Un albero di luna

I tuoi piedi di velluto nell’ombra,

le tua mani nella luce

guidano il volo d’aquila reale,

volteggia in un cielo d’innocenza-

tra la rugiada dei fili d’erba

le mie labbra conobbero il fuoco.

Porgendoti la mano incrociai i tuoi occhi nocciola

che mi stanno scalfendo l’anima nei sogni

in un palpitare d’immagini colorate.

Non importa per te che hai occhi non nati:

quando aprirò il libro d’acciaio del secolo d’oro

isserò bandiera di te, stella prigioniera.

Dal blu della volta celeste

m’avvicino ai raggi dorati della tua chioma,

terra di grano nata dal sole.

Si prepara il confine di notti scarlatte

nella mia anima rosso ciliegio

e accende pietre e ciottoli levigati.

Perché cresce l’onda del mio cuore

facendosi pane

e che la bocca lo divori-

il mio sangue è vino che suggi.

Il fuoco è l’amore rupestre che c’infiamma.

Io e te siamo un albero stellato di luna.

Il grande inganno

Tu mi racconterai

del grande inganno,

di come cala la nebbia

sulle sterpaglie dei sentimenti,

di come ti prendesti

gioco di me eludendomi,

di come forse sognasti

una nuova aurora senza desiderarla

e di come ponesti le orme

nel mio sentiero

senza respirarne il profumo di vita.

Ora, mia dolcissima amica,

ambisco solo che l’intricato nodo

della matassa dei miei desideri

si sciolga per sempre,

immaginando un’alba dorata di sole

allietata da un cinguettio di merli

illuminata dal sorriso di lei.

Il mio cielo

Il mio cielo è un reticolo colmo di fameliche aquile.

Nell’ocra crepuscolo è una nuvola di pane raffermo.

I sui colori sono figli del vento,

identici all’anelito alle tue forme sinuose.

Hai labbra di velluto ed occhi di quarzo-

fai vivere in me infinite, ovattate visioni di sogni.

Nell’orbita delle stelle brilla uno spicchio di luna.

Notti di stelle silenziose, delle tue ciglia asciutte

come, nel rosa del dì, in ogni sentiero ornato di glicini.

In te il sogno è ogni giorno:

sei come la brina in un campo di corolle-

penetri l’orizzonte con l’indelebile presenza.

Hai acceso il mio cuore con una lampada,

quella delle mie orbite ti fa rosei i piedi di velluto.

Fanciulla giunta da distanze siderali,

i tuoi occhi nocciola sfavillano fra gli astri.

Monsoni stanchi passano sopra al mio cuore,

dai sepolcri si son tramutate le tue origini.

Bimba con le spighe dorate dei capelli,

sei colei che soffia di brezza marina illuminando le foglie,

profumata di petali di rose.

E’ ora di percorrere altra via, in cui lei s’apra in un canto.

Ah seguire la strada che s’avvicina alla sua anima candida

con i suoi occhi aperti fra la rugiada.

Il giorno dei ciliegi

Giorno che s’innalza

con un’ala nell’alba

a te lo consacro;

giorno nato azzurro

nell’immobilità dei pioppi,

infinitesimi insetti sulla riva d’una foglia.

Giorno rosato prima d’immergermi

nelle stelle opaline del lago della notte.

Per te, amore, il giorno dei ciliegi.

E’ un palpito dorato

volando sulle onde d’un mare blu-

tocca spiagge abbacinanti.

Prendi questo giorno come una corolla d’acqua,

bevila con gli occhi,

spargi nel tuo sangue sì che t’infiammi

la medesima luce che c’illumina-

volo d’una freccia acuminata

fra cielo e terra.

Lo offro alle tue mani e ai capelli

come una rosa rara

perché ne faccia il tuo abito d’argento.

Coprimi nei tessuti stellati,

in quei campi con palpebre di ciglia asciutte.

Mi assopirò dopo di te suonando note audaci.

Fata turchina

Né il cuore è più spezzato da una lama

in prati brinati di spine,

in un bosco vuoto come i bicchieri nell’aurora

perle d’acqua sgocciolano melodie d’amore,

il braccio si stringe alla tua cintola,

due mari nocciola nei tuoi occhi marroni.

