Amore dalle trecce di sole

Amore dalle trecce di sole,

dalle coppe a forma di colomba

intenta malgrado la notte che avanza

nell’abisso del piacere

indulge al mio desiderio d’amare,

ai miei sconfinati sogni innocenti.

Dopo pendii innevati

i nostri occhi chiudono le loro finestre

nelle quattro mura di cartone

della nostra intimità di baci incarnati-

la tua immagine latente

sempre a me ritorna.

E’ qui che iniziano in un canto

i nostri viaggi e le migliori follie,

cominciano e non terminano,

proteggono le nostre vite-

tu astro sceso per miracolo dal camino

ad illuminare l’intera stanza.

Una foglia lucente come un panno bagnato

è madre della tua chioma quasi come fili d’erba.

I laghi ingabbiati in fondo alle pozze,

gli anelli della frescura del vento in giardini novelli:

di questi la più bella sei tu,

un balsamo che invita al riposo.

Amoreggiando in una macchia della luna

Amore mio

di cosa profumi?

Di violaciocche, di stelle?

Aspirando il dolce aroma

della tua chioma frumento

m’accorgo che sei dolce

come un fiore, unica come una rosa

in uno sterile deserto.

Sai di terra

come le pietre ambrate delle iridi

le cui incantevoli pagliuzze

sono frecce penetranti di garofani

dal dolce odore.

Odore dell’albero dalle millefoglie

della mia vita,

dolce colomba, mazzo di spighe,

bimba, amorosa mia

come l’onda d’un’aurora d’amore che incalza.

E quando la mia mano percorre

la luce della tua pelle stellata

le tue coppe d’anfora

hanno profumo di luna     

dove noi amoreggiamo

bevendo assetati da una sorgente di baci

in una sua macchia.

Recensione a Sfogliando il tempo, Gabriella Paci, edizioni Helion gennaio 2021

 

Gabriella Paci (nata a Cortona (AR) ma attualmente residente ad Arezzo) con Sfogliando il tempo è alla sua quarta silloge, le precedenti sono state pluripremiate sia in Concorsi Nazionali che Internazionali. E’ anche membro di Wiki poesia e Poetas du mundo.

 

Anche questo volume contiene una poesia terza classificata al Premio Mondiale Nosside 2020 che riporto qui di seguito:

 

Numeri

 

Non leggo più la vita

nel quaderno dei sogni

ma nel registro dei conti.

Aggiungo, sottraggo, storno

poso cifre sul cuscino che

riporto negli occhi del mattino.

Anche sul calendario si sfogliano

i giorni e i numeri corrono su

treni veloci in cerca di arrivi

partenze, ritorni e ritardi.

E’ questa vita un viaggiare

sui binari sghembi di cifre

impazzire e stazioni senza sosta.

Anche l’ombra scesa sui tetti

ha una misura che si perde

nella gola del tempo e che

ha già il sapore del passato.

Non ho issato ancora la bianca

bandiera della resa anche se

sventolano vittoriosi i numeri

della perdita che solo il sonno

può placare in rare notti di grazia.

 

La caratteristica principale di questa silloge (che si compone di tre sezioni: Passate stagioni, Tempo fragile e Ricorrenze) è di essere composta da liriche introspettive che seguono un percorso di scavo interiore. Non sono, però, rivolte all’Io narrante; cercano, piuttosto, di lasciare in eredità a tutti, partendo non da una fenomenologia dello spirito ma del mondo esteriore, una voce forte e univoca.

 

Nella prima sezione, Passate stagioni, vi si possono leggere poesie dedicate, appunto, ai momenti salienti del passato: emozioni, ricordi e primi palpiti amorosi; nella seconda, Tempo fragile, s’analizza questa difficilissima situazione che tutti stiamo vivendo e vi è persino la lirica (pag. 50) Pensieri molesti esplicitamente dedicata al Covid; nella terza, Ricorrenze, si riscontra, appunto, come determinate circostanze od eventi ricorrano nel tempo.

 

La poesia di Gabriella Paci è emblematica per la sua rilegatura e la coesistenza all’universo esteriore; al contempo un viatico verso la sua vita più recondita e una sorta di lente d’ingrandimento sull’esterno. Se in poesia esiste un’ interazione fra il mondo dei sentimenti e quello dell’anima nella Paci questa tangenza diventa osmosi.

 

Liriche che s’esprimono in maniera lineare, lessicalmente e semioticamente molto ricche, non con versi ipermetri ma che possiedono connotati d’alta unità espressiva e sono ben levigati con un susseguirsi di pregnanti metafore.

 

La poetessa aretina, per l’alto livello della sua produzione, meriterebbe di pubblicare i suoi libri con Case Editrici veramente prestigiose.

 

Marco Galvagni

 

 

L’ora esatta

Sia l’ora che il tuo amore

si propaghi in me,

ch’io non resista più

a questo gelido inverno;

vidi la tua mano

dalla pittura sgargiante

e ora lasciami coi tuoi baci.

Copri la luce

di questo gelido mese col tuo aroma,

serra l’uscio della dimora

con la morbidezza della capigliatura

e non dimenticare di destarmi

nelle aurore di neve.

Non dimenticare ch’io sono

come un pargolo smarrito

che cerca nel letto le tue dita,

un liquido, come il tuo,

scintillante d’energia.

Amor mio,

non desidero altro che tu sancisca

l’ora esatta della  luce.

Un albero di luna

I tuoi piedi di velluto nell’ombra,

le tua mani nella luce

guidano il volo d’aquila reale,

volteggia in un cielo d’innocenza-

tra la rugiada dei fili d’erba

le mie labbra conobbero il fuoco.

