Ape regina

Ape regina del mio regno

sei ebbra di miele e ronzii.

Io sono il suono senza timbro,

la parola senza eco

e nel mio giardino selvatico

sei l’unico profumo di rose.

Galleggi sotto i riflessi del firmamento

con occhi oceanici e bocca di fragola.

La tua chioma frumento fluttua nella brezza marina,

ondeggiano ogni aurora capelli d’oro.

Le coppe d’argento del desiderio sono conchiglie

e fra le cosce la farfalla brunita.

Ape regina,

ronzi nella mia anima vibrante e silenziosa

come antiche stigmate di sangue

rappreso nelle mie mani:

sono il secolo d’amore che muore e rinasce,

splenderà di sole come le pagliuzze dorate.

Ogni raggio è una lama di miele.

Perché sei il giogo, la schiavitù, la libertà,

la carne infuocata nei gelidi inverni,

la mia isola, la mia patria.

Perché sei inaccessibile nel momento medesimo

in cui afferro le tue natiche e colgo il fiore nudo.

Quando incrocio i tuoi occhi

Capelli dorati come il sole.

Quando incrocio i tuoi occhi

finestre spalancano le braccia,

tovaglie di neve sfavillano.

Si schiudono i desideri dell’infanzia

per la bramosia cantata in sordina.

Quando incrocio i tuoi occhi

ogni ombra di tema svanisce,

si dissolve il veleno dell’erba dei campi.

Dai rovi nelle ruderi dei templi

sortiscono frutti di fuoco vermigli,

il mosto della terra annega le api.

Quando incrocio i tuoi occhi

si svuota lo spazio siderale,

le onde lambiscono i bagnasciuga

i leoni, le cerve, le colombe

tiepidi d’aria pura

mirano nascere la nostra primavera.

Quando incrocio i tuoi occhi

le pareti scottano di nuova vita,

dentro il nostro letto di natura

è eretto d’innocenza,

sempre più nuda e schiava

d’un eterno gioco di foglie.

Quando incrocio i tuoi occhi

Capelli dorati come il sole.

Quando incrocio i tuoi occhi

finestre spalancano le braccia,

tovaglie di neve sfavillano.

Si schiudono i desideri dell’infanzia

per la bramosia cantata in sordina.

Quando incrocio i tuoi occhi

ogni ombra di tema svanisce,

si dissolve il veleno dell’erba dei campi.

Dai rovi nelle ruderi dei templi

sortiscono frutti di fuoco vermigli,

il mosto della terra annega le api.

Quando incrocio i tuoi occhi

si svuota lo spazio siderale,

le onde lambiscono i bagnasciuga

i leoni, le cerve, le colombe

tiepidi d’aria pura

mirano nascere la nostra primavera.

Quando incrocio i tuoi occhi

le pareti scottano di nuova vita,

dentro il nostro letto di natura

è eretto d’innocenza,

sempre più nuda e schiava

d’un eterno gioco di foglie.

Un solo zampillio

Apparteniamo ai greti

dei ruscelli più lieti.

Conosciamo il limbo del fiume

più acceso delle praterie fiorite.

Viviamo in un solo zampillio,

apparteniamo al porto più felice.

Lontani i fiori avvizziti delle vacanze altrui

avanza appena un’ombra di paesaggio,

si eclissano le strettoie della libertà-

portone che si dischiuderà con un chiavistello.

Speranza ci logorava

in una città impastata di carne e miseria.

Caleranno nel vermiglio crepuscolo

sul tuo volto le palpebre del sole-

sipario dolce come la tua pelle

dagli aromi di velluto

nella salubre vegetazione di boschi e uccelli,

diafana più delle lame di luce dell’alba.

Saranno i nostri baci, le carezze

a misura di noi stessi,

più oltre tutto è macerie.

La nostra gioventù si denuda e sogna,

l’erba s’arriccia in sordina

su strati innocenti di terriccio.

Un albero di luna

I tuoi piedi di velluto nell’ombra,

le tua mani nella luce

guidano il volo d’aquila reale,

volteggia in un cielo d’innocenza-

tra la rugiada dei fili d’erba

le mie labbra conobbero il fuoco.

Porgendoti la mano incrociai i tuoi occhi nocciola

che mi stanno scalfendo l’anima nei sogni

in un palpitare d’immagini colorate.

Non importa per te che hai occhi non nati:

quando aprirò il libro d’acciaio del secolo d’oro

isserò bandiera di te, stella prigioniera.

Dal blu della volta celeste

m’avvicino ai raggi dorati della tua chioma,

terra di grano nata dal sole.

