Madre terra, Passigli 2015. Gli affetti, l’amore sentimentale, quello per la propria terra, la religiosità e il senso dell’eterno i valori importanti nella poesia di Monia Gaita.

La poesia di Monia Gaita s’esprime in maniera fortemente simbolica e va a tracciare i connotati d’un universo nobile dell’anima, in cui trovano spazio sentimenti puri, l’amore inteso nella sua totalità che si canalizza in forma concreta, assolutamente non metafisica ma sentimentalmente tangibile (emblematico l’esordio di Madre terra: “Se io potessi dire al mondo che ti amo”). A questo innamoramento totale fa da contorno il mondo di Monia, fatto di ricordi, di tributi per i propri affetti, di descrizioni della propria terra, dell’enunciazione dell’amore per la scrittura senza disdegnare una tematica impegnativa come quella d’una ricorrente analisi in forma poetica del trapasso. In Monia Gaita, più che la concettualità o la ricerca nelle tematiche a spiccare è l’invenzione verbale, la misura, l’essenzialità di versi talmente levigati da risultare espressivi non solo per ciò che concerne le singole poesie ma per il valore e addirittura invenzioni multiple per ciò che riguarda i versi presi singolarmente: trivello i desideri/ in cerca di una favola/ che duri. Per proseguira in forma spiccatamente poetica in Io straripai dove alla potenza espressiva dell’aprtura (“Io straripai nel tuo letto stellato”) fa seguito, verso la parte centrale, una terzina in cui Monia riesce ad abbinare l’espressione della propria gratificazione con la capacità di tracciare sul foglio i propri sentimenti in maniera incisiva ed essenziale: “E qualche tralcio d’edera/ ancora piove arcobaleni/ sulla mano”. Riporto la poesia per intero:

Io straripai nel tuo letto stellato

sapeva anche il varriare più innocuo

sapeva di fine, di trauma,

di piaga.

Io contai la tua solitudine

erano fionde e collane incostanti

che traboccavano

da una trapunta  di anni.

E qualche tralcio d’edera

ancora piove arcobaleni

sulla mano.

Con lingua spedita

mi parla di te

e si attorciglia ai miei mattini.

Lì’ sferza una voragine di brame.

Quanto t’ho amato in silenzio!

Quanto spergiuro di tempo

ritolto dal legno…

E quanti inutili calici ti porsi!

Tutto inghiottito nel nulla,

in un grumo,

in un tonfo.,

La sua è considerata una poesia complessa, a volte indecifrabile ma io credo che ciò avvenga nel lettore disattento, in coloro che si limitano ad apprezzarne l’estetica senza coglierne la precisione della terminologia per cui risultano alla fine chiari persino i concetti più intricati.

In Madre terra avviene un gioco di rimandi (termine che curiosamente costituisce il titolo d’un libro di Monia) per cui l’elemento saliente, ovverossia l’espressione semantica ad esempio amorosa, viene introdotta in maniera potente nella lirica d’apertura, non a caso intitolata La furia che induce a cercare nell’intera silloge tale connotato amoroso e non si può non coglierlo in moltissime poesie. Viene ripreso ad intermittenza dalla stessa  Io straripai e poi, alternando considerazioni diverse ma comunque sempre di carattere amoroso. Come in Ritorno incolume dove Monia esprime la sfera del proprio sentire attraverso pregnanti metafore ed immagini, dando lei stessa vita alla matrice incorruttibile d’uno stile lirico e particolareggiato.

Ritorno incolume

alla riva del tuo cuore,

ti scivolo

sul lastrico di pesca di levante

delle labbra,

fisso la corda dei secondi

ad altri ganci.

E indisturbata la ragione

si allontana come un ladro,

descrive un arco annuvolato di partenza

col compasso.

Che bello amarti!

E costellare

di lampi di speranza

il mio soffitto.

