La danza gialla delle foglie

Ascolto le note musicali della tua voce

venuta dalla terra per salire al cielo,

spio i tuoi tratti dorati:

ecco la tenerezza dello sguardo di seta,

la tua bocca, parola senza eco.

Avverto salire a tentoni il muschio della tua pena.

E’ la guerra oscura del cuore,

la lama spezzata di angosce commosse,

l’ebbrezza dei desideri.

E’ questo la mia vita:

l’acqua che i tuoi occhi mi recano,

il concerto di voce dei tuoi sottili pensieri.

Ah, coppa, ruscello, mia agile compagna.

Scorgo le coppe nella danza gialla delle foglie.

Ti giunge ululando il vento

nell’ora del sangue fermentato

quando la terra palpitando vibra

sotto il pallore del sole che la riga con code d’ombra.

Eccola, la tua forma familiare,

ciò che m’inonda

che mi empie l’anima in abbandono,

la tenerezza che s’avvolge alle mie origini:

matura in una carovana di frutta

uscendo dal tuo cuore come il vino dal centro dell’uva.

Un cigno

Stamane, rose d’aurora profumano drappi di nuvole,
tu sei come il sole che sopra d’oro vi brilla –
un cigno perso in pupille di lago, acqua chiara
appartenente ad un’antica memoria di cielo
nella costellazione azzurra d’ogni desiderio,
due passi con te dal primo fiore all’infinito.

Eri passata nella sera luminosa e chiara, luna,
il sorriso scolpito sotto le fossette, rosse
d’un’emozione d’amore, il tuo nei gemiti
dipinti ad accendere il buio del silenzio
straripava nelle lenzuola fra le stelle, tu astro
nello sgargiante arcobaleno d’un’elegia di voglie.

Ora t’attende il tappeto d’ogni via, un tappeto d’oro
s’intarsia di luce fiera, quando tu passi
io ti venero poichè, se ogni passante ti lusinga,
tu, innamorata, volgi a me il mare degli occhi,
io nel velo nocciola mi perdo confuso, occhi d’anima –
i fili d’oro dei capelli fluttuanti nel vento, trecce di sole.

Tornerà, sui vetri ombreggiati dalla fuliggine del camino
l’acqua fresca di baci della sera, pioggia ad aghi sottili,
noi ubriachi di felicità, nel buio della notte scintille d’ebano
i nostri pensieri accesi d’amore – tu saluterai le mie carezze
fra le tue cosce bianche e snelle sospirando in una nuvola –
mi sveglierò al suono di campanelle dei tuoi bracciali.

Il battello dei sogni

La luce dei tuoi occhi è al limite di primavera

dove ogni gesto si tocca, s’interseca

dapprima solo rosso incenso

ora sottobosco dal profumo di pruni,

nuvola immobile nell’azzurro,

violino che suona un armonico concerto di note.

Ti racconterò dei tuoi occhi,

del loro colore nocciola,

folgore d’una scintilla d’un alfabeto d’amore.

Davanti all’uomo conquistato

sei cieca esaltazione, regina

ingenua come un fiume nel deserto.

Fra le aurore e il frangiflutti delle notti

vi sono ghirlande da coltivare,

te ne pongo una al collo di panna.

Fra i tuoi occhi e il mare

immagini d’onde di passione,                                                                                                

il nostro nido come quello d’una coppia di rondini.

Il battello dei sogni

veleggia in un lago dorato,

la terra inseminata attende i tulipani.

Sei la superba avventura del maggio odoroso

nei tuoi occhi vi son perle ogni giorno

più incantevoli d’un mazzo di fiori alle campane dell’arcobaleno.

Schegge di stelle

Quando fra schegge di stelle risuonano campane d’aurora
mi desto nel gomitolo di lenzuola del primo raggio,
c’è un velo di nebbia nel cielo dei desideri,
noi in un cantiere d’amore come in ogni alba
figli d’un destino errante dalla pronuncia naif,
palme sorridenti s’un isola in un deserto scritto.

Ecco che trionfa l’azzurro, balena come una domanda
in un’acqua di gioia, ognuno lieto del proprio destino
vivida ancora l’emozione delle carezze notturne
esulì in un verde canneto nel lago di fango predisposto
come i cantori di meraviglie universali,
io della tua nella dolce ebbrezza di starti accanto.

