Annotazioni per la mia ottava silloge Dieci dolcezze (Puntoacapo, Savona) 2020.

Dai versi di Marco Galvagni emerge trionfante la donna in tutti i suoi colori, nei toni più accesi, nei chiaroscuri, vestita di buio nella notte. Libera di muoversi sinuosa, di cambiare forma ma non sostanza, l’archetipo del femminile balla esponendo il corpo delle cose o celando le proprie intenzioni ma è sempre e solo Lei l’assoluta protagonista di Dieci dolcezze; suoi sono i passi sulla carta, i piedini che tracciano le lettere in nero su bianco di pagina in pagina. Lei è l’Anima.

Nella prefazione alla silloge del 2019 – I sottili pensieri di canto (CTL Editore), riflettevo sul poeta in amore, ovvero “colui che con Eros opera trasformazioni” e “rimescola la Prima Materia delle emozioni, della volontà imperante, dell’istinto, e ne fa componimento affettuoso dedicato all’oggetto amato”. In un’ottica psicoanalitica, o meglio psico-poetica, l’oggetto del soggetto amante è l’interlocutore al quale, se siamo coinvolti in una relazione cosciente, come un respiro à deux – inspirando ed espirando – è restituito il ruolo di agente soggetto soltanto nel momento in cui le proiezioni vengono ritirate e dall’ideale si transita verso uno stare insieme cosciente. C’è un altro livello dell’amore, nel poeta che ama l’Altro-da-Sé come oggetto e, al contempo, soggetto Musa che ispira e crea. Non si tratta di una donna specifica, l’amata amante che vive e brilla tra le pagine di Dieci dolcezze. Nell’opera fresca di stampa per Puntoacapo Editrice, Galvagni supera se stesso, va oltre le resistenze dell’Io, le remore della ragione, la censura che prende spunto dai dettami del Super-Io sempre all’erta, e vola in unio mentalis con Psiche.
Non trascura la coscienza della terra, quando è necessario, come un “aquilone dei sogni” che sia tenuto ben saldo per il filo dalla mano dell’Eterno Fanciullo. Non trascura la sofferenza, che ben conosce, e la nigredo dell’alchimista.

Un volto perfetto,
messo a nudo dimentico la vita
sotto la cappa di diamanti di lacrime
sono un uomo senza primavera, assente,
ridotto allo stremo, un progetto
come lo schema di un’ecografia.

Echi di Beaudelaire e Rimbaud risuonano nella mia stanza mentre leggo i versi de Il poeta e scopro “il dolore del calamaio, gli occhi fasciati di nebbia”, che “sono lo specchio di un’anima che cerca la propria isola” oltre “i fantasmi della solitudine”. Nella sua perenne irrequietezza, Marco Galvagni trova pace nell’idea-ideale che è linfa e inchiostro, sangue e desiderio della sua multiforme Musa. Non è immagine scontata, non è univoca visione della donna. C’è la “guerriera” e c’è la “puledra” capace di imbizzarrirsi, c’è l’innocenza che grida la voce della sensualità lontana da qualsiasi prigionia che non sia la temporanea estasi tra le braccia di Eros. “Ebbra” è la mente del poeta, quando lo stesso autore non riposa, e l’alternanza degli stati è ritmica, è onde di marea.

Scrivevo: “Leggo le sue poesie e vedo l’Anima – Psyché – alla ricerca di un Dio, quell’Amore che si cela nel non detto tra le parole e poi per incanto si mostra.
Nella nuova silloge di certo si mostra in tutta la sua maturità, ancora giovane e bella, ma consapevole di quello che significa la connessione con le zone d’ombra.

Nessuno mai s’amò come noi!
Le ceneri del mio cuore son sparse sullo zerbino
antistante l’uscio
e tutti le dovranno calpestare entrando nella dimora
quando ballerò con le stelle una danza
onda su onda la rugiada dei prati in cui ci rotoliamo
feriti d’amore dagli aghi di pino.

Qual è la mia poesia preferita?

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IL MONDO DA UNA MONGOLFIERA

Scappa attraverso il paesaggio rupestre,
capelli corvini e occhi scuri,
fra le fronde e le carezze del vento
gambe tornite in calze di sabbia,
immemore in tutti i veli di ruscelli.
Ultimo palpito s’un volto trasfigurato.
Nella placidità del suo corpo
avanza una sfera di neve,
sulla pelle un neo di silenzio.
Le sue mani, archi canori
frantumano ogni luce d’alba.
Nella sua dimora conta i minuti.
Per la sua stella,
esplosa nell’aria d’aprile,
per regalarsi gli occhi, per vivere giunti
sino alle praterie in fiore,
per regalarsi immenso amore
per donarsi le iridi all’ultimo secondo.
Per dormire nella luna
in quattro pupille, il sole nelle medesime.
Un amore fra le labbra-un vago uccello
adorna i campi, i boschi,
le strade e il mare.
Bella come il mondo da una mongolfiera.

[una dolcezza tra dieci dolcezze]
Premio speciale della Giuria nel Concorso Letterario Nazionale Le Occasioni-Ossi di Seppia 2019 alla memoria del Premio Nobel 1975 Eugenio Montale.
*
La silloge di Marco Galvagni si distingue per la sua forza espressiva unitaria. È un prodotto lirico-erotico che attinge a fondo nella più antica tradizione della poesia occidentale. È una poesia modernamente antica che fa riferimento la lirica greca, latina, medioevale – specialmente l’area cortese – e infonde speranza. Una poesia che lascia fluire i sentimenti nei versi come un’onda inarrestabile sulla quale la donna amata brilla, ed è farò, anima. È punto di riferimento, Stella Polare.

Pubblicato da Marco Galvagni

Poeta, saggista e critico letterario.

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