Che bello fabbricarmi

un esemplare di rinascita,

battere nelle palpebre del sogno

e ripescare

qualche allodola di luce

dai fondali…

E poi ancora una poesia chiarissima che va a denotare questo importante sentinento:

VOGLIO IL TUO CORPO

Il tuo sorriso ha tentacoli

e santuari d’uva accesa

dove termina il bosco dei miei errori

e posso tingere di vele

le labbra di ogni nascita minuscola

o frazione.

Entra

dentro le gallerie nascoste che ti schiudo,

torreggia sulle cime dell’incerto,

dammi una treccia d’aria,

una rampa celeste,

una traversa umana.

Voglio il tuo corpo spettinato e vero,

voglio il tuo petto sgualcito.

Io voglio l’animale che ti comanda muto

e la tua lingua

che arrotola la notte.

Tra queste poesie esemplificative, versi sparsi emblematici di questo grande amore: Dal primo all’ultimo respiro delle stelle: ora che una crepa si apre nell’intonaco dei sogni…io divampo…scopro un passaggio rasoterra nella neve.

Alla rottura che segna la poesia Accetta, seguono inevitabilme, verso il finale, poesie in cui emerge

la crisi del rapporto amoroso prima tanto magnificato e la relativa delusione. Il tutto espresso sempre liricamente, con invenzioni verbali ben costruite e con l’utilizzo di una terminologia sempre molto efficace. Come, ad esempio, la seguente.

CAPPI DI SOLITUDINE

Entrata in collisione

col tuo cuore,

non ho il coraggio di parlarti

mentre minaccia di crollare

il ponte

di noi due.

Dopo la grande mortalità

di rami di felice,

ignoro il vertice

della parabola d’uscita,

assumo farmaci

di stanco incerottato

dai minuti.

E in fondo alla classifica

dei sogni rimanenti,

cappi di solitudine

scavano nella notte

una trincea.

Come anticipato nel titolo e nella disamina iniziale, se questo potente riverbero del proprio sentimento amoroso nelle poesie di Madre terra è molto potente, anche l’universo degli affetti recita per importanza un ruolo assai rilevante nella poesia di Monia Gaita. Carattere che mi sento di contrassegnare avendo letto anche il primo libro di Monia “Ferroluna,” Come nelle poesie Tu sei la madre e Mio padre.

TU SEI LA MADRE

a mia nonna

Tu sei la madre che ricordo,
l’unica,
quella che rese immortale
la luce della mia infanzia,

che a lungo coltivò
la geometria dei semi

dei suoi campi.

Ora che non ci sei
ammetto l’inesistenza delle fate.

E appena incedo
nel chiostro dell’ascolto
trarupa il piede,

si scardina,
legato ad un apice di vuoto
che si compie.

E un’ altra riva non c’è

che possa spegnere
le fiamme della bruma,

mentre m’aggrappo alle tue mani
spianata in una nascita
che folgora

e feconda.

MIO PADRE

Mio padre
comprime parassiti,

converte in dolce
l’acre delle piante,
coniuga i suoi pensieri
alle lumache.

Consacra al cielo
il giallo delle prugne
congrega moli mortuarie
ai calabroni,

disereda malerbe
e crescite di stento

dal suo campo.

E a sera,
prima che il buio divori la ragione,

cala una particella di purezza
in fondo agli occhi,

goccia di felicità,
disputa di fatica
ad una svolta,
senso abitato e aperto
lungo il caos.