Passi con coppe d’argento e ciglia asciutte

fata turchina dischiuso fiore,

aria che scende come un ruscello a valle,

sole splendente un po’ collerica,

impronta d’acqua ribelle che scivola

in un tappeto d’erba dove sei rosa selvatica.

La luna in strade sbiadite da luci gelate,

le solco raccogliendo giornali dai quali fuoriesce

                                                               la tua fotografia,

i cui titoli sono i sottili pensieri di canto della voce lieta,

la mattina m’intrufolo tra le lenzuola col soriano,

m’alzo, osservo la barba ispida fra le crepe dello specchio

                                                   poi gli racconto del tuo sorriso. 

Germinerà e sortirà all’azzurro

ancor più il tempo dell’amore!

Si scardinerà il destino,

il silenzio della notte fermo ad ascoltare

dalla vista di Venere al primo bacio di raggi,

avviluppata fra le lenzuola, madida, sussultante in fremiti.

Saggio critico su Non è colpa mia, Golem Edizioni 2018, Valeria Bianchi Mian.

Non è colpa mia di Valeria Bianchi Mian è un romanzo ambientato a Torino le cui storie intersecate, un assemblaggio di discorsi e pensieri dei personaggi che fanno da contorno alla vicenda principale di Arturo Colzi, poi deceduto nel febbraio 2020 gettandosi nelle acque del fiume Po e suo figlio Riccardo, omosessuale, s’intersecano in maniera analitica. Riccardo Colzi è una figura debole ed Elisabetta Rospelli in Colzi, seconda moglie di Arturo, capisce benissimo che nella cioccolatteria del marito ci sono dei problemi dati sicuramente “dalla sua inefficienza, dalla sua mancanza di prospettive e da una sorta di disabilità gestionale.”

Arturo è un imprenditore, settantenne, padre oltre che di Riccardo anche di Stefania, deceduta per tumore fulminante come la sua prima moglie, la contessa Siccardi. Proprietario di una cioccolatteria possiede  personalità eccentrica e spirito solare inconfondibile. Assiduo presenzialista alle manifestazioni culturali del capoluogo piemontese dagli anni ottanta sino a poco tempo fa, amava circondarsi di belle donne tanto da guadagnarsi il soprannome di “dongiovanni della città” ed al mattino sfrecciare sotto i portici di Via Po con uno dei primissimi modelli di monowheel. Un carattere piuttosto snob.

All’aggraziata Aisha è dedicata una bellissima poesia (Nell’anima, se fosse poesia) a pagg. 156/157 che possiede versi intensi come “L’incanto è quello del tutto e del niente”, “Donna lo è per gioco, invece è ragazzina/ed è la stessa farfalla che ballava prima” sino alla  notevole chiusa “Ballavi fino al mattino che non c’è/ballavi fino a morire in onore del Re.” Aisha, la “stella stellina ballerina” che brilla e che balla con “un abito fatto di veli color perla e verde acqua.” Dedita al Cristianesimo è molto religiosa nonostante sia figlia di un musulmano, Mohamed Aasim.

Cinzia Trapani, madre di Aisha, avuta dal seme di Mohamed, aitante pusher tunisino, è una figura dolce e debole, segnata dall’abuso di sostanze “in un abbraccio soffocante durato tre anni.” Poi un amore “o forse solo un simulacro travestito da infermiere” l’aveva accompagnata al Ser.T facendole intravedere “un barlume di coscienza.”Ma la stessa Cinzia aveva continuato alternandosi fra cocaina, eroina, alcool ed hashish, “ con la faccenda di Aisha cucita nel cervello e seppellita nel cuore.”

Elisabetta Rospelli in Colzi, quarant’anni di figura statuaria, sua moglie da tredici anni, più giovane di lui di tredici anni, è una sgualdrina, amante del sesso in ogni forma, persino in chat dove si mostra nuda e fa masturbare uomini attempati e col ventre flaccido.

