Ali di farfalle

Pieno di luci multicolori

il mio cuore di seta.

Cerchiamo aurore di conchiglie

ed un tramonto

in cui la notte

non tradisca il giorno.

Io veglio tutti da molto lontano,

oltre quel mare

dove s’accendono

i piccoli copricapi delle stelle.

La speranza, fioca,

continuerà nelle tenebre

e non lascerà

una ferita sanguigna

e mucchi d’ossa sparsi.

La strada avrà un fremito

di corda di violino

e noi lasceremo in dono

alla foresta

i nostri sogni trasportati leggeri

da ali di farfalle,

veloci a volare per non bruciarsi

sopra a questo mondo

lambito da un sole di pietra.

Spirito puro ma guerriero

Non sa tramare insidie

lei spirito puro ma guerriero

difficile, così difficile da sedurre.

E’ il suo sguardo a lasciar trasparire costellazioni

in me ha posto il suo anelito

su di me ha lanciato l’aerea rete di certezze.

Innamorata in segreto

nude parole empiono l’aria

le scoprono il collo e i seni

le palpebre si dischiudono di luce

perché nei suoi occhi i baci

mostrino di lei solo corpo ed anima.

Si protende sul mio viso di pietra

ignaro il suo cuore

confida, scorda.

Sotto le nuvole delle sue ciglia

il suo corpo s’assopirà sul mio petto,

il profumo del capo sprofonderà nei sogni.

La brezza per una strada che avrà fine,

i passi delle foglie più spediti-

t’accarezzerò in un diluvio di colori-

i tuoi occhi fugano la luce.

Hai denti scintillanti come il fuoco,

la bocca fiamma d’ermellino.

Un solo zampillio

Apparteniamo ai greti

dei ruscelli più lieti.

Conosciamo il limbo del fiume

più acceso delle praterie fiorite.

Viviamo in un solo zampillio,

apparteniamo al porto più felice.

Lontani i fiori avvizziti delle vacanze altrui

avanza appena un’ombra di paesaggio,

si eclissano le strettoie della libertà-

portone che si dischiuderà con un chiavistello.

Speranza ci logorava

in una città impastata di carne e miseria.

Caleranno nel vermiglio crepuscolo

sul tuo volto le palpebre del sole-

sipario dolce come la tua pelle

dagli aromi di velluto

nella salubre vegetazione di boschi e uccelli,

diafana più delle lame di luce dell’alba.

Saranno i nostri baci, le carezze

a misura di noi stessi,

più oltre tutto è macerie.

La nostra gioventù si denuda e sogna,

l’erba s’arriccia in sordina su strati innocenti di terriccio.

Il giorno dei ciliegi

Giorno che s’innalza

con un’ala nell’alba

a te lo consacro;

giorno nato azzurro

nell’immobilità dei pioppi,

infinitesimi insetti sulla riva d’una foglia.

Giorno rosato prima d’immergermi

nelle stelle opaline del lago della notte.

Per te, amore, il giorno dei ciliegi.

E’ un palpito dorato

volando sulle onde d’un mare blu-

tocca spiagge abbacinanti.

Prendi questo giorno come una corolla d’acqua,

bevila con gli occhi,

spargi nel tuo sangue sì che t’infiammi

la medesima luce che c’illumina-

volo d’una freccia acuminata

fra cielo e terra.

Lo offro alle tue mani e ai capelli

come una rosa rara

perché ne faccia il tuo abito d’argento.

Coprimi nei tessuti stellati,

in quei campi con palpebre di ciglia asciutte.

Mi assopirò dopo di te suonando note audaci.

Torino

Torino, città amica con stelle

di plastica e luna di rugiada-

le tue pupille infiammate,

il loro fuoco non virtuale

riflettono il tuo sorriso,

sono la canzone delle alghe.

Le macchie della luna

ammiccanti fra drappi d’astri

in cui sei quello che risplende

lusingata da orbite grevi-

i seni torniti, le natiche sode

si dischiuderanno nell’eco della volta.