Oltre a queste poesie, in Madre terra se ne trovano alcune che celebrano l’amore per la propria terra. Questo viene enunciato in particolare nella poesia Il mio paese, attraverso versi ricchi ma allo stesso tempo dotati del dono dell’essenzialità:

E’ circondato il mio paese/ da una corona incalcolabile/ di venti crepitanti,/ una corona di spine,/ un corpo armato di stelle,/….dove i falchetti/ segnalano il confine/ tra l’incantesimo di fichi neri e bianchi/…E’ qui che voglio restare/ al largo delle coste dei rumori/ d’altri luoghi,/ dentro Magliano mia/ pure da morta

Lo spiccato senso religioso di Monia Gaita, poi, si può riscontrare nelle poesie Sono lontana: Ho provato a cercarti/ mio Dio/ e ho creduto di vederti/ dove l’argine d’un fiore/ alla furia delle acque/ diviene opuscolo dei remi e Gesù: Tacciono tutti/…mentre dal cielo/ la luce si prosterna/ dandomi scappatoie di chiaro/ in luoghi di clausure./ E nel poligono di viole/ del tuo nome,/ rivive il cuore,/ azzurro/ che si crogiola/ alla pace.

Il senso dell’inevitabilità della morte fa parte, infine, della poesia di Monia Gaita Emerge in Traspirerò, che significativamente segue Accetta.
La morte,/ in ultima radice,/ smorzerà ogni suono./ Non mi darà alcun lascito di vento,/ non una scoria di risposta,/ o il livido d’un colpo/ sulla guancia/…Immobile,/ traspirerò dal cielo/ come un’acqua,/ come un sudore verde,/ un interlinea di tranquillo,/ nel bel mezzo.

Tantissimo è stato scritto riguardo alla poesia di Monia Gaita, molto spesso limitandosi ad elogiarne l’estetica. Io ne sottolinerei anche il valore e la funzione simbolica nonchè l’utilità. Molto bene è stato anche scritto del suo stile, analizzandone la struttura e la metrica.
Da parte mia resta poco da aggiungere se non due cose: primo che per originalità lessicale, levigatura dei versi e complessiva matrice stilistica si ritaglia una collocazione unica nel panorama contemporaneo, nonostante lei sia molto umile ed insista a definire il suo “un tentativo;”secondo che è giunto il tempo d’emanciparsi dalla convinzione espressa da qualcuno che la poesia meridionale sia sottovalutata. Non vedo per quale motivo sia necessario farsi dei complessi, quando si può annoverare fra i propri esponenti di spicco Monia Gaita, Rita Pacilio, Melania Panico ed Antonietta Gnerre, oltre ad interessanti voci emergenti: in fondo, se la poesia non ha un valore oggettivo, ne possiede uno intrinseco ed alla fine questo nella media dei critici emerge, sia essa settentrionale o meridionale. Perchè la poesia è un valore alto che non conosce nè razze nè confini ma solo l’amore di coloro che a lei si dedicano con l’anima e il cuore.

Marco Galvagni

Dea di luna

Fuggii come un marinaio

dal diario dei pensieri

d’un vascello dorato

rinunciando per te, amore mio,

a porti con mille labbra da baciare

ricevendo missive affrancate con filigrana straniera.

Perché è la tua ora, dea di luna,

ora dell’odor di nardo

fuoriuscito da un giardino di roseti.

Di rado cade pioggia,

timida come crepe di specchi,

il cielo è fisso come un vetro.

In te nasce e si ordina

il tempo dell’amore,

con tentacoli di medusa

tocco i focolai del corpo:

la pelle di rame, miele,

fino a suggere sudore celeste.

Lambisco gli alberi d’oro

che caddero nel mio fiume,

germina il desiderio,

volendoti porre al collo di panna

una corona intrecciata d’alloro

corro al letto nel giglio vespertino.

Saggio su Campionature di fragilità: il senso della poesia di Melania Panico.

