Bocca illuminata

Le feci io il primo,

vivace passo su questa terra rosata

con un acuto vagito di bimbo

donandole orchidee all’infinito-

sfavillanti come la neve,

ardenti come il sole di mezzogiorno.

Il gallo alle porte d’aurora

avrà frantumato il tappeto della notte

su rulli di vivacità.

Non si leverà tanto presto il capo

verso il sole che si adorna

ma si occulterà dietro gli occhi.

Si leverà poi verso una lama di luce

la tua bocca più vorace d’una mimosa,

bocca celata dietro a ciglia asciutte-

presto si occulterà dietro agli aghi di pino

dispensando sogni nel silenzio-

collana spezzata da parole ribelli.

Un’altra bocca per giaciglio,

amica di erbe febbrili,

selvaggia e buona creata per me

e per nessun altro-

bocca immemore d’ogni linguaggio.

Bocca già illuminata dai miraggi della neve.

L’arcobaleno

Annego nell’inchiostro

la seta fine che avvolge

il mio sonno

tra voli notturni

di pipistrelli e schiamazzi

mattutini delle lavandaie.

In un’ aria di carta

cerco di dirigere

il traffico delle mie passioni

e, lasciandomi lambire

dalla brezza amica,

mi riposo all’ombra

della grande quercia

ascoltando canzoni di ieri.

Il tempo, intanto, immemore

delle mie sofferenze,

ambisce solo a spargere

la mia cenere dolce

nell’armonia dello spazio remoto

dove le stelle per noi son morte

e non c’è un arcobaleno

che, dopo le vicende della vita,

si stagli nel cielo turchino e muti

la nostra essenza dall’ombra alla luce.

Pubblicata nel 2005 dalla rivista nazionale Poesia.

Recensione a Sfogliando il tempo, Gabriella Paci, Edizioni Helicon, gennaio 2021.

Gabriella Paci (nata a Cortona (AR) ma attualmente residente ad Arezzo) con Sfogliando il tempo è alla sua quarta silloge, le precedenti sono state pluripremiate sia in Concorsi Nazionali che Internazionali. E’ anche membro di Wiki poesia e Poetas du mundo.

Anche questo volume contiene una poesia terza classificata al Premio Mondiale Nosside 2020 che riporto qui di seguito:

Numeri

Non leggo più la vita

nel quaderno dei sogni

ma nel registro dei conti.

Aggiungo, sottraggo, storno

poso cifre sul cuscino che

riporto negli occhi del mattino.

Anche sul calendario si sfogliano

i giorni e i numeri corrono su

treni veloci in cerca di arrivi

partenze, ritorni e ritardi.

E’ questa vita un viaggiare

sui binari sghembi di cifre

impazzire e stazioni senza sosta.

Anche l’ombra scesa sui tetti

ha una misura che si perde

nella gola del tempo e che

ha già il sapore del passato.

Non ho issato ancora la bianca

bandiera della resa anche se

sventolano vittoriosi i numeri

della perdita che solo il sonno

può placare in rare notti di grazia.

La caratteristica principale di questa silloge (che si compone di tre sezioni: Passate stagioni, Tempo fragile e Ricorrenze) è di essere composta da liriche introspettive che seguono un percorso di scavo interiore. Non sono, però, rivolte all’Io narrante; cercano, piuttosto, di lasciare in eredità a tutti, partendo non da una fenomenologia dello spirito ma del mondo esteriore, una voce forte e univoca.

Nella prima sezione, Passate stagioni, vi si possono leggere poesie dedicate, appunto, ai momenti salienti del passato: emozioni, ricordi e primi palpiti amorosi; nella seconda, Tempo fragile, s’analizza questa difficilissima situazione che tutti stiamo vivendo e vi è persino la lirica (pag. 50) Pensieri molesti esplicitamente dedicata al Covid; nella terza, Ricorrenze, si riscontra, appunto, come determinate circostanze od eventi ricorrano nel tempo.

La poesia di Gabriella Paci è emblematica per la sua rilegatura e la coesistenza all’universo esteriore; al contempo un viatico verso la sua vita più recondita e una sorta di lente d’ingrandimento sull’esterno. Se in poesia esiste un’ interazione fra il mondo dei sentimenti e quello dell’anima nella Paci questa tangenza diventa osmosi.

Liriche che s’esprimono in maniera lineare, lessicalmente e semioticamente molto ricche, non con versi ipermetri ma che possiedono connotati d’alta unità espressiva e sono ben levigati con un susseguirsi di pregnanti metafore.

La poetessa aretina, per l’alto livello della sua produzione, meriterebbe di pubblicare i suoi libri con Case Editrici sicuramente più prestigiose.

Marco Galvagni

Nella distesa dei tuoi occhi

Il tuo capo in sintonia col mio

nell’ombra s’orienta meglio

che nella luce diafana d’aurora

quando sei fasciata di piacere

come un fuoco,

batte il mio cuore nel tuo petto.

