Recensione a Miosotide, Maria Teresa Liuzzo, A.G.A.R. Editrice 2009.

Miosotide è un notevole libro di poesie della poetessa di caratura e di spessore della poetessa di Reggio Calabria Maria Teresa Liuzzo.

Le liriche di tono amoroso che lo compongono, in cui l’autrice vede l’amato come “piuma delle mie pupille,” hanno un carattere e una denotazione più metafisica che tangibile. S’avvicinano alla poesia orientale di Mira Bai ed anche di Li Po possedendo una levità, un distacco dalla soggettività, una ritualità che però non sconfinano mai nel tono impersonale. L’amore, in Miosotide, cerca ciò ch’è interiorizzato lanciando un’aerea rete di aneliti: è la sintesi superba di amante e amato.

Vi si riscontrano vaghe reminiscenze tagoriane, grande Premio Nobel bengalese nel 1913 ( a soli cinquantadue anni, il più giovane della storia della letteratura) perché l’io narrante si distacca dallo spirito per compenetrare l’anima dell’amato. C’è comunque, a tratti, passione, fervore e desiderio, appellativi inscindibili dall’oggetto-amore. Ma è una poesia che non possiede niente, ad esempio, del fuoco e dei baci del Premio Nobel il 10 dicembre 1971 Pablo Neruda. Vi si versifica, al contrario, d’un sentimento etereo, alto e complesso tra la sofferenza, la gioia e i palpiti.

Un amore che ci insegna a riempire il vuoto che sentiamo, scrive il mistero sull’infinito e desta immagini e visioni cromate ma possederle è arduo, veleggiano nell’aria, sono inafferrabili. Amore colto in una teofonia, una visione solare. Le immagini entrano l’una nell’altra in una melodia continua e progressiva, un alfabeto di grafemi tracciati con sapienza, suonando con note audaci la fisarmonica di versi che compongono poesie tutte dal registro stilistico senza sbavature. Le visioni si ispessiscono e diventano più forti quando, nelle poesie ben levigate che compongono Miosotide, sono i simboli dell’universo esterno a creare un viatico verso l’interiorità della poetessa, una lente d’ingrandimento sul suo mondo composto di sentimenti ed aneliti. Soprattutto quando questa tangenza si fa emblema rivelatore del suo mondo più reale che onirico in un dolce connubio fra universo e substrato animico.

Un libro, Miosotide, che ha altissime valenze poetiche.

Tutte le liriche sono di assoluto valore ma alcuni versi sono pura poesia. Solo per citare gli esempi più rilevanti:

a pag. 28 “la viltà della prudenza/che si nasconde/in una piuma d’ombra…”

Poi “Oceani di giunchi” sono i pensieri che scorrono.

A pag. 34 la chiusa “forse ti troverò/dove siepi fiorite accarezzavo.”

La rilevante e sofferta “Un pensiero lontano mi raggiunge,” a pag. 43, intensa in ogni sfaccettatura e che dimostra una mirabile capacità espressiva nonché ricchezza semiotica.

A pag. 46 “e tu dentro di me/fai scorrere i giorni/del futuro.”

A pag. 77 “Diventa lo scriba/che incide con lo stilo/la leggenda degli amanti”

A pag. 82 “E, poi, sei cielo/che inventa/i suoi colori/ed invidia il verde/dei miei prati”

A pag. 84 “precipitiamo/come stelle d’ombra”

A pag. 90 “il papavero/che ha sottili petali/ma anima di fuoco”

A pag. 99 “fiori/che lanciano i colori/dentro gli occhi”

A pag. 104 “e le fa ciglia ed occhi/che disegnano fantasie”

A pag. 113 scrivendo dell’amore “s’insediò nell’anima e fiorì/come rosa nel deserto.”

A pag. 117 “penetri in me/e mi porti le stelle/dentro il petto e fiori/di luci e di galassie”

A pag. 118 la chiusa “…mi sfogli,/come il vento/le pagine di un libro.”