Melania Panico, nata a Napoli il 31 ottobre 1985 e attualmente residente a S. Anastasia, laureata in Filologia moderna, in Campionature di fragilità, prefazione di Davide Rondoni, sua prima silloge  (La Vita Felice- Milano 2015) dimostra come nella poesia non sia sufficiente possedere una naturale predisposizione ma come questa vada ammaestrata attraverso un lavoro filologico. Ecco allora che per un modo comune di fare poesia, per cui la parola nomina i sentimenti e i connotati dell’anima, Melania compie un lavoro unico nella sua originalità andando a reinventare il mondo attraverso le sue caratteristiche più tangibili per esprimere mediante queste il proprio universo sentimentale, sicuramente sofferente al di là della sua radiosa apparenza (sorrisi…custoditi sulla bocca dello stomaco, corpo devastato dai silenzi, il silenzio tra noi/ è un manto di parole/ distese ad asciugare).
Melania Panico si esprime mediante uno stile personalissimo e particolareggiato, con versi la cui peculiarità, nella maggioranza della raccolta, non è l’universo simbolico ( se per simbolismo s’intende quello tradizionale che si rifà alla tradizione francese di Baudelaire, Mallarmè, Verlaine e Rimbaud).
Bensì d’esprimere i propri sentimenti attraverso poesie che trovino il proprio senso in un dettato espressivo la cui peculiarità è duplice: giustapposizione all’interno del singolo verso, dove è il verbo l’elemento di demarcazione, nonchè nel susseguirsi dei versi stessi.

Ci sono sorrisi tenuti da parte
custoditi sulla bocca dello stomaco
brillano di luce propria

e poi ancora:

Mettere via l’odore della storia
lungo mete di tempo andante
i fiumi dei bar accovacciati

Dal già citato universo sentimentale di sofferenza intriso, scaturisce una poesia che riporto, una poesia in cui l’elemento semantico di rottura è il verso che meglio esprime il pessimismo in maniera lirica (questa volta anche simbolicamente). Esattamente il numero 12, “Non c’è estate.”

Il corpo devastato dai silenzi
la voce slegata
lei urla sempre a tempo
lascia sul pavimento
capelli sparpagliati
e non appigli
ha colore di pietra
dice ricominciamo
all’erta a brandire l’arma del suo sì
è un momento sbagliato, dice
è un tunnel da cui non voglio uscire.
Non c’è estate,
forse questa volta ha ripetuto
l’estasi di sbieco
con la bocca serrata non fa paura.
Il frutto della quiete
è in alto, offeso
dal lato serrato del giorno.
Sembrava perfetto
senza veli
e con le mani rarefatte.

Per comprendere meglio il titolo della raccolta di Melania, bisogna risalire all’origine lessicale del termine “campionature” che definisce appunto queste poesie. Campionatura non è altro che un’operazione propria del campionare, mentre campionare significa esattamente scegliere, prelevare campioni.
La filologa Melania Panico non poteva cogliere in maniera migliore il titolo da attribuire a questo libro, avendo lei scelto poesie esemplificative di questa fragilità, in cui esprimersi con una vena poetica che non ha cadute di tono, anzi trova altissimi passaggi, oltre a quelli già citati:

Non so come interpretare
questo abbaiare
di cani
in lontananza
rumore sordo
di macchine
la luce artificiale
della notte.
Non so qual è il verso
giusto
del foglio
il colore acceso
del corpo
non so se chiamare amico
il tempo.

Alla luce di quanto successo
poco fa stendersi su una scrivania intarsiata
le ombre fanno patti di sangue con le dita.
Decidi: è la danza della parola
o il tenero appartarsi
degli argomenti
davanti al bianco del foglio
a impostare il sacrificio del giorno?
L’inverno è un lungo ritrarsi degli occhi.

Il silenzio tra noi
è un manto di parole diverse
distese ad asciugare:
il vento porta via l’umidità
e ci ridà l’imbrattamento.
Tenera carne la mia
si spacca al sole
rinchiusa qui
con i rintocchi dei pranzi
a limitare i movimenti
cosa avrò in cambio del cumulo
tranquillo di resti?
Una luce passeggera
dilata lo spazio senza poesia
mentre segno passi antichi
sul viso incorniciato, perlaceo.