E’ un armonico concerto d’idee che si staglia
nel sorriso cangiante del sole, io perso nei tuoi canti di voce,
la musica sottile della tua anima espressa in drappi
nell’immobile fiamma della calma del cielo
solo tu la rosa più profumata del bosco
allietato persino da dolci effluvi di pruni e ginestre.

Tu mi piaci perchè ogni dolce pensiero è sotteso,
sgorga ripido come un ruscello tra i sassi dell’impazienza
e viene a valle in una possibilità che si fa mare
in cui nuotare come una benedizione, acqua di tedio franta
dalla prima volta che incrociai i tuoi occhi in quella casa
dove soffiammo insieme sulla brina dei vetri, in un’idea di libertà.

Un abbaglio assoluto

Nei limiti d’abbacinata primavera,

donna dai piedi di velluto,

sei prodigiosa tentazione-

dapprima nuvola immobile

ora rosso incenso,

quella che lodo.

Ti narro dei tuoi occhi,

color nocciola, un incanto

non vi sono pietre più lucenti,

della mia felicità di stella

dinnanzi all’uomo che conquistasti-

regina come un ruscello nella rena.

Fra i flutti del giorno

e il porto della notte,

fra acqua e sabbia

non vi son né varchi né distanze.

Fra i tuoi occhi e le loro immagini

c’è la costiera frastagliata e verdeggiante.

L’antica facola

s’è fatta fiamma che si erge

fra cinguettii di merli-

ripongono le ali sui piccini implumi.

Vivo in un abbaglio assoluto, il tuo:

per te nei miei occhi c’è una goccia ogni crepuscolo.

Recensione a Miosotide, Maria Teresa Liuzzo, A.G.A.R. Editrice 2009.

Miosotide è un notevole libro di poesie della poetessa di caratura e di spessore della poetessa di Reggio Calabria Maria Teresa Liuzzo.

Le liriche di tono amoroso che lo compongono, in cui l’autrice vede l’amato come “piuma delle mie pupille,” hanno un carattere e una denotazione più metafisica che tangibile. S’avvicinano alla poesia orientale di Mira Bai ed anche di Li Po possedendo una levità, un distacco dalla soggettività, una ritualità che però non sconfinano mai nel tono impersonale. L’amore, in Miosotide, cerca ciò ch’è interiorizzato lanciando un’aerea rete di aneliti: è la sintesi superba di amante e amato.

Vi si riscontrano vaghe reminiscenze tagoriane, grande Premio Nobel bengalese nel 1913 ( a soli cinquantadue anni, il più giovane della storia della letteratura) perché l’io narrante si distacca dallo spirito per compenetrare l’anima dell’amato. C’è comunque, a tratti, passione, fervore e desiderio, appellativi inscindibili dall’oggetto-amore. Ma è una poesia che non possiede niente, ad esempio, del fuoco e dei baci del Premio Nobel il 10 dicembre 1971 Pablo Neruda. Vi si versifica, al contrario, d’un sentimento etereo, alto e complesso tra la sofferenza, la gioia e i palpiti.

Un amore che ci insegna a riempire il vuoto che sentiamo, scrive il mistero sull’infinito e desta immagini e visioni cromate ma possederle è arduo, veleggiano nell’aria, sono inafferrabili. Amore colto in una teofonia, una visione solare. Le immagini entrano l’una nell’altra in una melodia continua e progressiva, un alfabeto di grafemi tracciati con sapienza, suonando con note audaci la fisarmonica di versi che compongono poesie tutte dal registro stilistico senza sbavature. Le visioni si ispessiscono e diventano più forti quando, nelle poesie ben levigate che compongono Miosotide, sono i simboli dell’universo esterno a creare un viatico verso l’interiorità della poetessa, una lente d’ingrandimento sul suo mondo composto di sentimenti ed aneliti. Soprattutto quando questa tangenza si fa emblema rivelatore del suo mondo più reale che onirico in un dolce connubio fra universo e substrato animico.

Un libro, Miosotide, che ha altissime valenze poetiche.

Tutte le liriche sono di assoluto valore ma alcuni versi sono pura poesia. Solo per citare gli esempi più rilevanti:

a pag. 28 “la viltà della prudenza/che si nasconde/in una piuma d’ombra…”

Poi “Oceani di giunchi” sono i pensieri che scorrono.