In un sorso d’acqua vivo

lei avrà i primi, morbidi palpiti

ornata da torpide pellicce.

E’ donna di semplicità oceanica,

insondabile come una vetrina abbagliata,

polvere impalpabile nell’edera del crepuscolo.

Mai m’abbandonerà e non sarò solo,

non m’appunterà il frangente del “no”

perché possiede vivacità macchinale,

l’irreperibile dolcezza azzurra-

saranno dieci minuti di baci sfregiati,

avrà i gemiti incessanti del fiore brunito.

Saggio su Poesie d’amore, Nazim Hikmet, Mondadori 1999.

Nazim Hikmet nacque a Salonicco nel 1902.

Personalità eccentrica e poliedrica fu poeta, autore di teatro, romanziere, saggista e giornalista. Negli anni Venti visse in Russia dove ebbe contatti con le avanguardie e in particolare con Majakovskij. Rientrato in Turchia, causa la sua opposizione al regime di Ataturk, venne condannato a una lunga detenzione in carcere dal 1938 al 1950. Successivamente si stabilì a Mosca dove venne a mancare nel 1963.

Hikmet riassume nel concetto “amore” ogni aspetto della propria attività e della propria esistenza. Si può senza ombra di dubbio considerare lontanissimo da quel lirismo erotico che, oltre ad aver fatto il suo tempo, non gli appartiene considerando anche che il poeta turco definisce il proprio lavoro “colloquio con l’uomo,” “servizio”: partecipazione a tutto ciò che succede nel mondo. La sua forza e il suo spessore germinano in un incontro tra culture e mondi diversi: quello di suo “nonno pascià” e quello europeo, in particolare nella punta politicamente più avanzata. Nazim Hikmet, nelle sue poesie, ci mostra due facce della propria natura lirica ed epica saldate in un unico risultato; oltretutto questo libro di liriche d’amore (nel senso assai ampio a cui si è accennato) va da un rubai di tradizione arabo-persiana al poemetto scritto per Cuba “Uno strano viaggio, dall’Autobiografia “Sono nato nel 1902…posso dire di aver vissuto da uomo…” a Il mio funerale, datato Mosca 1963, anno del decesso dello scrittore.

Per fornire un’esatta nota introduttiva alla comprensione del libro bisogna soffermarsi sulla lettera scritta a Stoccolma il 20 dicembre 1961 dal grande poeta e autore turco a Joyce Lussu. Ne riprendo alcuni passaggi: Perché ho cominciato a scrivere poesie? Cerco di ricordare. Avevo tredici anni. Abitavamo a Istambul. Mio nonno Nazim Pascià era poeta ma scriveva in un turco che si chiamava ottomano, formato per il 75 per cento da parole arabe e persiane. Le sue poesie erano dogmatiche, didattiche e religiose. Non le capivo. Mia madre era innamorata di Baudelaire e Lamartine. Più che dalla poesia di mio nonno ero influenzato dalla poesia di Tefik Fikret, il nostro primo grande poeta umanista, anche un po’ socialista ed utopista. La mia prima poesia L’incendio la scrissi a tredici anni e aveva il ritmo che imitava quello della metrica chiusa arabo persiana e s’ispirava ad Aruz. Ecco i primi versi “Brucia brucia con terribile fracasso/quel nemico dell’umanità/che stringe fra le sue braccia/le cose le madri gli orfani…” La mia seconda poesia la scrissi a quattordici anni ma non me ne ricordo un solo verso. La scrissi sotto l’influsso del poeta Mehemet Emin, il primo che abbia scritto in turco con metriche nazionali turche, sillabiche. A sedici anni, credo, scrissi la terza poesia. A quell’epoca un altro grande poeta turco dominava la nostra letteratura e si chiamava Yaya Kemal. La poesia aveva per argomento il gattino di mia sorella. Feci leggere la poesia a Kemal e lui volle vedere il gatto di mia sorella. Yaya Kemal mi disse: “Se vuoi fare una poesia su quella bestiola, puoi diventare un grande poeta.” C’era scritto: “Aveva gli occhi verdi come le onde del mare/con i suoi peli bianchi sembrava una palla di neve…” A 17 anni ho pubblicato la mia prima poesia, largamente corretta da Kemal:

“Ho sentito un lamento sotto i cipressi

mi son chiesto, c’è qualcuno che piange qui?