A pag. 125 “La morte ci sfiora e noi siamo/farfalle e fiori nei suoi occhi/e il suo sguardo ali e petali”

Da segnalare, infine, il parere molto favorevole su Miosotide di Giorgio Barberi Squarotti che, in una lettera del 25 ottobre 2008, esordiva scrivendo: “Cara e gentile Signora, mi congratulo vivamente con Lei per il grandioso e ricchissimo volume di poesia e di critica.” E concludeva: “Grazie del dono.”

Marco Galvagni

Note biografiche

Marco Galvagni (Milano, 1967) è poeta, saggista e critico letterario.

Ha pubblicato sinora quindici raccolte di poesia: Nel labirinto (Montedit, Melegnano 2001), L’arcobaleno, ivi 2002, Nel germoglio vergine, ivi 2003 (Premio Nazionale Falesia, Piombino 2004), Il gomitolo dei sogni (ilmiolibro, 2010), Profumo di vita (CTL, Livorno 2016), Gocce di stelle, ivi 2018, I sottili pensieri di canto, ivi 2019, Dieci dolcezze (Puntoacapo Editrice, Savona 2020), Un’orchidea selvaggia (Transeuropa, Massa Carrara 2020), Le note dell’anima, ivi 2020, Luce d’aurora (Eretica Edizioni, Salerno) 2021, Sogno d’amore, ivi 2022, Un amore assoluto, ivi 2023, I sottili pensieri di canto II, ivi 2024. Nel 2024 ha pubblicato anche Imbuto d’ombre (Campanotto Editore).

Ha effettuato diversi reading, tra i quali i più rilevanti sono quelli che si sono svolti a Casa Merini e quello tenutosi al Teatro Filodrammatici di Milano con Giuseppe Conte e Tomaso Kemeny, tutti nel 2016.

E’ stato segnalato a soli 15 anni nel Premio Internazionale Mosè Bianchi (MI) 1982. Ha ricevuto molti riconoscimenti in Premi Nazionali sia per l’edito che per l’inedito e lusinghieri apprezzamenti da parte di poeti di assoluto rilievo, in particolare da Giuseppe Conte.

Dieci sue poesie sono state pubblicate dalla rivista mensile nazionale Poesia, altre dalla rivista Liburni Arte e Cultura e dai blog letterari Riverso, Poesie Aeree e Alessandria Today. Suoi contributi critici sono presenti sulla rivista letteraria artistica Internazionale Le Muse (RC) e nel blog letterario Semi di Inchiostro (https://www.semidiinchiostro.com)

Il suo primo romanzo inedito s’intitola Castelli di sabbia.

Ora ha iniziato un altro romanzo dal titolo Fantasie cromatiche.

Sito web: www.marcogalvagni.org

Dieci dolcezze di Marco Galvagni (Milano, 1967).

Un poeta decisamente anomalo nel nostro panorama letterario, ora da gennaio 2020 nella “collezione letteraria” di puntoacapo editrice.

Più che un milanese,  Galvagni sembra piuttosto un latino, o un portatore di colori e di luce  mediterranea. In lui spira  l’aria del mare, della libera natura. Egli è un sudamericano nato a Milano. Anche quando parla di Torino, vi porta “la canzone delle alghe” sotto “drappi d’astri” e avverte un femminile di “semplicità oceanica, … polvere impalpabile nell’edera del crepuscolo”, con “gemiti incessanti del fiore brunito” (p. 75). Di Mosca, ha fede che possa laggiù “trovare la patria del mio cuore… amando il mio viaggio felice” (p. 59).

La poesia iniziale che onora il padre, nient’affatto banale ma triste ed alta (p. 9): “su quei greti ci trovavamo,/padre,/ed era l’acuto silenzio/delle nostre illusioni,/la genesi/delle nostre buone intenzioni.”

Poi, due liriche sul poeta e sulla poesia (pp. 13-14), “siamo io e te, foglio/che mi sfidi… Il vaso di creta dei ricordi/annega di dolore il calamaio,/… scacciando i fantasmi della solitudine”.

Quindi il canzoniere, cioè quell’insieme – stilisticamente compatto – di poesie per la donna: non ho affatto intenzione di esaurire gli argomenti del libro con queste citazioni, ché non sarebbe possibile. Giusto l’essenziale, lasciando al lettore il piacere della scoperta.

Il tema della poesia di Galvagni è uno soltanto: la donna.