A pag. 34 la chiusa “forse ti troverò/dove siepi fiorite accarezzavo.”

La rilevante e sofferta “Un pensiero lontano mi raggiunge,” a pag. 43, intensa in ogni sfaccettatura e che dimostra una mirabile capacità espressiva nonché ricchezza semiotica.

A pag. 46 “e tu dentro di me/fai scorrere i giorni/del futuro.”

A pag. 77 “Diventa lo scriba/che incide con lo stilo/la leggenda degli amanti”

A pag. 82 “E, poi, sei cielo/che inventa/i suoi colori/ed invidia il verde/dei miei prati”

A pag. 84 “precipitiamo/come stelle d’ombra”

A pag. 90 “il papavero/che ha sottili petali/ma anima di fuoco”

A pag. 99 “fiori/che lanciano i colori/dentro gli occhi”

A pag. 104 “e le fa ciglia ed occhi/che disegnano fantasie”

A pag. 113 scrivendo dell’amore “s’insediò nell’anima e fiorì/come rosa nel deserto.”

A pag. 117 “penetri in me/e mi porti le stelle/dentro il petto e fiori/di luci e di galassie”

A pag. 118 la chiusa “…mi sfogli,/come il vento/le pagine di un libro.”

A pag. 125 “La morte ci sfiora e noi siamo/farfalle e fiori nei suoi occhi/e il suo sguardo ali e petali”

Da segnalare, infine, il parere molto favorevole su Miosotide di Giorgio Barberi Squarotti che, in una lettera del 25 ottobre 2008, esordiva scrivendo: “Cara e gentile Signora, mi congratulo vivamente con Lei per il grandioso e ricchissimo volume di poesia e di critica.” E concludeva: “Grazie del dono.”

Marco Galvagni

Note biografiche

Marco Galvagni (Milano, 1967) è poeta, saggista e critico letterario.

Ha pubblicato sinora quindici raccolte di poesia: Nel labirinto (Montedit, Melegnano 2001), L’arcobaleno, ivi 2002, Nel germoglio vergine, ivi 2003 (Premio Nazionale Falesia, Piombino 2004), Il gomitolo dei sogni (ilmiolibro, 2010), Profumo di vita (CTL, Livorno 2016), Gocce di stelle, ivi 2018, I sottili pensieri di canto, ivi 2019, Dieci dolcezze (Puntoacapo Editrice, Savona 2020), Un’orchidea selvaggia (Transeuropa, Massa Carrara 2020), Le note dell’anima, ivi 2020, Luce d’aurora (Eretica Edizioni, Salerno) 2021, Sogno d’amore, ivi 2022, Un amore assoluto, ivi 2023, I sottili pensieri di canto II, ivi 2024. Nel 2024 ha pubblicato anche Imbuto d’ombre (Campanotto Editore).

Ha effettuato diversi reading, tra i quali i più rilevanti sono quelli che si sono svolti a Casa Merini e quello tenutosi al Teatro Filodrammatici di Milano con Giuseppe Conte e Tomaso Kemeny, tutti nel 2016.

E’ stato segnalato a soli 15 anni nel Premio Internazionale Mosè Bianchi (MI) 1982. Ha ricevuto molti riconoscimenti in Premi Nazionali sia per l’edito che per l’inedito e lusinghieri apprezzamenti da parte di poeti di assoluto rilievo, in particolare da Giuseppe Conte.

Dieci sue poesie sono state pubblicate dalla rivista mensile nazionale Poesia, altre dalla rivista Liburni Arte e Cultura e dai blog letterari Riverso, Poesie Aeree e Alessandria Today. Suoi contributi critici sono presenti sulla rivista letteraria artistica Internazionale Le Muse (RC) e nel blog letterario Semi di Inchiostro (https://www.semidiinchiostro.com)

Il suo primo romanzo inedito s’intitola Castelli di sabbia.

Ora ha iniziato un altro romanzo dal titolo Fantasie cromatiche.

Sito web: www.marcogalvagni.org

Dieci dolcezze di Marco Galvagni (Milano, 1967).

Un poeta decisamente anomalo nel nostro panorama letterario, ora da gennaio 2020 nella “collezione letteraria” di puntoacapo editrice.