Il francese Raphael, dall’ex fidanzato molto muscoloso e che quindi incute timore a Riccardo, è l’uomo parigino di cui lui è innamorato. Da anni Riccardo è iscritto anche a Grindr, la più famosa piattaforma web di uomini che amano gli uomini ma non è quasi mai connesso. Raphael è mulatto (“nero fuori e dorato come il sole dentro l’anima”) e la malinconia può essere la causa principale della resistenza affettiva da parte del suo amore.

Causa precipua di molti avvenimenti sono i soldi, il bene ma soprattutto il male insito nelle umane vicende, come quelli che Arturo dà a Maskim per pagare la casa e a Cinzia Trapani per acquistare sostanze stupefacenti.

Anche un argomento come il sesso viene trattato in modo diretto, senza peraltro mai trascendere assolutamente in volgarità. Con una modalità eticamente ineccepibile.

I pensieri ma soprattutto i discorsi e le azioni di questi personaggi sono intrecciati in capitoli brevi (scelta ottima) sino a trascinare il lettore a pag. 214, la fine del libro. Si delineano ritratti dosati e scandagliati psicologicamente come solo una brava autrice e psicoterapeuta qual’è Valeria Bianchi Mian è in grado di fare.

Una storia in cui, alla resa dei conti, come si evince dal titolo stesso, la colpa dei pensieri e soprattutto degli agiti delle varie figure narrate non è di nessuno.

Mi permetto di dissentire dalla pagina di postfazione del Dott. Alessandro Bonansea.

Scrive come tutti i personaggi descritti abbiano un carattere forte. Non è assolutamente come da lui evidenziato (dalla “principessina” Cinzia Trapani, dedita all’abuso di sostanze al “principe” Davide, morto per overdose, per non parlare dei lati deboli dei personaggi principali. Ad esempio Riccardo Colzi per il quale “gli unici momenti in cui si sente a proprio agio è quando si trova da solo.” Non posso essere d’accordo neanche sul fatto che Valeria Bianchi Mian, nota autrice e psicoterapeuta, abbia problemi nell’intessere una trama in cui viene sottolineato “il rilievo del trattare a livello narrativo un argomento scomodo come la psicopatologia.”

Una scrittura emblematica per la sua rilegatura, perlopiù retroattiva, dalla cifra e dal registro stilistici di notevole spessore, omogenei, originali, anticonformistici (in antitesi coi canoni tradizionali) e che non hanno cadute di tono. Un dettato chiaro e preciso, simbolo rivelatore d’un mondo fantastico con misurata magia ma anche crudo, in un tono confidenziale e brillante che cerca negli anfratti della psiche (secondo l’orientamento junghiano) il riflesso del proprio cammino.

Marco Galvagni

Dea di luna

Fuggii come un marinaio

dal diario dei pensieri

d’un vascello dorato

rinunciando per te, amore mio,

a porti con mille labbra da baciare

ricevendo missive affrancate con filigrana straniera.

Perché è la tua ora, dea di luna,

ora dell’odor di nardo

fuoriuscito da un giardino di roseti.

Di rado cade pioggia,

timida come crepe di specchi,

il cielo è fisso come un vetro.

In te nasce e si ordina

il tempo dell’amore,

con tentacoli di medusa

tocco i focolai del corpo:

la pelle di rame, miele,

fino a suggere sudore celeste.

Lambisco gli alberi d’oro

che caddero nel mio fiume,

germina il desiderio,

volendoti porre al collo di panna

una corona intrecciata d’alloro

corro al letto nel giglio vespertino.

Ape regina

Ape regina del mio regno

sei ebbra di miele e ronzii.

Io sono il suono senza timbro,

la parola senza eco

e nel mio giardino selvatico

sei l’unico profumo di rose.

Galleggi sotto i riflessi del firmamento

con occhi oceanici e bocca di fragola.

La tua chioma frumento fluttua nella brezza marina,

ondeggiano ogni aurora capelli d’oro.

Le coppe d’argento del desiderio sono conchiglie

e fra le cosce la farfalla brunita.

Ape regina,

ronzi nella mia anima vibrante e silenziosa

come antiche stimmate di sangue

rappreso nelle mie mani:

sono il secolo d’amore che muore e rinasce,

splenderà di sole come le pagliuzze dorate.