Il riferimento dei pochi dati di realtà non è a una sola donna, o almeno così sembra, ma all’universo femminile, a partire da una ragazza “reale” ma appartenente al trascorso, di cui si fornisce financo il nome, “conosciuta a 16 anni” (pp. 17 e 18), con cui l’amore fu “seminato con un possente aratro/in campi di stelle”.

E da lei parte la prodigiosa, variopinta, vitale e immaginifica figura della donna-natura, già dalla prima sezione, figura che si moltiplica, e diviene molte donne. Tutte. Forse troppe?

I suoi capelli sono corvini e onice (pp. 49, 60, 63, 72) o neri (p. 86) o corvini sono i suoi tratti (p. 83, 87; oppure biondi e d’oro o d’ambra (pp. 21, 22, 27, 28, 39, 59).

Gli occhi sono neri (pp.  72, 79, 88) o con “pagliuzze nere” (p. 81), oppure ramati o di quarzo (pp. 22, 32, 33, 35, 42, 65, 74) o nocciola (p. 22, 23, 27, 38),  eppure “non nati” (p. 39). Lo sguardo, di cerbiatta (p. 25).

La lirica cortese di Galvagni si dà connotati sensuali e anche di realtà. Nello stesso tempo, la donna è l’oggetto del desiderio che, come tale, non viene mai raggiunto.

Anche se fossi dentro di te, non ti avrei: “perché sei inaccessibile nel momento medesimo/in cui afferro le tue natiche e colgo il fiore nudo” (p. 28). Dal tu al lei, si passa nella stessa poesia.

D’altro canto, si guarda a lei come dall’alto si guarda la terra: lei è “Bella come il mondo da una mongolfiera” (p. 87). Ti guardo come se ti possedessi, ma solo in certo senso, di lontano. E dunque, sempre, a partire da una separazione: “La mia bocca d’esilio vorrebbe mordere la tua carne” (p. 68).

Con tutto ciò, in quanto forse mai attinta, o forse appunto per questo, resta che la donna è la speranza di salvarsi la vita. La donna è la terra promessa. Troppo spesso la speranza crolla, a contatto con la realtà di ogni giorno: la poesia di Marco Galvagni rammenta il valore del sogno, parola che dal canto suo innumerevoli  volte ricorre nei versi.

Sembra che il cielo stellato, così ricorrente, sia il cielo dell’immaginario e del sogno, che riacquista tutta la sua potenza, come polo e scaturigine delle immagini che offrono senso e forza al cammino.

La donna è desiderio di unità nel due, “nel dolce sogno d’una vita comune” (p. 40). D’essere condotto “per mano”, “verso una vita felice,/verso l’inferriata/che mi divide da me stesso” (p. 49); o anche, le si dice, “verso una vita lieta,/divelgi l’inferriata che mi divide/dal tuo sorriso che tutto occulta” (p. 53); colei con cui già (s’immagina) “Viviamo in un solo zampillio,/apparteniamo al porto più felice”, mentre “più oltre tutto è macerie” (p. 66).

La donna è desiderio, amore d’amore, da parte del poeta, desiderio d’essere desiderato (pp. 29, 61) e amato (pp. 29, 79).

Rimedio sicuro alla solitudine, più volte menzionata (pp. 36, 43, 44, 71) è in grado di sondare “la mia mente penetrando nell’anima” (p. 65).

Tanta ingenuità, se si assume il termine nel senso più nobile ed elevato, tanta laica e pur religiosa fede, meritano attenzione  e lasciano pensare.

Certamente il riferimento è alla lirica d’amore, dai primi tempi dell’Occidente, inclusa una componente dionisiaca: “ballerò con le stelle una danza,/onda su onda la rugiada dei prati su cui ci rotoliamo/feriti d’amore dagli aghi di pino” (p. 31).