Più che un milanese,  Galvagni sembra piuttosto un latino, o un portatore di colori e di luce  mediterranea. In lui spira  l’aria del mare, della libera natura. Egli è un sudamericano nato a Milano. Anche quando parla di Torino, vi porta “la canzone delle alghe” sotto “drappi d’astri” e avverte un femminile di “semplicità oceanica, … polvere impalpabile nell’edera del crepuscolo”, con “gemiti incessanti del fiore brunito” (p. 75). Di Mosca, ha fede che possa laggiù “trovare la patria del mio cuore… amando il mio viaggio felice” (p. 59).

La poesia iniziale che onora il padre, nient’affatto banale ma triste ed alta (p. 9): “su quei greti ci trovavamo,/padre,/ed era l’acuto silenzio/delle nostre illusioni,/la genesi/delle nostre buone intenzioni.”

Poi, due liriche sul poeta e sulla poesia (pp. 13-14), “siamo io e te, foglio/che mi sfidi… Il vaso di creta dei ricordi/annega di dolore il calamaio,/… scacciando i fantasmi della solitudine”.

Quindi il canzoniere, cioè quell’insieme – stilisticamente compatto – di poesie per la donna: non ho affatto intenzione di esaurire gli argomenti del libro con queste citazioni, ché non sarebbe possibile. Giusto l’essenziale, lasciando al lettore il piacere della scoperta.

Il tema della poesia di Galvagni è uno soltanto: la donna.

Il riferimento dei pochi dati di realtà non è a una sola donna, o almeno così sembra, ma all’universo femminile, a partire da una ragazza “reale” ma appartenente al trascorso, di cui si fornisce financo il nome, “conosciuta a 16 anni” (pp. 17 e 18), con cui l’amore fu “seminato con un possente aratro/in campi di stelle”.

E da lei parte la prodigiosa, variopinta, vitale e immaginifica figura della donna-natura, già dalla prima sezione, figura che si moltiplica, e diviene molte donne. Tutte. Forse troppe?

I suoi capelli sono corvini e onice (pp. 49, 60, 63, 72) o neri (p. 86) o corvini sono i suoi tratti (p. 83, 87; oppure biondi e d’oro o d’ambra (pp. 21, 22, 27, 28, 39, 59).

Gli occhi sono neri (pp.  72, 79, 88) o con “pagliuzze nere” (p. 81), oppure ramati o di quarzo (pp. 22, 32, 33, 35, 42, 65, 74) o nocciola (p. 22, 23, 27, 38),  eppure “non nati” (p. 39). Lo sguardo, di cerbiatta (p. 25).

La lirica cortese di Galvagni si dà connotati sensuali e anche di realtà. Nello stesso tempo, la donna è l’oggetto del desiderio che, come tale, non viene mai raggiunto.

Anche se fossi dentro di te, non ti avrei: “perché sei inaccessibile nel momento medesimo/in cui afferro le tue natiche e colgo il fiore nudo” (p. 28). Dal tu al lei, si passa nella stessa poesia.

D’altro canto, si guarda a lei come dall’alto si guarda la terra: lei è “Bella come il mondo da una mongolfiera” (p. 87). Ti guardo come se ti possedessi, ma solo in certo senso, di lontano. E dunque, sempre, a partire da una separazione: “La mia bocca d’esilio vorrebbe mordere la tua carne” (p. 68).

Con tutto ciò, in quanto forse mai attinta, o forse appunto per questo, resta che la donna è la speranza di salvarsi la vita. La donna è la terra promessa. Troppo spesso la speranza crolla, a contatto con la realtà di ogni giorno: la poesia di Marco Galvagni rammenta il valore del sogno, parola che dal canto suo innumerevoli  volte ricorre nei versi.

Sembra che il cielo stellato, così ricorrente, sia il cielo dell’immaginario e del sogno, che riacquista tutta la sua potenza, come polo e scaturigine delle immagini che offrono senso e forza al cammino.

La donna è desiderio di unità nel due, “nel dolce sogno d’una vita comune” (p. 40). D’essere condotto “per mano”, “verso una vita felice,/verso l’inferriata/che mi divide da me stesso” (p. 49); o anche, le si dice, “verso una vita lieta,/divelgi l’inferriata che mi divide/dal tuo sorriso che tutto occulta” (p. 53); colei con cui già (s’immagina) “Viviamo in un solo zampillio,/apparteniamo al porto più felice”, mentre “più oltre tutto è macerie” (p. 66).