Ed ecco allora che se la luce appartenente allo spazio e al tempo senza poesia non può essere che passeggera, visto il grande amore di Melania per questa materia, nascono i grandi versi sulla poesia medesima:

Non qui
nè altrove
ho voluto seminare ciglia
per avere in cambio
una nuova visione delle cose
fibre consensi ossessioni
carte bianche trascritte
io non so spiegare la poesia
un gatto silenzioso
entra nella stanza
la luce non disdegna
i passi
lo sento che gratta piano
contro la porta
i suoni sanno tenere testa al tempo.

In Melania Panico “l’ora da lasciare/ a riposo” quando “invecchia al guinzaglio/ la bellezza,” diventa la non scelta di non trovarsi in un determinato luogo resa semplicemente col verso “i passi come brina fumante.”
In settembre per l’autrice “piove un’aria di miele ed aghi.”

In una poetica magnificata per il valore intrinseco soprattutto filologico, ecco spuntare nel finale una poesia in cui Melania Panico riesce ad abbinare il proprio amore per la poesia e le proprie competenze semantiche ad una riserva simbolica di spessore. Ed ecco allora che i poeti diventano le navi che “dovrebbero seguire il loro destino lieve/ appoggiarsi come a un’idea”, accontentarsi d’uno squarcio di luce, delle proprie poesie contenute nelle bacheche pensili mentre il passaggio ad alto livello è semplicemente costituito dalla possibilità di raggiungere il posto che spetta ai parolieri.

Dovrebbero pentirsi le navi
di oltraggiare il porto
dovrebbero seguire il loro destino lieve
appoggiarsi come a un’idea.
L’isola è troppo distante, segnata
non si tocca con mano
finisce così il grigio
il ponte senza giunture
il nostro tempo fragile.
Lascia sulla porta le mani
senza impronte di riserva a contenersi
la via è sentiero senza ascolto
uno squarcio con luce.
Ecco l’itinerario di ricostruzione
del buon tempo
quello affisso alle bacheche pensili
il futuro allineato sugli specchi
canto sedimentato da sobri
nelle fenditure delle cortecce
litania che trova spazio, si dà posto.
Si può incidere nei muri
la storia semplice
eppure il posto che spetta ai parolieri
è il guado incontrovertibile
arginato, arreso.

Marco Galvagni

Al primo raggio d’oro

Stamane, al primo raggio d’oro,

ho riempito di baci le tue guance

lambendo la tua dolce seta.

Ogni aurora dall’aria sottile

amo salutarti con una carezza delle mie labbra,

tu timida e confusa rispondi, rosse le gote tue.

Tra un bacio e l’altro l’inesprimibile nulla

come quando colsi il tuo fiore

in un crepuscolo velato da aghi di pioggia

fra trecce grigie e rosate di nubi

d’un cielo specchio dei nostri destini

in giorni dapprima tetri e bigi-

si snodarono nell’ansa dei nostri segreti

in drappi di pennellate che io davo

in grafemi al cielo dei desideri.

Tutto attendendo il primo bacio

profumato delle rose dell’aurora

dove felici ci saremmo ricongiunti

feriti d’amore dagli aghi di pino

o bagnati di passione da carezze di rugiada

rotolandoci innamorati nell’erba

e le sottili note di canto per te

son diventate la dolce storia

della lingua tramutata in favola d’amore

ora che m’appartieni come le stelle alla notte

e sei il velluto di terra su cui pongo le orme,

ogni boccata d’aria che respiro.

Il battello dei sogni

La luce dei tuoi occhi è al limite di primavera

dove ogni gesto si tocca, s’interseca

dapprima solo rosso incenso

ora sottobosco dal profumo di pruni,

nuvola immobile nell’azzurro,

violino che suona un armonico concerto di note.

Ti racconterò dei tuoi occhi,

del loro colore nocciola,

folgore d’una scintilla d’un alfabeto d’amore.

Davanti all’uomo conquistato

sei cieca esaltazione, regina

ingenua come un fiume nel deserto.

Fra le aurore e il frangiflutti delle notti

vi sono ghirlande da coltivare,

te ne pongo una al collo di panna.