Certamente, è vero, la poesia di Galvagni trova un riferimento nella lirica cortese. Non proprio Dante: difatti, egli (per quanto di cortese in lui ricorra, e senza dimenticare le differenze) non menzionò mai i particolari del corpo dell’amata, se non nel senso di sublimarli o riferirli a una sfera superiore, come la menzione della bocca sta alla parola che edifica o al volto o al sorriso – in Galvagni invece compaiono, con chiaro riferimento erotico, le cosce bianche e snelle (p. 27), la farfalla oscura o il fiore brunito (pp. 28, 69), i seni “coppe d’argento del desiderio” (p. 28), tra cui “l’universo incolore/assume la forma delle fiamme” (p. 30),  “due città sconfinate nel mare degli occhi” (p. 67), “morbidi seni poi turgidi/eretti a dismisura” (p. 74), visione di “turgidi” “seni verso il mio corpo” (p. 88);  sono le notti e i giorni di gemiti straripanti (p. 37) – facendo seguito a una intonazione carnale che proviene anche dal medioevo. Non che la poesia delle corti,  per il fatto d’esser tale, non comprendesse anche il corpo. Lo intendeva, e in molti casi, in qualche modo, vi mirava.

Mauro Ferrari, nella postfazione, avveduto del valore di questi versi, scrive che Galvagni è decisamente ispirato dalle radici della poesia occidentale, ripercorrendola tutta, compresa la tradizione cortese del medioevo; aggiungerei che ciò rischierebbe, se fosse l’unico carattere, di collocarlo fuori tempo, decisamente e da molti punti di vista. Ma intanto, mi sembra sia vero.

Tuttavia, oltre a concordare sullo spirito di tale collocazione, direi che c’è dell’altro, che non sfugge a Ferrari, quando egli accenna al “repertorio lirico-erotico” di questo poeta: qualcosa dei suoi versi lo rende modernamente antico, scrive Ferrari. È che,  a mio avviso, la poesia di Galvagni arieggia qualcosa di sudamericano, certo con meno scaltrezza, per quanto possa servire il mestiere a conseguire la dimensione nella poesia, ma guadagnando per la via della freschezza d’ispirazione. Egli stesso, Galvagni, lo suggerisce, quando precisa che, oltre a una decina di composizioni riprese da altre sillogi, e che anche a mio parere stanno benissimo anche in questa, tutte le altre (non poche: una sessantina, e ben corpose) sono state scritte “in due mesi esatti: dall’ 8 aprile all’8 giugno 2019” (p. 89).

Poesia d’ispirazione e di forza, dunque.

Per via della straripante presenza femminile, fisica e sensuale ma insieme e di continuo sconfinante nell’atmosfera dell’immaginario, la poesia di Marco Galvagni risente anche della poesia latino-americana, che presumo  l’autore  conosca.

Come in Neruda, in qualche diverso modo, in  questi versi prospera e fiorisce l’aggettivazione che disloca in maniera felice e generosa i sensi dei sostantivi usati.

Sono sue, di Neruda come di Galvagni, le esclamazioni, le enfasi per niente enfatiche, ma al tono giusto: “Ah mia mesta chimera…” (p. 29), “Ah lievi, pazze coppe agili… /Ah sapori, palpebre d’ala viva… /Ah cosce snelle di miele svestite” (p. 70).

Galvagni è quindi poeta greco, lirico e dionisiaco, o anche un poeta cortese del medioevo, che è nato nel Novecento e scrive nel ventunesimo secolo.

È mai esistita questa sua donna? Mi sembra dubbio, mi pare certo.

Mi sembra molto dubbio: per via dei riferimenti vaghi e molteplici, che rendono di volta in volta le molte dell’uno, l’universale femminile, più che la singolarità dell’esperienza in esistenza. A meno che non ci si riferisca a quella davvero  nominata, la donna-origine. Ma non credo che basterebbe.

É certo, nel senso che, per questo dolcissimo e assai tormentato poeta, la figura femminile è il ricettacolo di tutto il desiderio, senza residui.  E, al contempo, non è tanto detto ma s’intuisce, di tutta la pena d’esistere;  lei, al tempo stesso grande sorgente, dannazione e figura consolatrice.

Carlo Di Legge

Le tue mani di pioggia

Alba senza ritorno fra membra assopite

riflesso simmetrico di donna fulva,

le iridi ramate di donna leggiadra

la chioma fluente del grano

le amorevoli mani e i seni aguzzi

non vincono la iattura d’amarti.

Fai parte dell’eco

delle crepe dello specchio

della stanza e della città.

Ci siamo divisi in due parti

la tua l’avevi votata a me-

la mia te la consacrai.

