da un capo all’altro

della città drappeggiata di desideri.

La nostra campagna ha perfetta

geometria di smeraldo e s’accende-

luce giallo grano del cielo sulla terra

come la tua corona d’alberi d’oro.

Un forno di mattoni stupefatto

Da lungo tempo le mie dita

toccano il tuo corpo fragrante di miele:

sei compatta come il pane e il legno,

sei minerale di sicuro splendore,

hai peso d’acacia, di terra, di cereale.

So che esisti perché i tuoi occhi volano

Illuminandomi e danno luce alle mie mani,

alle mie unghie come una finestra aperta.

Di fango fosti creata e dalle stelle cotta

in un forno di mattoni stupefatto.

Tu cadrai con me come pietra nella tomba.

Grappoli d’oro

Le vedi le mie mani?

Hanno separato terre e cereali,

hanno percorso distanze infinite:

i nostri oceani, le nostre terre

e tuttavia quando percorrono te,

piccolina, grano di frumento, allodola

non riescono a comprenderti tutta,                                  

si stancano per raggiungere

le colombe gemelle che volano

o riposano sul tuo petto,

si avvolgono alla luce della tua cintura.

Perché per me sei azzurra e vasta

come le nostre terre nella vendemmia

e sei un tesoro più colmo d’immensità

che non il mare e i grappoli d’oro.

L’epopea della nostra rinascita

Le ore del nostro incedere

come nuvole arse dal sole

nell’epopea della nostra rinascita,

come remi che fendono l’alba-

la nostra aurora azzurra proiettata

in nuove visioni di esatti orizzonti.

Ti parlo di me da un capo all’altro

della città drappeggiata di desideri.

La nostra campagna ha perfetta

geometria di smeraldo e s’accende-

luce giallo grano del cielo sulla terra

come la tua corona d’alberi d’oro.

Il cratere

Pulsa il mio cuore

in tutto il tuo corpo,

nell’erba azzurrata di stelle

delle nostre notti seducenti

nelle quali rovesciamo le ore                 

e inventiamo il tempo.

Bada bene a muovere

le ghirlande delle tue membra

in questi giorni fioriti

in lame di luce giallo grano.

Concedi alle albe il peso esatto,

il cratere d’una corona d’aria pura.

Il nostro asilo di luce

La finestra aperta della vita

veste dolcemente il tuo viso

immacolato nel suo candore-

tu serbi in questo canestro

la nostra ragione di esistere

perché sei saggia quanto bella.

Ecco la magnifica storia di noi-

tagliati apposta per l’amore e il piacere-

le tue parole giungono senza veli.

Saliremo giunti alle stelle nell’ultimo arcobaleno

con una falce di luna che occhieggerà gentile

nel nostro asilo di luce.

Il roseto

Scendi dalle stelle, beneamata,

in modo che tu partecipi al mio piacere,

violaciocca pervinca del nostro giardino,

rosa sgargiante colta nel roseto antistante,

coi tuoi occhi nocciola scandisci la luce,

col tuo cuore generoso hai sostanza che amo.

La tua quieta speranza è un tesoro favoloso,

hai un corteo infiammato di pretendenti-

io stenderò un tappeto d’arazzi

ovunque tu passi ammirata da questi aligeri-

non è solo la forza che t’abita ma il vanto

di leggere gioia nelle semplici linee del presente.