Fra i tuoi occhi e il mare

immagini d’onde di passione,                                                                                                

il nostro nido come quello d’una coppia di rondini.

Il battello dei sogni

veleggia in un lago dorato,

la terra inseminata attende i tulipani.

Sei la superba avventura del maggio odoroso

nei tuoi occhi vi son perle ogni giorno

più incantevoli d’un mazzo di fiori alle campane dell’arcobaleno.

La danza gialla delle foglie

Ascolto le note musicali della tua voce

venuta dalla terra per salire al cielo,

spio i tuoi tratti dorati:

ecco la tenerezza dello sguardo di seta,

la tua bocca, parola senza eco.

Avverto salire a tentoni il muschio della tua pena.

E’ la guerra oscura del cuore,

la lama spezzata di angosce commosse,

l’ebbrezza dei desideri.

E’ questo la mia vita:

l’acqua che i tuoi occhi mi recano,

il concerto di voce dei tuoi sottili pensieri.

Ah, coppa, ruscello, mia agile compagna.

Scorgo le coppe nella danza gialla delle foglie.

Ti giunge ululando il vento

nell’ora del sangue fermentato

quando la terra palpitando vibra

sotto il pallore del sole che la riga con code d’ombra.

Eccola, la tua forma familiare,

ciò che m’inonda

che mi empie l’anima in abbandono,

la tenerezza che s’avvolge alle mie origini:

matura in una carovana di frutta

uscendo dal tuo cuore come il vino dal centro dell’uva.

Cicatrici d’amore

In punta di piedi m’appari in un sogno

avvolta in un vestito di seta fine

risvegliando una ghirlanda di ricordi,

cicatrici d’amore d’ una primavera profumata

in cui tra le lenzuola reggevo la tua mano

ultimo appiglio del mondo

e d’afose notti di mezz’estate

in cui le orme dei nostri passi sulla battigia

lasciavano una scia di libertà.

Poi ti rivedo sparire nella nebbia di novembre,

una densa coltre di panna sui nostri pensieri,

timbrandomi il lasciapassare della solitudine.

Fiorisce luce,  ed è come se il cuore tremasse

al suono acuto dell’antica sveglia.

Aperte le persiane fatiscenti,

scendo in un dedalo di vie

lastricate di memoria

del tempo dell’amore perduto.

Ora sei la pietra spezzata, l’albero senza radici

e faccio naufragio nel mare della nostalgia

con una caravella di ricordi

tra l’indifferenza dei passanti

tale al passero che tenta il volo

ma cade senza destare stupore.

Pubblicata per due numeri consecutivi dalla rivista nazionale Poesia nel 2010.

Saggio su Poesie d’amore, Nazim Hikmet, Mondadori 1999.

Nazim Hikmet nacque a Salonicco nel 1902.

Personalità eccentrica e poliedrica fu poeta, autore di teatro, romanziere, saggista e giornalista. Negli anni Venti visse in Russia dove ebbe contatti con le avanguardie e in particolare con Majakovskij. Rientrato in Turchia, causa la sua opposizione al regime di Ataturk, venne condannato a una lunga detenzione in carcere dal 1938 al 1950. Successivamente si stabilì a Mosca dove venne a mancare nel 1963.

Hikmet riassume nel concetto “amore” ogni aspetto della propria attività e della propria esistenza. Si può senza ombra di dubbio considerare lontanissimo da quel lirismo erotico che, oltre ad aver fatto il suo tempo, non gli appartiene considerando anche che il poeta turco definisce il proprio lavoro “colloquio con l’uomo,” “servizio”: partecipazione a tutto ciò che succede nel mondo. La sua forza e il suo spessore germinano in un incontro tra culture e mondi diversi: quello di suo “nonno pascià” e quello europeo, in particolare nella punta politicamente più avanzata. Nazim Hikmet, nelle sue poesie, ci mostra due facce della propria natura lirica ed epica saldate in un unico risultato; oltretutto questo libro di liriche d’amore (nel senso assai ampio a cui si è accennato) va da un rubai di tradizione arabo-persiana al poemetto scritto per Cuba “Uno strano viaggio, dall’Autobiografia “Sono nato nel 1902…posso dire di aver vissuto da uomo…” a Il mio funerale, datato Mosca 1963, anno del decesso dello scrittore.