Le tue mani di pioggia su occhi bramosi,

fioritura feconda,

passeggiavo per radure dove una coppia si baciava-

eravamo io e l’angelo profumato.

Cirri di sereno, torpide primavere,

estati dalla gonna rialzata.

In un mattino di sughero

lei ha arrestato la corsa

in un campo di girasoli.

Tutto ciò che ho voluto

è stata un’armatura prescelta fra le macerie

dell’aurora più cesellata.

Saggio critico su Vit(amor)te di Valeria Bianchi Mian, Miraggi Edizioni, 2020.

Ha buon gioco Giordano Berti nello scrivere nella prefazione che “c’è davvero tanta alchimia in queste poesie nelle quali fanno capolino draghi e teschi, madri armate di spade e figlie disarmanti, vermi e farfalle…” Ma è davvero alchimia o non è più veritiero interpretare tutte queste figure come simboli della tangenza fra universo interiore e mondo esteriore di Valeria Bianchi Mian che, esprimendosi con versi che sono pura poesia, come sempre va a finire in tali casi si fa osmosi?

Partendo da questo presupposto si può tranquillamente affermare come quella di Vit(amor)te di Valeria Bianchi Mian sia una poesia dalla quale si evince prima di tutto la grandiosa preparazione culturale dell’autrice e poi, soprattutto, la sua predisposizione analitica forgiata in una ventennale esperienza in quanto scandaglia i recessi della psiche umana esprimendosi costantemente in versi lineari e levigati in cui non mancano, anche se a una prima occhiata potrebbero sfuggire, pregnanti metafore e immagini che dischiudono la luce sull’interiorità della scrittrice per mezzo di una sorta di lente d’ingrandimento. E’ per questo motivo che i concetti espressi vengono indirizzati con maestria dall’astrazione più assoluta alla tangibilità e si materializzano linearmente in modo concreto.

Il significato del titolo del libro di Valeria Bianchi Mian viene spiegato nella poesia Il Corvo a pag. 49: con amor(t)e non s’intende spiegare altro che il matrimonio è la tomba dell’amore.

Una poesia importante da segnalare è poco dopo, a pag. 57, perché esprime la paura d’invecchiare dell’autrice; poesia in cui Valeria Bianchi Mian pensa al suo futuro temendo l’aspetto esteriore che avrà esprimendosi in versi molto taglienti come “una che un giorno avrà le caviglie gonfie”, “le borse della spesa agli occhi”, “le rughe spesse.”

Una poesia assolutamente non aulica né classicheggiante bensì dai canoni postmoderni, limata, levigata che senza farlo apparire ci parla della quotidianità riflettendosi nel mondo esterno senza idealizzarlo ma criticandolo e lo fa con sopraffina intelligenza facendone scaturire versi di pura poesia.

Valeria Bianchi Mian intende trascendere il neoclassicismo ma non la poesia contemporanea esprimendosi a volte in termini aperti e schietti, senza però essere mai volgare ma piuttosto riflettendo nei suoi scritti quel materialismo che la fa da padrone nell’attualità.

Marco Galvagni

Recensione a Sfogliando il tempo, Gabriella Paci, edizioni Helion, gennaio 2021.

Gabriella Paci (nata a Cortona (AR) ma attualmente residente ad Arezzo) con Sfogliando il tempo è alla sua quarta silloge, le precedenti sono state pluripremiate sia in Concorsi Nazionali che Internazionali. E’ anche membro di Wiki poesia e Poetas du mundo.

Anche questo volume contiene una poesia terza classificata al Premio Mondiale Nosside 2020 che riporto qui di seguito:

Numeri

Non leggo più la vita

nel quaderno dei sogni

ma nel registro dei conti.

Aggiungo, sottraggo, storno

poso cifre sul cuscino che

riporto negli occhi del mattino.

Anche sul calendario si sfogliano

i giorni e i numeri corrono su

treni veloci in cerca di arrivi

partenze, ritorni e ritardi.

E’ questa vita un viaggiare

sui binari sghembi di cifre

impazzire e stazioni senza sosta.

Anche l’ombra scesa sui tetti

ha una misura che si perde

nella gola del tempo e che

ha già il sapore del passato.