La donna è desiderio, amore d’amore, da parte del poeta, desiderio d’essere desiderato (pp. 29, 61) e amato (pp. 29, 79).

Rimedio sicuro alla solitudine, più volte menzionata (pp. 36, 43, 44, 71) è in grado di sondare “la mia mente penetrando nell’anima” (p. 65).

Tanta ingenuità, se si assume il termine nel senso più nobile ed elevato, tanta laica e pur religiosa fede, meritano attenzione  e lasciano pensare.

Certamente il riferimento è alla lirica d’amore, dai primi tempi dell’Occidente, inclusa una componente dionisiaca: “ballerò con le stelle una danza,/onda su onda la rugiada dei prati su cui ci rotoliamo/feriti d’amore dagli aghi di pino” (p. 31).

Certamente, è vero, la poesia di Galvagni trova un riferimento nella lirica cortese. Non proprio Dante: difatti, egli (per quanto di cortese in lui ricorra, e senza dimenticare le differenze) non menzionò mai i particolari del corpo dell’amata, se non nel senso di sublimarli o riferirli a una sfera superiore, come la menzione della bocca sta alla parola che edifica o al volto o al sorriso – in Galvagni invece compaiono, con chiaro riferimento erotico, le cosce bianche e snelle (p. 27), la farfalla oscura o il fiore brunito (pp. 28, 69), i seni “coppe d’argento del desiderio” (p. 28), tra cui “l’universo incolore/assume la forma delle fiamme” (p. 30),  “due città sconfinate nel mare degli occhi” (p. 67), “morbidi seni poi turgidi/eretti a dismisura” (p. 74), visione di “turgidi” “seni verso il mio corpo” (p. 88);  sono le notti e i giorni di gemiti straripanti (p. 37) – facendo seguito a una intonazione carnale che proviene anche dal medioevo. Non che la poesia delle corti,  per il fatto d’esser tale, non comprendesse anche il corpo. Lo intendeva, e in molti casi, in qualche modo, vi mirava.

Mauro Ferrari, nella postfazione, avveduto del valore di questi versi, scrive che Galvagni è decisamente ispirato dalle radici della poesia occidentale, ripercorrendola tutta, compresa la tradizione cortese del medioevo; aggiungerei che ciò rischierebbe, se fosse l’unico carattere, di collocarlo fuori tempo, decisamente e da molti punti di vista. Ma intanto, mi sembra sia vero.

Tuttavia, oltre a concordare sullo spirito di tale collocazione, direi che c’è dell’altro, che non sfugge a Ferrari, quando egli accenna al “repertorio lirico-erotico” di questo poeta: qualcosa dei suoi versi lo rende modernamente antico, scrive Ferrari. È che,  a mio avviso, la poesia di Galvagni arieggia qualcosa di sudamericano, certo con meno scaltrezza, per quanto possa servire il mestiere a conseguire la dimensione nella poesia, ma guadagnando per la via della freschezza d’ispirazione. Egli stesso, Galvagni, lo suggerisce, quando precisa che, oltre a una decina di composizioni riprese da altre sillogi, e che anche a mio parere stanno benissimo anche in questa, tutte le altre (non poche: una sessantina, e ben corpose) sono state scritte “in due mesi esatti: dall’ 8 aprile all’8 giugno 2019” (p. 89).

Poesia d’ispirazione e di forza, dunque.

Per via della straripante presenza femminile, fisica e sensuale ma insieme e di continuo sconfinante nell’atmosfera dell’immaginario, la poesia di Marco Galvagni risente anche della poesia latino-americana, che presumo  l’autore  conosca.

Come in Neruda, in qualche diverso modo, in  questi versi prospera e fiorisce l’aggettivazione che disloca in maniera felice e generosa i sensi dei sostantivi usati.

Sono sue, di Neruda come di Galvagni, le esclamazioni, le enfasi per niente enfatiche, ma al tono giusto: “Ah mia mesta chimera…” (p. 29), “Ah lievi, pazze coppe agili… /Ah sapori, palpebre d’ala viva… /Ah cosce snelle di miele svestite” (p. 70).

Galvagni è quindi poeta greco, lirico e dionisiaco, o anche un poeta cortese del medioevo, che è nato nel Novecento e scrive nel ventunesimo secolo.