Per fornire un’esatta nota introduttiva alla comprensione del libro bisogna soffermarsi sulla lettera scritta a Stoccolma il 20 dicembre 1961 dal grande poeta e autore turco a Joyce Lussu. Ne riprendo alcuni passaggi: Perché ho cominciato a scrivere poesie? Cerco di ricordare. Avevo tredici anni. Abitavamo a Istambul. Mio nonno Nazim Pascià era poeta ma scriveva in un turco che si chiamava ottomano, formato per il 75 per cento da parole arabe e persiane. Le sue poesie erano dogmatiche, didattiche e religiose. Non le capivo. Mia madre era innamorata di Baudelaire e Lamartine. Più che dalla poesia di mio nonno ero influenzato dalla poesia di Tefik Fikret, il nostro primo grande poeta umanista, anche un po’ socialista ed utopista. La mia prima poesia L’incendio la scrissi a tredici anni e aveva il ritmo che imitava quello della metrica chiusa arabo persiana e s’ispirava ad Aruz. Ecco i primi versi “Brucia brucia con terribile fracasso/quel nemico dell’umanità/che stringe fra le sue braccia/le cose le madri gli orfani…” La mia seconda poesia la scrissi a quattordici anni ma non me ne ricordo un solo verso. La scrissi sotto l’influsso del poeta Mehemet Emin, il primo che abbia scritto in turco con metriche nazionali turche, sillabiche. A sedici anni, credo, scrissi la terza poesia. A quell’epoca un altro grande poeta turco dominava la nostra letteratura e si chiamava Yaya Kemal. La poesia aveva per argomento il gattino di mia sorella. Feci leggere la poesia a Kemal e lui volle vedere il gatto di mia sorella. Yaya Kemal mi disse: “Se vuoi fare una poesia su quella bestiola, puoi diventare un grande poeta.” C’era scritto: “Aveva gli occhi verdi come le onde del mare/con i suoi peli bianchi sembrava una palla di neve…” A 17 anni ho pubblicato la mia prima poesia, largamente corretta da Kemal:

“Ho sentito un lamento sotto i cipressi

mi son chiesto, c’è qualcuno che piange qui?

O è il vento che si ricorda d’un amore passato

in questo luogo solitario?

Un tempo pensavo che i morti ridessero

quando le nere cortine cadon sugli occhi

ma ora mi chiedo se i morti che amavan la vita

piangono ancora sotto i cipressi.”

Poi gli Alleati occuparono Istanbul ed io scrissi poesie contro l’Intesa inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia. A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. Per trovare il modo giusto, a quanto pare, era necessario che passassi all’Unione Sovietica.

Era la fine del 1921.

Ho scoperto tutta un’altra umanità.

E, da allora, non posso non scrivere poesie.

E’ nelle poesie scritte dalla prigione di Bursa in Anatolia, denominate dal grande poeta turco “Lettere dal Carcere a Munevver” che Hikmet trova i suoi più alti passaggi poetici d’amore: “Il più bello dei mari/è quello che non navigammo/il più bello dei nostri figli/non è ancora cresciuto/…/E quello che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto” del 1942. Poi “guardo l’istante fiorito e azzurro/sei come la terra di primavera, amore,” del 1943. A seguire “il mio secolo che muore e rinasce/il mio secolo/ i cui ultimi giorni saranno belli/la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba/il mio secolo splenderà di sole, amor mio/come i tuoi occhi…” del 1945. Ancora, alcuni versi di due poesie del 1947: l’incipit della prima “Ho sognato della mia bella/m’è apparsa sopra i rami/passava come la luna/tra una nuvola e l’altra/” La seconda è notevole: “lo stesso vento non agita/due volte lo stesso ramo di ciliegio/gli uccelli cantano nell’albero/ali che vogliono volare/la porta è chiusa/bisogna forzarla/bisogna vederti, amor mio,/sia bella come te la vita/” Altri versi da segnalare sono in una poesia del 1948: “quante volte han pianto davanti a me/rimasti tutti nudi, i tuoi occhi/nudi e immensi come gli occhi di un bimbo/un giorno han perso il loro sole/”