Non ho issato ancora la bianca

bandiera della resa anche se

sventolano vittoriosi i numeri

della perdita che solo il sonno

può placare in rare notti di grazia.

La caratteristica principale di questa silloge (che si compone di tre sezioni: Passate stagioni, Tempo fragile e Ricorrenze) è di essere composta da liriche introspettive che seguono un percorso di scavo interiore. Non sono, però, rivolte all’Io narrante; cercano, piuttosto, di lasciare in eredità a tutti, partendo non da una fenomenologia dello spirito ma del mondo esteriore, una voce forte e univoca.

Nella prima sezione, Passate stagioni, vi si possono leggere poesie dedicate, appunto, ai momenti salienti del passato: emozioni, ricordi e primi palpiti amorosi; nella seconda, Tempo fragile, s’analizza questa difficilissima situazione che tutti stiamo vivendo e vi è persino la lirica (pag. 50) Pensieri molesti esplicitamente dedicata al Covid; nella terza, Ricorrenze, si riscontra, appunto, come determinate circostanze od eventi ricorrano nel tempo.

La poesia di Gabriella Paci è emblematica per la sua rilegatura e la coesistenza all’universo esteriore; al contempo un viatico verso la sua vita più recondita e una sorta di lente d’ingrandimento sull’esterno. Se in poesia esiste un’ interazione fra il mondo dei sentimenti e quello dell’anima nella Paci questa tangenza diventa osmosi.

Liriche che s’esprimono in maniera lineare, lessicalmente e semioticamente molto ricche, non con versi ipermetri ma che possiedono connotati d’alta unità espressiva e sono ben levigati con un susseguirsi di pregnanti metafore.

La poetessa aretina, per l’alto livello della sua produzione, meriterebbe di pubblicare i suoi libri con Case Editrici veramente prestigiose.

Marco Galvagni

Saggio su Campionature di fragilità (La Vita Felice, Milano 2015). Il senso della poesia di Melania Panico.

Melania Panico, nata a Napoli il 31 ottobre 1985 e attualmente residente a S. Anastasia, laureata in Filologia moderna, in Campionature di fragilità, prefazione di Davide Rondoni, sua prima silloge  (La Vita Felice- Milano 2015) dimostra come nella poesia non sia sufficiente possedere una naturale predisposizione ma come questa vada ammaestrata attraverso un lavoro filologico. Ecco allora che per un modo comune di fare poesia, per cui la parola nomina i sentimenti e i connotati dell’anima, Melania compie un lavoro unico nella sua originalità andando a reinventare il mondo attraverso le sue caratteristiche più tangibili per esprimere mediante queste il proprio universo sentimentale, sicuramente sofferente al di là della sua radiosa apparenza (sorrisi…custoditi sulla bocca dello stomaco, corpo devastato dai silenzi, il silenzio tra noi/ è un manto di parole/ distese ad asciugare).
Melania Panico si esprime mediante uno stile personalissimo e particolareggiato, con versi la cui peculiarità, nella maggioranza della raccolta, non è l’universo simbolico ( se per simbolismo s’intende quello tradizionale che si rifà alla tradizione francese di Baudelaire, Mallarmè, Verlaine e Rimbaud).
Bensì d’esprimere i propri sentimenti attraverso poesie che trovino il proprio senso in un dettato espressivo la cui peculiarità è duplice: giustapposizione all’interno del singolo verso, dove è il verbo l’elemento di demarcazione, nonchè nel susseguirsi dei versi stessi.

Ci sono sorrisi tenuti da parte
custoditi sulla bocca dello stomaco
brillano di luce propria

e poi ancora:

Mettere via l’odore della storia
lungo mete di tempo andante
i fiumi dei bar accovacciati

Dal già citato universo sentimentale di sofferenza intriso, scaturisce una poesia che riporto, una poesia in cui l’elemento semantico di rottura è il verso che meglio esprime il pessimismo in maniera lirica (questa volta anche simbolicamente). Esattamente il numero 12, “Non c’è estate.”