Sull’erba azzurra della notte,

sotto voli di foglie

trascorriamo le ore

a rovesciare il tempo

e stormi di uccelli come piroscafi

con cui veleggiano altri naviganti bramosi

vogliono posarsi sulle tue labbra.

Bada a non concedere loro

le ghirlande delle tue membra

attendendo giorni di festa fioriti.

Concedi, invece, alle albe, all’orizzonte

l’ago della bilancia:

avrai una corona d’aria gialla

sulle trecce della tua folta capigliatura;

concedi il calore dell’estate imminente,

dalle palme della tua bocca

dà a me la tua dolcezza.

Perché nella distesa dei tuoi occhi

v’è sempre un castello incantevole

come una farfalla aperta alle virtù del vento.

Il battello dei sogni

La luce dei tuoi occhi è al limite di primavera

dove ogni gesto si tocca, s’interseca

dapprima solo rosso incenso

ora sottobosco dal profumo di pruni,

nuvola immobile nell’azzurro,

violino che suona un armonico concerto di note.

Ti racconterò dei tuoi occhi,

del loro colore nocciola,

folgore d’una scintilla d’un alfabeto d’amore.

Davanti all’uomo conquistato

sei cieca esaltazione, regina

ingenua come un fiume nel deserto.

Fra le aurore e il frangiflutti delle notti

vi sono ghirlande da coltivare,

te ne pongo una al collo di panna.

Fra i tuoi occhi e il mare

immagini d’onde di passione,                                                                                                

il nostro nido come quello d’una coppia di rondini.

Il battello dei sogni

veleggia in un lago dorato,

la terra inseminata attende i tulipani.

Sei la superba avventura del maggio odoroso

nei tuoi occhi vi son perle ogni giorno

più incantevoli d’un mazzo di fiori alle campane dell’arcobaleno.

La pena mortale

Nella danza della brezza

solco strade senza fine

calco i passi delle foglie

le nuvole occultano la tua ombra

specchiata nella tua immagine;

aculei di timore irrompono nella notte.

Sono palpebre per non vedere

chiudo le ciglia per non piangere.

Dove sono le tue mani e le carezze?

Dove sono i capricci di futuri giorni rosati?

Tutto da afferrare graffiando,

a smorzare ricordi di gelide notti.

Le aurore t’amo, ho le notti nelle vene.

Mi fido delle tenebre per indovinare

mi conferiscono il potere di avvolgerti,

di scuoterti di desiderio,

il potere di rivelarti

di afferrarti, di prenderti nei sogni.

Scorgo di fronte profondi occhi

ascolto parole che seppi ispirate

condivido l’amore che m’ignora

s’accende il mio cuore, la necessità d’amare.

Ma reclino il capo per pascere la pena mortale,

la vergogna s’uno sfondo di sberleffi cruenti.

T’amo

Scrivo a lettere di fuoco

l’atlante del mappamondo delle tue colline.

La mia bocca di fuoco

si rivela in mille giochi di lusinghe.

Ho tante storie da narrarti sul confine del crepuscolo

perché t’accenda in riflessi sotto la campanula del firmamento.

E’ tempo d’uva, di raccolti fruttiferi

per me che vissi in lidi dove t’amavo,

solcando le onde con una caravella di ricordi,

pescando con reti che non trattenevano acqua d’oblio.

Ne restano appese gocce che tremano

come dei tuoi occhi gli intarsi delle pagliuzze.

Ami giocare con la luce del cielo stellato,

giungi a me tra fiori e frumento,

d’oro come i capelli di sole della tua chioma.

A nessuna assomigli da quando t’amo,

nel viso di latte di tutte le donne vedo il tuo-

ti stenderò un tappeto fiero ovunque tu passi ammirata.

T’amo su questa terra azzurra,

nel bosco incantato dei pensieri,

nei sottoboschi dal profumo di ciclamini.

Ti porrò una rosa all’occhiello

colta per magia sotto l’odore dei tigli

accendendo col fiore più bello il tuo sorriso.

Schegge di stelle

Quando fra schegge di stelle risuonano campane d’aurora
mi desto nel gomitolo di lenzuola del primo raggio,
c’è un velo di nebbia nel cielo dei desideri,
noi in un cantiere d’amore come in ogni alba
figli d’un destino errante dalla pronuncia naif,
palme sorridenti s’un isola in un deserto scritto.

Ecco che trionfa l’azzurro, balena come una domanda
in un’acqua di gioia, ognuno lieto del proprio destino
vivida ancora l’emozione delle carezze notturne
esulì in un verde canneto nel lago di fango predisposto
come i cantori di meraviglie universali,
io della tua nella dolce ebbrezza di starti accanto.