È mai esistita questa sua donna? Mi sembra dubbio, mi pare certo.

Mi sembra molto dubbio: per via dei riferimenti vaghi e molteplici, che rendono di volta in volta le molte dell’uno, l’universale femminile, più che la singolarità dell’esperienza in esistenza. A meno che non ci si riferisca a quella davvero  nominata, la donna-origine. Ma non credo che basterebbe.

É certo, nel senso che, per questo dolcissimo e assai tormentato poeta, la figura femminile è il ricettacolo di tutto il desiderio, senza residui.  E, al contempo, non è tanto detto ma s’intuisce, di tutta la pena d’esistere;  lei, al tempo stesso grande sorgente, dannazione e figura consolatrice.

Carlo Di Legge

Le tue mani di pioggia

Alba senza ritorno fra membra assopite

riflesso simmetrico di donna fulva,

le iridi ramate di donna leggiadra

la chioma fluente del grano

le amorevoli mani e i seni aguzzi

non vincono la iattura d’amarti.

Fai parte dell’eco

delle crepe dello specchio

della stanza e della città.

Ci siamo divisi in due parti

la tua l’avevi votata a me-

la mia te la consacrai.

Le tue mani di pioggia su occhi bramosi,

fioritura feconda,

passeggiavo per radure dove una coppia si baciava-

eravamo io e l’angelo profumato.

Cirri di sereno, torpide primavere,

estati dalla gonna rialzata.

In un mattino di sughero

lei ha arrestato la corsa

in un campo di girasoli.

Tutto ciò che ho voluto

è stata un’armatura prescelta fra le macerie

dell’aurora più cesellata.

Saggio critico su Vit(amor)te di Valeria Bianchi Mian, Miraggi Edizioni, 2020.

Ha buon gioco Giordano Berti nello scrivere nella prefazione che “c’è davvero tanta alchimia in queste poesie nelle quali fanno capolino draghi e teschi, madri armate di spade e figlie disarmanti, vermi e farfalle…” Ma è davvero alchimia o non è più veritiero interpretare tutte queste figure come simboli della tangenza fra universo interiore e mondo esteriore di Valeria Bianchi Mian che, esprimendosi con versi che sono pura poesia, come sempre va a finire in tali casi si fa osmosi?

Partendo da questo presupposto si può tranquillamente affermare come quella di Vit(amor)te di Valeria Bianchi Mian sia una poesia dalla quale si evince prima di tutto la grandiosa preparazione culturale dell’autrice e poi, soprattutto, la sua predisposizione analitica forgiata in una ventennale esperienza in quanto scandaglia i recessi della psiche umana esprimendosi costantemente in versi lineari e levigati in cui non mancano, anche se a una prima occhiata potrebbero sfuggire, pregnanti metafore e immagini che dischiudono la luce sull’interiorità della scrittrice per mezzo di una sorta di lente d’ingrandimento. E’ per questo motivo che i concetti espressi vengono indirizzati con maestria dall’astrazione più assoluta alla tangibilità e si materializzano linearmente in modo concreto.

Il significato del titolo del libro di Valeria Bianchi Mian viene spiegato nella poesia Il Corvo a pag. 49: con amor(t)e non s’intende spiegare altro che il matrimonio è la tomba dell’amore.

Una poesia importante da segnalare è poco dopo, a pag. 57, perché esprime la paura d’invecchiare dell’autrice; poesia in cui Valeria Bianchi Mian pensa al suo futuro temendo l’aspetto esteriore che avrà esprimendosi in versi molto taglienti come “una che un giorno avrà le caviglie gonfie”, “le borse della spesa agli occhi”, “le rughe spesse.”

Una poesia assolutamente non aulica né classicheggiante bensì dai canoni postmoderni, limata, levigata che senza farlo apparire ci parla della quotidianità riflettendosi nel mondo esterno senza idealizzarlo ma criticandolo e lo fa con sopraffina intelligenza facendone scaturire versi di pura poesia.

Valeria Bianchi Mian intende trascendere il neoclassicismo ma non la poesia contemporanea esprimendosi a volte in termini aperti e schietti, senza però essere mai volgare ma piuttosto riflettendo nei suoi scritti quel materialismo che la fa da padrone nell’attualità.

Marco Galvagni