O è il vento che si ricorda d’un amore passato

in questo luogo solitario?

Un tempo pensavo che i morti ridessero

quando le nere cortine cadon sugli occhi

ma ora mi chiedo se i morti che amavan la vita

piangono ancora sotto i cipressi.”

Poi gli Alleati occuparono Istanbul ed io scrissi poesie contro l’Intesa inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia. A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. Per trovare il modo giusto, a quanto pare, era necessario che passassi all’Unione Sovietica.

Era la fine del 1921.

Ho scoperto tutta un’altra umanità.

E, da allora, non posso non scrivere poesie.

E’ nelle poesie scritte dalla prigione di Bursa in Anatolia, denominate dal grande poeta turco “Lettere dal Carcere a Munevver” che Hikmet trova i suoi più alti passaggi poetici d’amore: “Il più bello dei mari/è quello che non navigammo/il più bello dei nostri figli/non è ancora cresciuto/…/E quello che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto” del 1942. Poi “guardo l’istante fiorito e azzurro/sei come la terra di primavera, amore,” del 1943. A seguire “il mio secolo che muore e rinasce/il mio secolo/ i cui ultimi giorni saranno belli/la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba/il mio secolo splenderà di sole, amor mio/come i tuoi occhi…” del 1945. Ancora, alcuni versi di due poesie del 1947: l’incipit della prima “Ho sognato della mia bella/m’è apparsa sopra i rami/passava come la luna/tra una nuvola e l’altra/” La seconda è notevole: “lo stesso vento non agita/due volte lo stesso ramo di ciliegio/gli uccelli cantano nell’albero/ali che vogliono volare/la porta è chiusa/bisogna forzarla/bisogna vederti, amor mio,/sia bella come te la vita/” Altri versi da segnalare sono in una poesia del 1948: “quante volte han pianto davanti a me/rimasti tutti nudi, i tuoi occhi/nudi e immensi come gli occhi di un bimbo/un giorno han perso il loro sole/”

Sempre del 1948 è una poesia strepitosa che riporto per intero:

Anima mia

chiudi gli occhi

piano piano

e come s’affonda nell’acqua

immergiti nel sonno

nuda e vestita di bianco

il più bello dei sogni

ti accoglierà

anima mia

chiudi gli occhi

piano piano

abbandonati come nell’arco delle mie braccia

nel tuo sonno non dimenticarmi

chiudi gli occhi piano piano

i tuoi occhi marroni

dove brilla una fiamma verde

anima mia

Di questo poeta rivoluzionario tra i più celebri del nostro tempo ci rimangono i versi immortali che compongono un itinerario creativo svincolato da inutili orpelli, ma intensamente forte nel trasmettere il messaggio dell’amore, della libertà e, come appare in moltissime sue poesie, della bellezza della vita. Le sue poesie immediate e schiette colpiscono il lettore per la loro semplicità. Di seguito riporto una nota della scrittrice Joyce Lussu, amica e traduttrice del poeta turco.

” La mescolanza di razze, di culture e di esperienze diversissime ne avevano fatto un essere ricco e originale, levigato dalle discipline ma sdegnoso di servire. Non si piegava ai compromessi, nemmeno a quelli che in generale, con sottile opportunismo, definiamo necessari. […] ha vissuto come un uomo libero, padrone sempre di se stesso e della sua condizione consapevolmente affrontata. Che sia morto, non ha grande importanza. Il suo modo di essere si è realizzato ed espresso nella sua poesia, e tutto continua, salvo il rinnovarsi della sua personale felicità o infelicità e il battere faticoso del suo cuore tra un infarto e l’altro. I suoi amici, presenti e futuri (ne nasceranno ancora tra molto tempo), continueranno a leggerlo e a ritrovarlo.”