Il corpo devastato dai silenzi
la voce slegata
lei urla sempre a tempo
lascia sul pavimento
capelli sparpagliati
e non appigli
ha colore di pietra
dice ricominciamo
all’erta a brandire l’arma del suo sì
è un momento sbagliato, dice
è un tunnel da cui non voglio uscire.
Non c’è estate,
forse questa volta ha ripetuto
l’estasi di sbieco
con la bocca serrata non fa paura.
Il frutto della quiete
è in alto, offeso
dal lato serrato del giorno.
Sembrava perfetto
senza veli
e con le mani rarefatte.

Per comprendere meglio il titolo della raccolta di Melania, bisogna risalire all’origine lessicale del termine “campionature” che definisce appunto queste poesie. Campionatura non è altro che un’operazione propria del campionare, mentre campionare significa esattamente scegliere, prelevare campioni.
La filologa Melania Panico non poteva cogliere in maniera migliore il titolo da attribuire a questo libro, avendo lei scelto poesie esemplificative di questa fragilità, in cui esprimersi con una vena poetica che non ha cadute di tono, anzi trova altissimi passaggi, oltre a quelli già citati:

Non so come interpretare
questo abbaiare
di cani
in lontananza
rumore sordo
di macchine
la luce artificiale
della notte.
Non so qual è il verso
giusto
del foglio
il colore acceso
del corpo
non so se chiamare amico
il tempo.

Alla luce di quanto successo
poco fa stendersi su una scrivania intarsiata
le ombre fanno patti di sangue con le dita.
Decidi: è la danza della parola
o il tenero appartarsi
degli argomenti
davanti al bianco del foglio
a impostare il sacrificio del giorno?
L’inverno è un lungo ritrarsi degli occhi.

Il silenzio tra noi
è un manto di parole diverse
distese ad asciugare:
il vento porta via l’umidità
e ci ridà l’imbrattamento.
Tenera carne la mia
si spacca al sole
rinchiusa qui
con i rintocchi dei pranzi
a limitare i movimenti
cosa avrò in cambio del cumulo
tranquillo di resti?
Una luce passeggera
dilata lo spazio senza poesia
mentre segno passi antichi
sul viso incorniciato, perlaceo.

Ed ecco allora che se la luce appartenente allo spazio e al tempo senza poesia non può essere che passeggera, visto il grande amore di Melania per questa materia, nascono i grandi versi sulla poesia medesima:

Non qui
nè altrove
ho voluto seminare ciglia
per avere in cambio
una nuova visione delle cose
fibre consensi ossessioni
carte bianche trascritte
io non so spiegare la poesia
un gatto silenzioso
entra nella stanza
la luce non disdegna
i passi
lo sento che gratta piano
contro la porta
i suoni sanno tenere testa al tempo.

In Melania Panico “l’ora da lasciare/ a riposo” quando “invecchia al guinzaglio/ la bellezza,” diventa la non scelta di non trovarsi in un determinato luogo resa semplicemente col verso “i passi come brina fumante.”
In settembre per l’autrice “piove un’aria di miele ed aghi.”

In una poetica magnificata per il valore intrinseco soprattutto filologico, ecco spuntare nel finale una poesia in cui Melania Panico riesce ad abbinare il proprio amore per la poesia e le proprie competenze semantiche ad una riserva simbolica di spessore. Ed ecco allora che i poeti diventano le navi che “dovrebbero seguire il loro destino lieve/ appoggiarsi come a un’idea”, accontentarsi d’uno squarcio di luce, delle proprie poesie contenute nelle bacheche pensili mentre il passaggio ad alto livello è semplicemente costituito dalla possibilità di raggiungere il posto che spetta ai parolieri.

Dovrebbero pentirsi le navi
di oltraggiare il porto
dovrebbero seguire il loro destino lieve
appoggiarsi come a un’idea.
L’isola è troppo distante, segnata
non si tocca con mano
finisce così il grigio
il ponte senza giunture
il nostro tempo fragile.
Lascia sulla porta le mani
senza impronte di riserva a contenersi
la via è sentiero senza ascolto
uno squarcio con luce.
Ecco l’itinerario di ricostruzione
del buon tempo
quello affisso alle bacheche pensili
il futuro allineato sugli specchi
canto sedimentato da sobri
nelle fenditure delle cortecce
litania che trova spazio, si dà posto.
Si può incidere nei muri
la storia semplice
eppure il posto che spetta ai parolieri
è il guado incontrovertibile
arginato, arreso.