Si prepara il confine di notti scarlatte

nella mia anima rosso ciliegio

e accende pietre e ciottoli levigati.

Perché cresce l’onda del mio cuore

facendosi pane

e che la bocca lo divori-

il mio sangue è vino che suggi.

Il fuoco è l’amore rupestre che c’infiamma.

Io e te siamo un albero stellato di luna.

Nel medesimo ruscello

Spostiamo insieme distanti

gli argini d’un fiume denso

d’una grassa prateria di fiori,

viviamo nel medesimo ruscello

scaturito da una florida fonte,

apparteniamo ai lidi più felici.

Filari di pioppi lo ornano,

son legni che viaggiano sulle onde,

il nostro peso immobile

scaverà il paesaggio rupestre-

ogni accordo di consonanza

mai concluso presto si dissolverà.

Nella città impregnata

di miseria e tirannia

l’ombra di paesaggio si scolora,

s’eclissa l’ora della schiavitù

alle spalle speranza mi spinge-

mai per sempre ci lasciammo.

L’erba si rialza viva

su strati innocenti di terriccio.

La gioventù in delirio si scolora,

più oltre tutto è rovina-

saranno baci a misura di noi stessi

impastati di rosa e rosso fuoco.

La danza gialla delle foglie

Ascolto le note musicali della tua voce

venuta dalla terra per salire al cielo,

spio i tuoi tratti dorati:

ecco la tenerezza dello sguardo di seta,

la tua bocca, parola senza eco.

Avverto salire a tentoni il muschio della tua pena.

E’ la guerra oscura del cuore,

la lama spezzata di angosce commosse,

l’ebbrezza dei desideri.

E’ questo la mia vita:

l’acqua che i tuoi occhi mi recano,

il concerto di voce dei tuoi sottili pensieri.

Ah, coppa, ruscello, mia agile compagna,

scorgo le coppe nella danza gialla delle foglie.

Ti giunge ululando il vento

nell’ora del sangue fermentato

quando la terra palpitando vibra

sotto il pallore del sole che la riga con code d’ombra.

Eccola, la tua forma familiare,

ciò che m’inonda

che mi empie l’anima in abbandono,

la tenerezza che s’avvolge alle mie origini:

matura in una carovana di frutta

uscendo dal tuo cuore come il vino dal centro dell’uva.

Pensieri d’amore

Sei un bagliore senza sigilli

che apre a ampie conche d’oro,

come il colore dei tuoi capelli

di grano, una fiamma-

i tuoi occhi tinti di nocciola

territori dei miei baci.

Ho solo te in queste viuzze,

in questo paese, nell’universo

dei miei pensieri d’amore.

Se mi lasciassi sarei una caravella

alla deriva in un oceano tumultuoso

con la marea a sommergermi tra i flutti.

Imploro il cielo amico

a far da tetto alle nostre vicende,

alla storia d’un amore

che anelo sia infinito

come non è assente ma copiosa

la neve d’inverno.

I piccoli copricapi delle stelle

ora rimirano attenti

le nostre umane vicende

tacendo quando ci stendiamo

facendo svolazzare le lenzuola

per poi immergerci a sussurrare

                                                  i nostri segreti.

Un giardino lussureggiante

Ogni aurora con te

sono i miei pensieri alle stelle,

accesi d’innocente sentimento

mentre in me arde una facola

come se fossimo in un giardino

lussureggiante, colmo d’olezzi.

Ebbro del tuo profumo,

riderò nel cuore

quando altri passanti smaniosi

vorranno avvicinarti solo con uno sguardo,

inconsapevoli che nella terra, nei boschi

o nella schiuma appartieni alle mie membra.

Vivo sempre lieto che tu sia la mia regina,

io il tuo re inscindibilmente nello scorrere dei giorni.

Sul lungofiume

Piante maggiori

coinvolte nel fuoco,

bionde o brulle, bruma o rugiada,

fiori estremi maledetti.

I tuoi seni di grazie accettate,

risate fra gli alberi, corse affannate.

Sono venti d’uragano.

Uragano che protegge le sue creature

frantuma steli di luce

assegna erbe agli insetti

nelle fumate dell’autunno,

nelle ceneri dell’inverno.

Randagia dalla fronte spianata,

il suo cuore, i suoi occhi-

è un astro,

le sue orbite palesano i pensieri:

trapuntati veleggiano in un gruzzolo di luce

nel tepore della stagione delle rondini.

Sul lungofiume di ramature

palpebre dischiudono intriganti occhi bruniti

dal bagliore dell’eco del fuoco.

Sul lungofiume dalle labbra umide

sognando la tua anima d’ombra

svanisce ogni assedio di pena.