Porgendoti la mano incrociai i tuoi occhi nocciola

che mi stanno scalfendo l’anima nei sogni

in un palpitare d’immagini colorate.

Non importa per te che hai occhi non nati:

quando aprirò il libro d’acciaio del secolo d’oro

isserò bandiera di te, stella prigioniera.

Dal blu della volta celeste

m’avvicino ai raggi dorati della tua chioma,

terra di grano nata dal sole-

si prepara il confine di notti scarlatte

nella mia anima rosso ciliegio

e accende pietre e ciottoli levigati.

Perché cresce l’onda del mio cuore

facendosi pane

e che la bocca lo divori-

il mio sangue è vino che suggi.

Il fuoco è l’amore rupestre che c’infiamma.

Io e te siamo un albero stellato di luna.

Dea di luna

Fuggii come un marinaio

dal diario dei pensieri

d’un vascello dorato

rinunciando per te, amore mio,

a porti con mille labbra da baciare

ricevendo missive affrancate con filigrana straniera.

Perché è la tua ora, dea di luna,

ora dell’odor di nardo

fuoriuscito da un giardino di roseti.

Di rado cade pioggia,

timida come crepe di specchi,

il cielo è fisso come un vetro.

In te nasce e si ordina

il tempo dell’amore,

con tentacoli di medusa

tocco i focolai del corpo:

la pelle di rame, miele,

fino a suggere sudore celeste.

Lambisco gli alberi neri

che caddero nel mio fiume,

germina il desiderio,

volendoti porre al collo di panna

una corona intrecciata d’alloro corro al letto nel giglio vespertino

La più femminea

Sei giovane e più preziosa del quarzo,

la più penetrante d’ogni pensiero

che solchi la frescura del corpo,

la più femminea tra le stelle,

colei che s’è svincolata

dalle sponde d’un ghiacciaio.

I frutti della terra nel sole

hanno fiammeggianti colori-

tu l’illumini col tuo amore

e per accendere la mia vita

i tuoi baci non cercano altre labbra,

a ruota libera ne giunge il respiro.

Ogni aurora è schiusa come uno sguardo

alle delizie del tuo ideale calore,

in una nuvola di torpore

una nuvola di carezze

d’una donna di panna

luna che occhieggia.

Prigioniera fedele e intelligente,

socchiudi un mondo cangiante e fino,

un universo tiepido e dolce

sotto le nuvole delle tue palpebre

nel solo sorriso d’un bacio

perché sei donna in ogni tua stilla.

Perché per me sei la più bella

Nel mio cuore

ti lascio un fremito diamantato,

ciò che da te non ebbi

ma che mi donerai come un diadema stellato

figlio d’un antico incantesimo.

Il mio amore è un uccello ferito

e io ne sarò la panacea.

Perché per me sei la più bella.

Hai tatuaggi di nuvole,

cigni e gabbiani

non sulla pelle ma nell’anima,

pura e nitida.

E’ di pane il tuo cuore

e le tue mani sono archi stellati.

Hai anima che io immagino rosso fuoco

come una stilettata nelle tenebre,

prelude ad un gomitolo di lenzuola

in cui, madidi, ci avvinghieremo.

Col pianoforte dei miei versi

per te suonerò note audaci,

nella neve o fra gli aironi

e su di te, sulle tue ciglia,

cadrà musica di vero amore.

Sempre m’immergerò

nella tua ombra di corallo.

L’alba e il crepuscolo

saranno il nostro sorriso:

vedrò l’aurora nei tuoi capelli

e la sera nelle tue unghie.

Il tuo viso e il tuo corpo

vennero da me da una casa straniera

in una giornata miracolosa

velata da aghi di pioggia e da un sogno,

un giorno di miracolose resurrezioni di farfalle

in cui tu, prima stella da qui all’infinito,

fosti avvolta in una carezza di luce,

io felice per averti trovata

fra le crepe d’uno specchio.

La tua bocca mi regalava

libellule di luce,

pensando ad appuntamenti in radure ombrose

in cui rotolarci innamorati nell’erba;

desiderai avvicinarmi al fogliame

per stendermi con te presso il greto d’un ruscello,

nuotando controcorrente, com’è nella vita

il nostro cammino.

Il nuovo autunno della volta celeste

sarà velato di fari nella trama delle stelle,

cadranno in ottobre foglie dagli aceri,

un autunno di nebbie e tristezze.

Io non so dove andrai, dove andrò

camminando senza la mia duplice.

So solo che la mia cripta recondita di gioia

la devo al tuo ricordo etereo,

mia quaglia piumata.

Staremo uniti e le nostre mani

s’incroceranno fra glicini.

Tutto sarà riunito.

Perché per me sei la più bella.

Nelle tue labbra vi è il cielo

La luce di quest’aurora

è un tonfo di palme

gioco esaltante di domande

assenza di rischio di rifiuti-

per le vicende del giorno

la parete perderà i suoi ciottoli.

La luce di quest’aurora

i seni spogli dei miei sguardi

gli olezzi multipli d’un mazzo di fiori

dalle rose ai ciclamini

passando attraverso i girasoli,

la viola del pensiero.

Il rumore delle pietre,

della risacca del mare-

sfiora anse di rena in cui ci stendiamo

frante dal bagnasciuga del frangiflutti.

Il miele della tua pelle, la fragranza del pane

dalle orchidee delle stelle scendono gabbiani implumi.

La luce di quest’aurora

fiamma che ti rigenera

nasce verde e muore d’erba.

I primi balbettii di felicità

furono sotto veli di rugiada.

E nelle tue labbra vi è il cielo.