Marco Galvagni

La più femminea

Sei giovane e più preziosa del quarzo,

la più penetrante d’ogni pensiero

che solchi la frescura del corpo,

la più femminea tra le stelle,

colei che s’è svincolata

dalle sponde d’un ghiacciaio.

I frutti della terra nel sole

hanno fiammeggianti colori-

tu l’illumini col tuo amore

e per accendere la mia vita

i tuoi baci non cercano altre labbra,

a ruota libera ne giunge il respiro.

Ogni aurora è schiusa come uno sguardo

alle delizie del tuo ideale calore,

in una nuvola di torpore

una messe di carezze

d’una donna di panna

luna che occhieggia.

Prigioniera fedele e intelligente,

socchiudi un mondo cangiante e fino,

un universo tiepido e dolce

sotto le nuvole delle tue palpebre

nel solo sorriso d’un bacio

perché sei donna in ogni tua stilla.

Una recensione 5 stelle su ibs a Le note dell’anima (Transeuropa, 2021), silloge vincitrice del Premio Speciale Giuria Critica nel Premio Letterario Internazionale Un libro amico per l’inverno edizione 2021, della stimatissima Valeria Bianchi Mian.

“Le note dell’anima”, l’ultima creazione del poeta Marco Galvagni, è una raccolta di versi davvero coinvolgenti. L’impressione che ne ricavo, è fiabesca, lucente; lumi immaginali si accendono nella notte, sulle note che sembrano suonate dal flauto di uno spirito antico, una melodia che emerge dai boschi insieme a Orfeo, Pan, Dioniso, Hermes. Le parole brillano come fili d’erba nei prati, in danza di fauni e ninfe, canto di magiche acque che attraversano il tempo e ci portano la bellezza della quale gli dei permeavano ogni cellula umana. Un’epoca in cui uomini e donne erano uniti alla Natura.   Mi appare chiara la salda relazione che l’autore intrattiene con la propria Musa. Lei che ne abita l’ispirazione, condivide con lui la creazione che emerge necessariamente dalle passioni, dalle gradazioni del fuoco. Non c’è lirica in cui Natura sia assente; non c’è verso di lasciare il vento, il sole, le nubi, le onde, le stagioni fuori dal foglio. La poesia è là dove la vita pulsa.  Nella postfazione alla silloge, anche Emilia Fragomeni riprende il tema che per me è evidente: Natura e Animo sono in Marco Galvagni un binomio antico, la fonte dell’eterna giovinezza del sentimento, il “soffio vitale” – e come non pensare a Psiche, sempre e ancora alla ricerca del suo Eros? Se il poeta fosse colmo della realizzazione d’ogni desiderio, il suo canto non avrebbe luogo, penna e metafore. Se, per contro, la voce che grida e dialoga, e compone versi fosse priva di desiderio, non potrebbe far altro che evocare quelle note che fanno di lui strumento di una musica unica al mondo.  Silloge vivamente consigliata.

Valeria Bianchi Mian

Infrante chimere

Lambiscimi con gesti di gioia,

una parola d’assedio d’infrante chimere,

una sillaba più vicina alla tua bocca-

mi promette aurore di miele

fluttuando perso nei capelli corvini

dedicandoti, in un sorriso di luna,

strofe d’acqua e di cielo.

Pensieri che non t’appartengono

si tradurranno in note di canto

e ti empiranno d’oro le mani canore.

Frattanto raggianti ruote di pietra

avvolgono il paesaggio rupestre,

raggi d’oro calpestano i campanili.

Tu scrivi margherite sull’erba dei campi.

Quando avvicino il cielo

con le mie mani per destarmi

nelle lame di luce diafana

i tuoi baci si appiccicheranno

come lumache alla mia schiena-

gireranno i calendari e sortiranno

nel mondo i giorni come foglie azzurre;

comparirai nel mio spazio, nel mio anello

ora solo verbo ed inferno.

Ti guarderai in una lacrima,

t’asciugherai gli occhi dove fui-

ora d’improvviso piove verde

ma il mio cielo s’è fatto roseo.