Ogni raggio è una lama di miele.

Perché sei il giogo, la schiavitù, la libertà,

la carne infuocata nei gelidi inverni,

la mia isola, la mia patria.

Perché sei inaccessibile nel momento medesimo

in cui afferro le tue natiche e colgo il fiore nudo.

Amami

Ebbra di spuma agile e leggera,

i miei baci percorrono i tuoi lineamenti

e t’accendono in notti azzurrate dai riflessi delle stelle,

risonanza prigioniera come un vaso di creta.

Le foglie cadono dagli aceri,

cadono e muoiono gli uccelli ma tu voli, colomba innamorata.

Vieni, vieni come un usignolo nel sottobosco,

desiderami, fammi vibrare come schiuma nella salsedine.

Ah, mia mesta chimera o mia profumata ghirlanda:

la vita sancirà il nostro solcare un’onda

che s’innalzerà sino ad essere, dea,

due anime gemelle in un futuro di magia.

Fiamma di luce,

liberami da questo cielo cupo che incalza ed annienta.

La scintilla dei tuoi occhi ramati

mi sommergerà nel tuo nido di vertigine e carezze.

Amami.

Chino ai tuoi piedi di velluto ti grido: “amami!”

Passiamo ore di fuoco

in notti pregne di astri e gabbiani.

L’eco della tua voce musicale arde nel vento,

la mia è infranta ed urla:

amami, desiderami come la prima schermaglia di labbra.

Perché con te ogni crepuscolo è il preludio ad una pioggia verde di baci.

Saggio critico su Campionature di fragilità (La Vita Felice, Milano 2015). Il senso della poesia di Melania Panico.

Melania Panico, nata a Napoli il 31 ottobre 1985 e attualmente residente a S. Anastasia, laureata in Filologia moderna, in Campionature di fragilità, prefazione di Davide Rondoni, sua prima silloge  (La Vita Felice- Milano 2015) dimostra come nella poesia non sia sufficiente possedere una naturale predisposizione ma come questa vada ammaestrata attraverso un lavoro filologico. Ecco allora che per un modo comune di fare poesia, per cui la parola nomina i sentimenti e i connotati dell’anima, Melania compie un lavoro unico nella sua originalità andando a reinventare il mondo attraverso le sue caratteristiche più tangibili per esprimere mediante queste il proprio universo sentimentale, sicuramente sofferente al di là della sua radiosa apparenza (sorrisi…custoditi sulla bocca dello stomaco, corpo devastato dai silenzi, il silenzio tra noi/ è un manto di parole/ distese ad asciugare).
Melania Panico si esprime mediante uno stile personalissimo e particolareggiato, con versi la cui peculiarità, nella maggioranza della raccolta, non è l’universo simbolico ( se per simbolismo s’intende quello tradizionale che si rifà alla tradizione francese di Baudelaire, Mallarmè, Verlaine e Rimbaud).
Bensì d’esprimere i propri sentimenti attraverso poesie che trovino il proprio senso in un dettato espressivo la cui peculiarità è duplice: giustapposizione all’interno del singolo verso, dove è il verbo l’elemento di demarcazione, nonchè nel susseguirsi dei versi stessi.

Ci sono sorrisi tenuti da parte
custoditi sulla bocca dello stomaco
brillano di luce propria

e poi ancora:

Mettere via l’odore della storia
lungo mete di tempo andante
i fiumi dei bar accovacciati

Dal già citato universo sentimentale di sofferenza intriso, scaturisce una poesia che riporto, una poesia in cui l’elemento semantico di rottura è il verso che meglio esprime il pessimismo in maniera lirica (questa volta anche simbolicamente). Esattamente il numero 12, “Non c’è estate.”

Il corpo devastato dai silenzi
la voce slegata
lei urla sempre a tempo
lascia sul pavimento
capelli sparpagliati
e non appigli
ha colore di pietra
dice ricominciamo
all’erta a brandire l’arma del suo sì
è un momento sbagliato, dice
è un tunnel da cui non voglio uscire.
Non c’è estate,
forse questa volta ha ripetuto
l’estasi di sbieco
con la bocca serrata non fa paura.
Il frutto della quiete
è in alto, offeso
dal lato serrato del giorno.
Sembrava perfetto
senza veli
e con le mani rarefatte.