Marco Galvagni

Bocca illuminata

Le feci io il primo,

vivace passo su questa terra rosata

con un acuto vagito di bimbo

donandole orchidee all’infinito-

sfavillanti come la neve,

ardenti come il sole di mezzogiorno.

Il gallo alle porte d’aurora

avrà frantumato il tappeto della notte

su rulli di vivacità.

Non si leverà tanto presto il capo

verso il sole che si adorna

ma si occulterà dietro gli occhi.

Si leverà poi verso una lama di luce

la tua bocca più vorace d’una mimosa,

bocca celata dietro a ciglia asciutte-

presto si occulterà dietro agli aghi di pino

dispensando sogni nel silenzio-

collana spezzata da parole ribelli.

Un’altra bocca per giaciglio,

amica di erbe febbrili,

selvaggia e buona creata per me

e per nessun altro-

bocca immemore d’ogni linguaggio.

Bocca illuminata dalla mia anima.

L’orgoglio dei vivi

Alla memoria di mio padre

Ascolta l’impalpabile

ritmo del tempo:
sarai pronto nell’ora

dell’agonia

e sconfiggerai le tenebre

con la forza del silenzio;

quella forza

che, tenace, attraversa i secoli

e fa risplendere

con gran fulgore

il mistero cui t’avvicini.

Scaccerai

l’orgoglio dei vivi

con la promessa dell’eternità

e solcherai la vicenda dolce

della tua vita

penetrando il buio

con la tua scorza di diamante.

Vivrai il tarlo che rode

la tua coscienza scalfita

da un senso d’impotenza

con l’onore dell’età,

stinta come quel lenzuolo

di lino che pare scacciare

il freddo dell’abisso

ed io ora, padre, oso

accarezzare la tua fronte

imperlata di sudore

che, in una memoria di bambino,

conservo ancora vergine di rughe.

Pubblicata nel 2005 dalla rivista nazionale Poesia.

Il silenzio acuto del mattino

a mio padre

Ho annodato
a ciottoli levigati
il fluire dei miei ricordi.
Forse era l’aurora cremisi
che si specchiava nei solchi
delle rare onde,
forse la magia
del silenzio acuto del mattino.
Forse la quiete infinita
ed il confluire d’umane speranze
tipici d’ogni alba
in qualunque angolo del mondo.
Forse un po’ di tutto ciò
mischiato all’amore per la vita:
e noi in simbiotica armonia
su quei greti ci trovavamo,
padre,
ed era l’acuto silenzio
delle nostre illusioni,
la genesi
delle nostre buone intenzioni.
Era la folgorante attesa
d’un alito di luce
a farci muovere, padre,
laddove ormai sono avanzate
poche manciate di rena
e l’acqua ha reso canute
persino le amiche conchiglie.

Pubblicata dalla rivista nazionale Poesia nel 2000.

Il mondo da una mongolfiera

Scappa attraverso il paesaggio rupestre,
capelli frumento e occhi marroni,
fra le fronde e le carezze del vento
gambe tornite in calze di sabbia,
immemore in tutti i veli di ruscelli.
Ultimo palpito s’un volto trasfigurato.

Nella placidità del suo corpo
avanza una sfera di neve,
sulla pelle un neo di silenzio.
Le sue mani, archi canori
frantumano ogni luce d’alba.
Nella sua dimora conta i minuti.

Per la sua stella,
esplosa nell’aria d’aprile,
per regalarsi gli occhi, per vivere giunti
sino alle praterie in fiore,
per regalarsi immenso amore
per donarsi le iridi all’ultimo secondo.

Per dormire nella luna
in quattro pupille, il sole nelle medesime.
Un amore fra le labbra-un vago uccello
adorna i campi, i boschi,
le strade e il mare.
Bella come il mondo da una mongolfiera.