E’ un armonico concerto d’idee che si staglia
nel sorriso cangiante del sole, io perso nei tuoi canti di voce,
la musica sottile della tua anima espressa in drappi
nell’immobile fiamma della calma del cielo
solo tu la rosa più profumata del bosco
allietato persino da dolci effluvi di pruni e ginestre.

Tu mi piaci perchè ogni dolce pensiero è sotteso,
sgorga ripido come un ruscello tra i sassi dell’impazienza
e viene a valle in una possibilità che si fa mare
in cui nuotare come una benedizione, acqua di tedio franta
dalla prima volta che incrociai i tuoi occhi in quella casa
dove soffiammo insieme sulla brina dei vetri, in un’idea di libertà.

Recensione a Inganni travestiti d’incanto, Silvia De Angelis, Montedit 2013.

Il libro di poesie Inganni travestiti d’incanto della notevole poetessa e scrittrice romana Silvia De Angelis ha come obiettivo di colpire la sensibilità del lettore creando un connubio tra universo esteriore e quello dell’anima che nella De Angelis diventa tangenza. Si esprime in maniera altamente simbolica con pregnanti immagini metaforiche che vanno a lambire ogni anfratto dei sentimenti e della fisionomia di paesaggi a volte onirici a volte reali creando ed empiendo il proprio mondo di capsule che compenetrano poesie d’amore, descrittive o sulla natura. Le sue sono visioni liriche che s’inseriscono nei canoni tradizionali, quasi postmoderni e si rivelano e si dischiudono audaci nell’esplicicitare situazioni contraddittorie con la memoria degli eventi che possiede una funzione precipua in questa silloge dove le situazioni si susseguono e si traducono in grafemi come luci che s’accendono.

Da segnalare alcune poesie. In primis la lirica d’apertura I tuoi passi per la sua rilevanza: è risultata prima classificata nel difficile Premio Letterario Città di Melegnano 2011 e narra del suono cadenzato di passi che “avanzano nella salita brulla del mio essere donna” fra “luci ed ombre di corallo” mentre la coscienza avanza in una strada priva di suoni “barattando intenzioni taciute/diseredate da ragioni sciolte nel corso d’una ruga.” Una poesia di spessore, meritatamente premiata con la vittoria assoluta. A seguire, nella pagina successiva, la chiusa di Quel vagito: “Riaffiorano eremiti sensi vorticanti/nello scandire l’enfasi d’un enigma diafano/nella dissonanza d’un male oscuro/specchiato in un vagito di piacere…” Anche nella poesia Un guizzo di luna è mirabile la chiusa: “un guizzo di luna/gioca su fiordi intagliati dal sole” Mi sento di segnalare anche quattro versi della parte iniziale de Il senso magico dell’amore: ”le mani stanche in un lieve volteggio di polsi/non distinguono l’entità del vuoto/un vuoto abbarbicato su brame di silenzio/non ha didascalie.” Sguardi scivolati (poesia di chiusura) al contrario delle altre si distingue nei cinque versi dell’incipit: “Distanti dall’alito accostante d’amore/ci soffermiamo sul planare di mordenti emotività passate/suppliscono un trafelante vento/capace sbriciolare riccioli di passione/sbriciolata nei sotterfugi del tempo.”

La poesia di Silvia De Angelis è tendenzialmente ostica alla prima lettura ma, poi, si comprende come abbia il dono della sintesi e vi si possono anche ammirare precisione e levigatura. Una silloge composta da liriche mature frutto dell’esperienza (sicuramente non solo poetica) accumulata nel corso degli anni e che le ha consentito di raggiungere vette siderali. Inganni travestiti d’incanto è un libro che presenta mille sfaccettature intersecate splendidamente verseggiate con la capacità di meravigliare il lettore ad ogni pagina e di fargliene gustare l’afflato poetico.

Libro assolutamente da non perdere d’una poetessa che meriterebbe ben altro contesto editoriale.

Marco Galvagni

Nelle tue labbra vi è il cielo

La luce di quest’aurora

è un tonfo di palme

gioco esaltante di domande

assenza di rischio di rifiuti-

per le vicende del giorno

la parete perderà i suoi ciottoli.

La luce di quest’aurora

i seni spogli dei miei sguardi

gli olezzi multipli d’un mazzo di fiori

dalle rose ai ciclamini

passando attraverso i girasoli,

la viola del pensiero.

Il rumore delle pietre,

della risacca del mare-

sfiora anse di rena in cui ci stendiamo

frante dal bagnasciuga del frangiflutti.

Il miele della tua pelle, la fragranza del pane

dalle orchidee delle stelle scendono gabbiani implumi.

La luce di quest’aurora

fiamma che ti rigenera

nasce verde e muore d’erba.

I primi balbettii di felicità

furono sotto veli di rugiada.

E nelle tue labbra vi è il cielo.