Sempre del 1948 è una poesia strepitosa che riporto per intero:

Anima mia

chiudi gli occhi

piano piano

e come s’affonda nell’acqua

immergiti nel sonno

nuda e vestita di bianco

il più bello dei sogni

ti accoglierà

anima mia

chiudi gli occhi

piano piano

abbandonati come nell’arco delle mie braccia

nel tuo sonno non dimenticarmi

chiudi gli occhi piano piano

i tuoi occhi marroni

dove brilla una fiamma verde

anima mia

Di questo poeta rivoluzionario tra i più celebri del nostro tempo ci rimangono i versi immortali che compongono un itinerario creativo svincolato da inutili orpelli, ma intensamente forte nel trasmettere il messaggio dell’amore, della libertà e, come appare in moltissime sue poesie, della bellezza della vita. Le sue poesie immediate e schiette colpiscono il lettore per la loro semplicità. Di seguito riporto una nota della scrittrice Joyce Lussu, amica e traduttrice del poeta turco.

” La mescolanza di razze, di culture e di esperienze diversissime ne avevano fatto un essere ricco e originale, levigato dalle discipline ma sdegnoso di servire. Non si piegava ai compromessi, nemmeno a quelli che in generale, con sottile opportunismo, definiamo necessari. […] ha vissuto come un uomo libero, padrone sempre di se stesso e della sua condizione consapevolmente affrontata. Che sia morto, non ha grande importanza. Il suo modo di essere si è realizzato ed espresso nella sua poesia, e tutto continua, salvo il rinnovarsi della sua personale felicità o infelicità e il battere faticoso del suo cuore tra un infarto e l’altro. I suoi amici, presenti e futuri (ne nasceranno ancora tra molto tempo), continueranno a leggerlo e a ritrovarlo.”

Marco Galvagni

Le tue mani di pioggia

Alba senza ritorno fra membra assopite

riflesso simmetrico di donna fulva,

le iridi ramate di donna leggiadra

la chioma fluente del grano

le amorevoli mani e i seni aguzzi

non vincono la iattura d’amarti.

Fai parte dell’eco

delle crepe dello specchio

della stanza e della città.

Ci siamo divisi in due parti,

la tua l’avevi votata a me-

la mia te la consacrai.

Le tue mani di pioggia su occhi bramosi,

fioritura feconda,

rabescavano radure dove una coppia si baciava-

eravamo io e l’angelo profumato.

Cirri di sereno, torpide primavere,

estati dalla gonna rialzata.

In un mattino di sughero

lei ha arrestato la corsa

in un campo di girasoli.

Tutto ciò che ho voluto

è stata un’armatura prescelta fra le macerie

d’un’altra aurora più cesellata.

L’aurora azzurra

Brilla uno spicchio di cielo
nella sera gravida di pioggia,
un raggio di luna intonaca la stanza
accarezza la seta della sua pelle,
il gomitolo di lenzuola il nostro vestito.

E’ una pioggia ad aghi di lacrime felici
rivivere la magia d’ogni crepuscolo in una stella.

Ebbra di baci,
nel sentore verde di quella pioggia,
ha bocca di rose – insegue la traiettoria del Sole.

Le palpebre si dischiudono in un sorriso,
ciglia asciutte ornano il velo dei desideri,
il loro cuore d’ebano trova fiamma nella notte.

In quel sorriso del suo mare d’occhi l’aurora azzurra di lacrime felici.