Per comprendere meglio il titolo della raccolta di Melania, bisogna risalire all’origine lessicale del termine “campionature” che definisce appunto queste poesie. Campionatura non è altro che un’operazione propria del campionare, mentre campionare significa esattamente scegliere, prelevare campioni.
La filologa Melania Panico non poteva cogliere in maniera migliore il titolo da attribuire a questo libro, avendo lei scelto poesie esemplificative di questa fragilità, in cui esprimersi con una vena poetica che non ha cadute di tono, anzi trova altissimi passaggi, oltre a quelli già citati:

Non so come interpretare
questo abbaiare
di cani
in lontananza
rumore sordo
di macchine
la luce artificiale
della notte.
Non so qual è il verso
giusto
del foglio
il colore acceso
del corpo
non so se chiamare amico
il tempo.

Alla luce di quanto successo
poco fa stendersi su una scrivania intarsiata
le ombre fanno patti di sangue con le dita.
Decidi: è la danza della parola
o il tenero appartarsi
degli argomenti
davanti al bianco del foglio
a impostare il sacrificio del giorno?
L’inverno è un lungo ritrarsi degli occhi.

Il silenzio tra noi
è un manto di parole diverse
distese ad asciugare:
il vento porta via l’umidità
e ci ridà l’imbrattamento.
Tenera carne la mia
si spacca al sole
rinchiusa qui
con i rintocchi dei pranzi
a limitare i movimenti
cosa avrò in cambio del cumulo
tranquillo di resti?
Una luce passeggera
dilata lo spazio senza poesia
mentre segno passi antichi
sul viso incorniciato, perlaceo.

Ed ecco allora che se la luce appartenente allo spazio e al tempo senza poesia non può essere che passeggera, visto il grande amore di Melania per questa materia, nascono i grandi versi sulla poesia medesima:

Non qui
nè altrove
ho voluto seminare ciglia
per avere in cambio
una nuova visione delle cose
fibre consensi ossessioni
carte bianche trascritte
io non so spiegare la poesia
un gatto silenzioso
entra nella stanza
la luce non disdegna
i passi
lo sento che gratta piano
contro la porta
i suoni sanno tenere testa al tempo.

In Melania Panico “l’ora da lasciare/ a riposo” quando “invecchia al guinzaglio/ la bellezza,” diventa la non scelta di non trovarsi in un determinato luogo resa semplicemente col verso “i passi come brina fumante.”
In settembre per l’autrice “piove un’aria di miele ed aghi.”

In una poetica magnificata per il valore intrinseco soprattutto filologico, ecco spuntare nel finale una poesia in cui Melania Panico riesce ad abbinare il proprio amore per la poesia e le proprie competenze semantiche ad una riserva simbolica di spessore. Ed ecco allora che i poeti diventano le navi che “dovrebbero seguire il loro destino lieve/ appoggiarsi come a un’idea”, accontentarsi d’uno squarcio di luce, delle proprie poesie contenute nelle bacheche pensili mentre il passaggio ad alto livello è semplicemente costituito dalla possibilità di raggiungere il posto che spetta ai parolieri.

Dovrebbero pentirsi le navi
di oltraggiare il porto
dovrebbero seguire il loro destino lieve
appoggiarsi come a un’idea.
L’isola è troppo distante, segnata
non si tocca con mano
finisce così il grigio
il ponte senza giunture
il nostro tempo fragile.
Lascia sulla porta le mani
senza impronte di riserva a contenersi
la via è sentiero senza ascolto
uno squarcio con luce.
Ecco l’itinerario di ricostruzione
del buon tempo
quello affisso alle bacheche pensili
il futuro allineato sugli specchi
canto sedimentato da sobri
nelle fenditure delle cortecce
litania che trova spazio, si dà posto.
Si può incidere nei muri
la storia semplice
eppure il posto che spetta ai parolieri
è il guado incontrovertibile
arginato, arreso.

Marco Galvagni